Titolo: Atlante dei mondi perduti.
Argomenti: archeologia, storia, mistero, saggistica.
Scrittore: Roberto Giacobbo.
Editore: Giunti.
Anno: 2009.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Di recente ha attratto la mia curiosità un libro-volume illustrato della Giunti, dal titolo Atlante dei mondi perduti e, dati i miei atavici curiosità e interesse per il mistero e le cose sconosciute, ho deciso di comprarlo, anche per via della veste editoriale, molto ben curata.

Anche se, se devo essere sincero, il fatto che l’opera fosse a cura di Roberto Giacobbo e inserita all’interno del progetto Voyager (la nota trasmissione tv sui misteri del passato che, a quanto pare, si declina anche in campo editoriale) un po’ mi dissuadeva…

Infatti, Voyager si presenta come un programma di cultura alternativa e di grande avanguardia intellettuale, mentre poi vedi che, alla fine della fiera, è abbastanza allineato con la “scienza ufficiale” (quella che non spiega nulla e che ci vuole dare a bere ipotesi che non stanno nè in cielo nè in terra).

Ma andiamo per gradi, partendo dal libro in sé e per sé.
Esso si suddivide in cinque macroaree, corrispondenti ai cinque continenti, per ognuno dei quali sono individuati i principali siti archeologici o comunque i principali misteri del passato, a ciascuno dei quali sono dedicate dalle 4 alle 8 pagine.

La trattazione comprende:
- la principale spiegazione storica della scienza ufficiale (che, è curioso notare, fa sempre acqua da tutte le parti),
- alcune teorie alternative,
- un ricco apparato di foto e disegni.

Più o meno ho già accennato a quanto mi ha lasciato perplesso dell’opera, e segnatamente il fatto che essa si propone come opera di grande respiro e apertura, salvo poi ricadere nella superficialità della limitatezza mentale, sottolineata da due fatti:
- si accennano alcuni dubbi-misteri, che però poi non sono affrontati come si dovrebbe (come invece hanno il coraggio di fare molti studiosi cospirazionisti, come per esempio il noto David Icke),
- le teorie alternative vengono sì elencate, peraltro in poche righe, ma tra le righe sembrano additate come stupidaggini di folli (che però, a differenza della controparte, portano prove, indizi e soprattutto spiegazioni).

In definitiva, questo Atlante dei mondi perduti di Roberto Giacobbo, più che una trattazione seria e oggettiva sull’argomento, pare un tentativo di sfruttare il grande interesse di molte persone per tali argomenti, salvo poi non affrontarli in concreto, rimanendo alla mera e inutile superficialità.

Ma, in fondo, si tratta di un’opera commerciale a cui non si può chiedere di più che un’ottima veste editoriale e una piccola sintesi di “quanto alcuni credono che sia successo”.

Se, poi, il lettore è davvero interessato a conoscere qualcosa di più del nostro passato, può approfondire per conto suo con autori come Peter Kolosimo, Colin Wilson, Zecharia Sitchin, Graham Hancock o tanti altri (numero sempre crescente… cosa vorrà dire?).

Ottimo prodotto editoriale ma insufficiente trattazione scientifica: tra 9 e 4 esce fuori un 6.5 di media.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Utopia (Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia).
Scrittore: Thomas More.
Genere: saggistica, sociologia, politica.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1516.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Come forse avrete capito, in questo sito ci entra un po’ di tutto, come testimoniano le recenti recensioni: fantasy come Jonathan Strange e il Signor Norrell (Susanna Clarke), romanzi contemporanei come
Ballata di ogni donna (Erica Jong), classici come Il principe (Niccolò Machiavelli).


Quest’oggi è la volta di un altro classico del passato, un grande classico oserei dire: Utopia di Thomas More (che noi italianizziamo spesso in Tommaso Moro), testo che, dietro la forma del racconto, parla in realtà di società, politica, cultura.

Come molti sapranno, e come suggerisce lo stesso titolo, Utopia (ma il titolo originale, in latino, è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia) descrive una società utopica, con le sue abitudini e la sua ideologia.

Pubblicata nel 1516 in un latino assai colto e sofisticato, l’opera racconta il viaggio di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) verso un’isola-regno, una sorta di società ideale retta da principi filosofici di alto profilo culturale e morale.

Il testo conserva peraltro una doppia valenza: da un lato descrive una società umana di alto livello, sembrando in tal senso indicare la via da perseguire, dall’altro però pare suggerire che si tratta solo di un orizzonte ideale, di fatto non realizzabile.

Ciò suggeriscono, in particolare, i nomi scelti da Moro: da Utopia (il cui suffisso iniziale “u” , congiunto alla parola “topos”, potrebbe farsi derivare dal prefisso greco "eu", secondo l’accezione di “ottimo luogo”, ma anche dal prefisso “où”, che in greco indica negazione, suggerendo quindi un "non-luogo", un luogo non realizzabile) a Itlodeo (“raccontatore di bugie”), dalla capitale Amauroto (“città nascosta”) al fiume Anidro (“senz’acqua”), e così per altri “indizi”.

Non a caso, forse, il significato della parola utopia ha assunto, nel corso dei secoli, il doppio significato indicato dallo scrittore londinese: qualcosa di buono che però non avremo mai.

Ad ogni modo l’opera, ormai un classico mondiale, conserva un inalterato valore umano, prima ancora che politico.
Ovviamente nell’Utopia di More non mancano immagini e pensieri che a noi contemporanei possono apparire ingenui, o comunque superati, ma resta il fatto che non si può non ammettere l’importanza del testo, soprattutto se ci si cala nella società europea di inizio 1500.

Importanza da un duplice punto di vista:
- lo stimolo positivo alla ricerca di una società migliore,
- il valore satirico nei confronti della società di allora, e specialmente dell’Inghilterra.

Insomma, Utopia di Tommaso Moro è un testo da leggere assolutamente.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Ballata di ogni donna (Any woman's blues).
Scrittore: Erica Jong.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Bompiani.
Anno: 1989.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Questo è il secondo romanzo che recensisco di Erica Jong, dopo Paura dei cinquanta, che di fatto ne costituisce un seguito, posto che i libri della Jong, pur non essendo strettamente interrelati l’uno con l’altro, praticamente ne rappresentano lo specchio esistenziale, e dunque cronologicamente seguono la vita della loro autrice.

Predecessore di entrambi, non a caso, è il best seller Paura di volare (1973).

Due parole sulla scrittice: Erica Jong si è fatta un nome a livello internazionale grazie a due fattori:
- il parlare della vita reale, descrivendo il punto di vista femminile su relazioni e problemi vari,
- parlarne in modo assolutamente schietto e verace.

La protagonista del romanzo è Leila Sand (sorta di alter ego della scrittrice), pittrice di mezza età alla ricerca di se stessa.
Leila parla apertamente della sua vita, e soprattutto delle sue esperienze sessuali e sentimentali, che hanno lasciato alcuni strascichi negativi.

Essa si imbatterà poi nel giovane e bello Dart Donegal, con cui avvierà una relazione molto fisica e passionale, che la farà soffrire parecchio, specie per la tendenza del ragazzo al libertinaggio.

Leila si deprime e s’immalinconisce, tanto da bere troppo e da finire tra gli alconisti anonimi, sostenuta in questo dall’amica Emmie.

Poi si riprenderà, migliorando un poco la sua situazione.

Ballata di ogni donna è in buona sostanza un romanzo di formazione e di autoanalisi.
Un’autoanalisi fredda e spietata, con le debolezze della protagonista (sostanzialmente, alcol, sesso e fragilità caratteriale) messe in bella vista.

È un romanzo peraltro che trasuda vita da ogni pagina.
Dietro il linguaggio e le situazioni talmente realistiche da risultare a volte crude, si nasconde l’esistenza di una donna alla ricerca del suo equilibrio esistenziale.

Interessante e appassionante, tale libro piacerà soprattutto a coloro che apprezzano i sentimenti veri e sinceri, scevri dal manierismo e dal politically correct di buona parte della letteratura contemporanea.

Rivelatrici, in tal senso, sono le scene di sesso, descritte da Erica Jong con grande dovizia di particolari (diciamo che la scrittrice descrive l’esterno come descrive l’interno, ossia con grande schiettezza).

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Jonathan Strange e il signor Norrell (Jonathan Strange & Mr. Norrell).
Scrittore: Susanna Clarke.
Genere: fantasy, fantastico, storico.
Editore: Tea.
Anno: 2004.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Oggi recensisco un romanzo fantasy recente, e in particolare un romanzo di grande successo, best seller per diversi anni e additato da molte parti come una sorta di “grande romanzo ottocentesco”.

Parlo di Jonathan Strange e il Signor Norrell, primo libro di Susanna Clarke, scritto nel 2004 e vincitore l’anno seguente del Premio Hugo e del World Fantasy Award, i massimi riconoscimenti per la narrativa fantastica a livello mondiale (insieme al Premio Nebula).

La storia è ambientata nel XIX secolo, benché in un XIX secolo alternativo, in cui, ossia, la magia esiste ed è sempre esistita, per quanto nell’ultimo periodo sembra essere scomparsa, tanto da aversi solo maghi teorici e non pratici.

Dunque, solo studiosi di magia e di libri sulla magia, ma non maghi veri e propri.
Fino a che entra in scena Norbert Norrell, il primo mago pratico da lungo tempo, che, una volta trasferitosi a Londra, cercherà in tutti i modi di riportare in auge la magia.

Il suo obiettivo è però duplice, e in parte contraddittorio.
Da un lato, difatti, vuole che la magia torni ai fasti di un tempo, come riconoscimento sociale e come utilizzo, con tanto di incarichi governativi.

Dall’altro lato, egli vuole rimanere l’unico mago esistente, e non a caso scoraggia chiunque altro dal suo studio, tanto a parole, quanto nei fatti (per esempio comprandosi ogni libro sulla magia pratica, tagliando le fonti alla base).

Ma un secondo mago spunta fuori: Jonathan Strange, personalità del tutto differente da quella di Norrell: tanto vivace e ardito il primo, quanto prudente e introverso il secondo… che comunque accetterà di prendere il primo come allievo, pur facendogli leggere non tutti i libri della sua ricchissima biblioteca.

Ciò metterà in moto tutta una serie di eventi, che porterà all’allontanamento, e anzi all’aperta rivalità, dei due.

In mezzo, molti altri personaggi: da John Childermass a Henry Lascelles, da Christopher Drawlight a Sir Walter Pole, la cui moglie Norrell riporterà in vita dopo la sua prematura dipartita, benché in modo artefatto.

E ancora, da Stephen Black, servo di Sir Pole, a Vinculus, bizzarro mago di strada, da Arabella, moglie di Strange, a John Uskglass, il Re Corvo, il più grande mago di tutti i tempi, dal gentiluomo dai capelli lanuginosi, essere fatato dall’egotismo molto spiccato, a Henry Woodhope, fratello di Arabella.

Passando poi per svariati personaggi realmente esistiti, col libro che peraltro ha una connotazione storica molto forte: Napoleone, Lord Byron, il Duca di Wellington, Giorgio III, etc.

La connotazione storica del libro è data da differenti fattori: non solo i personaggi realmente esistiti in esso inseriti, ma anche l’ambientazione generale, la descrizione di eventi reali (per esempio la guerra tra Inghilterra e Francia), nonché, soprattutto, uno stile letterario veramente vecchia maniera, di un’eleganza molto semplice e contenuta.

Un’eleganza molto “british”, che ha un forte vantaggio e un altrettanto forte svantaggio:
- il primo è di conferire a Jonathan Strange e il signor Norrell un fascino retrò,
- il secondo è di generare un testo lunghissimo e lentissimo.

Per dare un’idea, il testo consta di quasi 900 pagine, che tuttavia non si divorano perché Susanna Clarke non ha il potere di tenere il lettore incollato alle pagine del suo libro.

Insomma, nonostante il romanzo abbia delle sue peculiarità positive, e nonostante alla fine la trama scioglierà tutti i suoi nodi, intersecando peraltro tutti i personaggi tra di loro (cosa lodevole), il libro non ingrana, e si legge con discreto piacere ma non con entusiasmo (quello che, per intenderci, ho provato per Harry Potter, per Eragon, per La storia infinita, per Il gioco di Ender, etc).

Dunque, per farla breve, iniziate il libro di Susanna Clarke solamente se pensate che il suo stile possa piacervi, tanto da reggerlo per tutte le sue 900 pagine (!).

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Il principe (De principatibus).
Scrittore: Niccolò Machiavelli
Genere: saggistica, dottrina politica, società.
Editore: Superbur.
Anno: 1513.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Tra un romanzo fantasy e un libro di psicologia, ogni tanto inserisco anche qualche classico.

In questo caso, è un classico non da poco, posto che si tratta di uno dei testi più importanti del passato, e per la precisione di un testo su politica, diplomazia e società.

Parlo di nientedimeno che de Il principe di Niccolò Machiavelli, opera composta nel 1513, ma pubblicata postuma solo nel 1532 (nel mentre l’autore aveva avuto qualche problema con la casata dei Medici :p).

Si tratta di un’opera non da poco, tanto per il suo valore storico, quanto per il contenuto di tipo politico, sia per il suo influsso sull’immaginario collettivo… basti pensare che, da essa in poi, ancora oggi si usano espressioni come “machiavellico” o “machiavellismo”.

Ecco in estrema sintesi la tesi centrale propugnata da Niccolò Machiavelli: al fine di perpetuare e anzi rafforzare il proprio stato, nessuna azione è proibita al Principe, fosse anche la più contraria al senso comune e alla morale.

Questo perché, dice Machiavelli, la morale non c’entra con la politica: la politica dunque è amorale, e i suoi non vanno giudicati sulla base della dicotomia morale-immorale.

Da qui la nota frase, oggi detto popolare, per cui “il fine giustifica i mezzi”, erroneamente attribuita a Machiavelli.
Erroneamente perché non solo il fiorentino non l'ha mai scritta, ma perché il parlare di “giustificazione” è in contraddizione con l’assunto di base: non c’è nulla da giustificare, politica ed etica stanno su due piani differenti.

La visione di Machiavelli, è comunque molto cinica: secondo lui la natura degli uomini è essenzialmente malvagia, e, globalmente parlando, l’unica pace possibile è quella che deriva da un’uguale potenza bellica… in caso contrario, il forte attacca il debole.

Ecco perché è fondamentale che il Principe, se vuole fa prosperare il proprio stato, abbia determinate caratteristiche: essere forte, risoluto, coraggioso ma anche prudente, grande stratega in diplomazia e in battaglia, saper simulare e dissimulare.

Il Principe è considerato il manifesto del realismo politico, per la capacità del suo autore, anche grazie a un linguaggio chiaro e privo di orpelli retorici, di penetrare la “realtà effettuale della cosa”.

Il valore del testo, al di là delle possibili discussioni e critiche morali, si è conservato inalterato fino ad oggi, dimostrandosi valido tanto nei principi teorici, quanto nell’aspetto pratico (che però, evidentemente, Niccolò Machiavelli non ha saputo realizzare in toto, viste le sue alterne fortune).

Insomma, un classico che val la pena rileggere, specie se si hanno interessi nei campi della politica, della sociologia o della psicologia.
Il voto, va da sé, è puramente soggettivo e indicativo.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Il pozzo dei mondi (The well of the worlds).
Scrittore: Henry Kuttner.
Genere: fantascienza, fantasy, horror, fantastico.
Editore: Mondadori.
Anno: 1952.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Romanzo datato 1952, ma uscito in Italia nella collana Urania Mondadori (n.1161) solo nel settembre del 1991.

La scelta credo sia attribuibile alla serie di tentativi di rilancio operati in quegli anni da Giuseppe Lippi nei riguardi di un certo nucleo di scrittori dei primi ‘900 (ho ricordi persino di più di un racconto di Algernon Blackwood apparso sulle pagine Urania).

Occorre peraltro dare atto che, per Henry Kuttner, un tentativo del genere era già stato operato un anno prima con la pubblicazione del romanzo L’altra realtà.

Se il tentativo di Lippi era quello di riproporre qualcosa di geniale non ancora pubblicato nella nostra penisola, penso di poter dire che l’intento sia fallito: Il pozzo dei mondi (The well of the worlds) è uno dei romanzi più noiosi che mi sia capitato di leggere.
Ho persino avuto più volte la tentazione di interrompere la lettura.

Kuttner crea un soggetto interessante, seppur non originalissimo (si parla di mondi paralleli accessibili mediante apposite attrezzature e in cui sono in corso battaglie per il controllo dei mondi), e cerca di svilupparlo giustificando scientificamente i fatti che vengono via via proposti (tutto ruota attorno all’uranio e all’energia nucleare).

Se lo sforzo dell’autore è pregevole, perché riesce a scrivere con criterio senza perdersi in uno sviluppo “privo di bussola”, non può dirsi altrettanto per la capacità di coinvolgere il lettore.

La storia parte bene, gode di qualche momento visionario (il passaggio iniziale dalla Terra al mondo fantasy; la presenza di nuvole su cui sorgono alberi e costruzioni) e di più di una trovata geniale (maschere che filtrano e traducono ogni forma di idioma), ma alla lunga si rivela compassata, noiosa.

È poi forte la sensazione che Henry Kuttner diluisca troppo spesso i fatti, con estenuanti combattimenti o spiegazioni chimiche che non possono che annoiare il lettore medio. Insomma, si fatica ad arrivare all’epilogo (peraltro telefonatissimo).

In conclusione si tratta di un romanzo, tendente al fantasy, piuttosto che alla sci-fi o all’horror, che non è da annoverarsi tra i migliori lavori di Kuttner. Sarebbe stato preferibile non pubblicarlo: potrebbe scoraggiare la lettura di altri racconti o romanzi dell’autore.
Da evitare.

Matteo Mancini


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Le ali notturne (Wings in the night).
Scrittore: Robert Ervin Howard.
Genere: fantasy, sword and sorcery, horror.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1932.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Breve antologia di uno dei più grandi maestri della narrativa fantastica (di quella con la “F” maiuscola, tanto per intenderci, non la roba commerciale troppo spesso esaltata più del dovuto), cioè Robert E. Howard (dai più ricordato come il padre di Conan il barbaro).

Nel libro di riferimento, troviamo protagonista il secondo dei più famosi personaggi nati dalla penna del triste autore americano (morto suicida a poco più di trenta anni), cioè l’implacabile e itinerante Solomon Kane.

Otto racconti per un viaggio nel regno dell’esoterismo, tra boschi oscuri o piane africane, il tutto raccontato con il talento visionario e truculento di un autore che è specializzato nel catturare l’attenzione del lettore appassionato di occultismo.

Il limite dei racconti, forse, sta in alcuni dialoghi che sembrano più appropriati per un fumetto, piuttosto che per un’opera narrativa, ma questo fa parte di R.E. Howard, quindi prendere o lasciare…

Veniamo ai racconti.
L’antologia si apre con un gioiello che non ho mai visto pubblicato in antologie horror e che, a mio avviso, è tra i più bei racconti che mi sia capitato di leggere: sto parlando di Ali notturne.

La storia si svolge nei territori selvaggi della savana, con Kane che sta fuggendo da una tribù di cannibali. Giunto in una radura, però, il pellegrino dovrà vedersela con creature ben più feroci: sono le arpie, uomini volanti che si cibano di maiali e carne umana.
Ha così inizio una lunga lotta per liberare la zona dalla maledizione dei demoni volanti, una lotta che si colora di sangue.

Di rilievo, seppure qualitativamente inferiore, è Hawk di Basti.
In questo episodio, il nostro paladino sarà chiamato a guidare un vecchio compagno di guerra alla conquista del trono di Basti (l’ambientazione, se non ricordo male, è caraibica).
I due, però, non dovranno solo piegare una tribù dedita al culto della luna, ma un sortilegio che fa assumere agli indigenti delle strane sembianze (niente a che vedere con i licantropi).
Ci vorrà la forza del voodoo per sottometterli e dar loro un re giusto.

È degno di menzione anche il brevissimo Lo scricchiolio delle ossa, ambientato in una bettola isolata nella Foresta Nera (Germania).
Kane, nell’occasione, viene messo a dura prova da un noto delinquente francese, tale "Gaston il macellaio”, e da un locandiere pazzo.
A salvare il pellegrino è lo scheletro di un mago assassinato dal titolare del locale, ritornato d’improvviso alla vita mosso dal desiderio di vendetta.

Tra gli altri testi, tutti comunque affascinanti per stile e scenografie (anche se alcuni troppo brevi per imprimersi nel cervello del lettore), citerei Teschi sulle stelle (conosciuto anche come La palude) e La mano destra del giudizio.

Il primo è una ghost story che vede all’opera, ancora una volta, uno spettro in cerca di vendetta. Chiunque penetra nella brughiera infestata va incontro a morte sicura.
La mattanza avrà termine solo dopo l’intervento di Kane, abile a svelare il mistero per il quale il fantasma uccide chiunque gli capiti a tiro.

Il secondo, invece, è il testo più bizzarro e simpatico del lotto: un negromante, condannato alla pena capitale, come ultimo desiderio chiede che gli sia mozzata una mano. Accontentato dalle guardie, compie un sortilegio e guida la mano fino a compiere la sua ultima missione: una vendetta.

Completano l’opera Ombre rosse (la meno fantastica tra le frecce scoccate da Howard, a parte per le magie ju-ju che impreziosiscono i molti duelli a colpi di spada tra Kane e gli avversari) e i brevissimi, lunghezza di una pagina, Il ritorno di sir Richard Greenville e I neri cavalieri della morte.

In definitiva siamo al cospetto di un libro, e più in generale di un autore, Robert Ervin Howard, la cui lettura è obbligatoria per chi ambisce a divenire uno scrittore di fantastico ed è, invece, caldamente consigliata a chi ama le atmosfere esoteriche.
Il racconto che dà il titolo all’antologia, ripeto, è un’autentica perla.

Matteo Mancini


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: I mercenari del tempo (At the narrow passage).
Scrittore: Richard Meredith.
Genere: fantascienza, ucronia, fantastico.
Editore: Fanucci.
Anno: 1973.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Nuovo romanzo di fantascienza recensito su Libri e Romanzi.
Dopo aver dedicato ampio spazio ad Isaac Asimov, oltre che a vari altri autori, stavolta vi propongo un altro scrittore: Richard Meredith.

In particolare, vi propongo I mercenari del tempo, libro pubblicato nel 1973 e facente parte della trilogia Timeliner.
Come intuibile dal titolo e del singolo libro e dell’intera trilogia, l’argomento è quello del viaggio nel tempo e delle diverse evoluzioni storiche.

Difatti, a volere essere precisi, più che di viaggi del tempo Meredith si occupa di ucronia, ossia quella corrente letteraria che prende in esame un diverso passato, ipotizzando così un diverso presente e futuro.

Alcuni autori si sono cimentati molto nel genere, e segnatamente Harry Turtledove con i suoi cicli di Invasione e Colonizzazione.

Ma veniamo a I mercenari del tempo: esso ipotizza che vi siano diverse linee storiche, aventi seguito ognuna un particolare decorso, spesso assai diverso dagli altri.
Tali “linee temporali” possono avere influenze e scambi le une con le altre, grazie a un apparecchio chiamato skud.

A partecipare a tali movimenti, oltre agli uomini, anche i Krith, un’antica razza aliena non umana.

Il protagonista della storia è l’agente Eric Mathers, il cui vero nome è Thimbron Parnassos.
Egli è nato nell’anno 2300 del calendario dell’impero di Alessandro Magno, in quella linea temporale mai sconfitto, e tuttora vigente.

Eric Mathers si trova a combattere guerre nell’Europa centrale, tra alleati, nemici e possibili evoluzioni storiche.

Ecco, in breve, il mio giudizio: I mercenari del tempo di Richard Meredith è di sicuro un romanzo breve di buona fattura, ed ha il suo punto di forza nell’espressiva vivacità del narrato.

Lo stile di scrittura è semplice, ma non è questo che lascia un po’ perplessi, quanto il fatto che, più che il primo libro di una saga letteraria, sembra una lunga introduzione…

… inevitabile dunque che lasci nel suo lettore una fastidiosa sensazione di incompiutezza.

D’accordo, forse andrebbe giudicata la saga in sé, ma il lettore che si trova tra le mani questo libro su di esso verterà il suo giudizio, che, in tal modo, rimane solo discreto.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Argomenti