Titolo: La compagnia dei Celestini.
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: commedia, fantastico, satirico.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1992.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Questo è il quinto libro che leggo di Stefano Benni (dopo Terra!, Elianto, Il bar sotto il mare e Bar sport), uno scrittore che mi piace veramente tanto e che, personalmente, considero uno dei migliori autori italiani viventi.
E probabilmente non solo italiani…

Cosa mi piace soprattutto di Benni?
Svariate cose:
- la grande creatività,
- il linguaggio ricco e vivace,
- un’ironia salace e pungente, che a mio avviso fa assurgere i suoi romanzi al livello della satira sociale,
- la caratterizzazione dei personaggi, tanti e spesso ben curati, tanto da rimanere nella memoria del lettore.

Ecco in breve la trama de La compagnia dei Celestini, libro pubblicato nel 1992: siamo alla fine del ventesimo secolo, e la vita scorre tranquilla nell’orfanotrofio di Santa Celestina, con i suoi orfani che, per passare il tempo, si dedicano al noto gioco della pallastrada, ossia la versione da strada del calcio, decisamente più vivace…

Tra i vari orfani giocatori spiccano i tre membri della Compagnia dei Celestini: Memorino Messolì, Luciano Diotallevi, detto Lucifero, e Bruno Viendalmare, detto Alì.
I quali a un certo punto ricevono una notizia inaspettata: il Gran Bastardo in persona li ha inviati al misterioso campionato mondiale di pallastrada in qualità di rappresentanti di Gladonia.

L’appuntamento è imperdibile, e comincia così la loro avventura, prima con la fuga dall’orfanotrofio e poi con la ricerca dei leggendari gemelli Finezza, con l’obiettivo di invitarli in squadra e renderla così invincibile.

Ma attenzione, perché molte persone iniziano a interessarsi a loro o all’evento in generale: don Biffero e don Bracco, Celeste, i giornalisti Giulio Fimicoli e Gilberto Rosalino, l’Egoarca Mussolardi.

E sto citando solo alcuni dei personaggi creati e messi in moto dalla fantasia di Benni, fantasia a dir poco fervida.

La compagnia dei celestini va avanti sino alla sua conclusione in modo spedito e senza interruzioni, risultando efficace e divertente.
A mio avviso, però, gli manca qualcosa per arrivare al livello di Terra!, e anche a quello di Elianto.

In ogni caso, Stefano Benni rimane comunque una lettura di rilievo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Orrori tropicali.
Genere: horror, thriller.
Autore: Gordiano Lupi.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Anno: 2006.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Antologia horror pubblicata nel novembre del 2006 dal prolifico autore e saggista Gordiano Lupi per conto della casa editrice di cui è direttore nonché fondatore (Il Foglio), Orrori tropicali segna la naturale prosecuzione di un progetto avviato nel 2003 con l’antologia Nero tropicale.

Già allora, infatti, Lupi propose un lotto di cinque racconti di ambientazione caraibica dalle forti tinte horror di cui Il sapore della carne (dal cui soggetto lo scrittore ha tratto il romanzo Una terribile eredità edito nel settembre da Perdisa Pop) e il romanzo breve Nella coda del caimano costituivano i fiori all’occhiello.

Con Orrori tropicali, tuttavia, aumenta la componente esoterica grazie a un concentrato di voodoo haitiano, santeria cubana e palo mayombe a fungere da trait d’union dell’intera opera.
È bene sottolineare, tuttavia, che molti dei racconti vengono utilizzati come veicolo per tracciare un quadro socio-politico non solo di Cuba, ma di vari Stati limitrofi.

Impreziosita dalla prefazione di Gianfranco Nerozzi e dai disegni (forse dalla tecnica non troppo elaborata) di Oscar Celestini, l’antologia offre ai suoi lettori sette racconti, scritti tra il 2000 e il 2005, e un breve fumetto sceneggiato a quattro mani da Lupi e da Dargys Ciberio tratto dal racconto Sangue tropicale.

Ad aprire le danze è il breve romanzo Il mistero di Encrucijada, già pubblicato da Prospettiva Editrice, seppure in una versione meno curata di quella ora proposta.
Si tratta dell’avventura di un gruppo di adolescenti cubani smaniosi di sconfessare una favola narrata dal nonno di uno di loro nelle spensierate serate di inverno. La superficialità dei giovani, però, finisce per liberare lo spirito di una strega sanguinaria che pare sprigionare la sua energia attraverso le forme di due bizzarre bambole. Lo spirito acquista, via via, potenza e si impossessa di una delle giovani. È per mezzo di essa che sibila i suoi propositi di morte.
Ha così inizio, per le strade di Cabanas, una lunga scia di delitti.

Questa la sinossi del testo più lungo del lotto (più di 100 pagine) giudicato da molti come il più tenebroso dell’autore.
A incuriosire è soprattutto lo sviluppo dell’idea di base: Lupi, difatti, non si limita a narrare i fatti, ma da vita a una commistione tra un malinconico horror (per fare riferimenti cinematografici, pur godendo di una sua originalità, si respira aria de L’esorcista e de Il presagio) e un elaborato che potremmo definire “documentaristico”.

L’autore è attento a descrivere gli usi locali, i paesaggi, la cultura (presenti frecciate al regime di Castro) e le credenze popolari, quasi come se avessero un’importanza superiore rispetto alla storia in sé e per sé.
Da evidenziare alcuni passaggi di sicuro effetto (il migliore è l’onirico capitolo sulle “profanazioni notturne”), ma anche qualche momento un po’ ripetitivo che, se da un lato non fa perdere la bussola ai lettori meno attenti, finisce, ad avviso di chi scrive, per appesantire il ritmo.

Molto più brevi tutti gli altri testi, già apparsi in riviste di genere ma solo ora raccolti in un testo edito.
Di questi non possono non segnalarsi due autentiche perle; mi riferisco a Un terribile rimpianto e a La pelle bruciata.

Il primo attinge da una leggenda haitiana, ma lo fa con grande gusto.
Ci troviamo ad Haiti e vediamo all’opera un operaio intento a far risorgere cinque defunti. Ha infatti deciso di fare soldi sfruttando la loro manodopera come schiavi.
Il rito voodoo sortisce esito positivo e tutto sembra procedere per il meglio. L’uomo fa soldi e vive grazie al lavoro degli zombi. Un giorno, però, per una particolarissima disattenzione, i morti viventi riacquistano la loro coscienza e scoppia il caos.

Penso di poter dire, senza alcuna intenzione di fare sviolinate, che si tratta di uno dei più bei racconti che io abbia letto incentrati sulla figura dello zombie. Lo stile è impeccabile e riesce a creare disagio nel lettore (specie nel finale). Abbiamo la figura dello zombie nella sua originale concezione (nulla a che vedere con Romero, per intenderci), ma soprattutto un contenuto di fondo che ha un evidente intento metaforico.
Favoloso l’epilogo, specie per come viene descritto.

Per niente inferiore è La pelle bruciata, altra storia estrapolata dalle leggende caraibiche con la figura del loupe garou a farla da padrone. Assistiamo alla fuga di un uomo dal paese natale in cerca di un’effimera sicurezza urbana. A farlo scappare è stata una scoperta diabolica: la moglie, nelle ore notturne, si trasforma in una creatura alata assetata di sangue di bambini…
Come si può immaginare, siamo al cospetto di un altro racconto di grande impatto, che raggiunge il suo apice nella magistrale descrizione della metamorfosi della donna in bestia mannara.

Meno incisivi i restanti quattro racconti, tra i quali Fratelli di Satana, forse, si rivela il migliore anche se meriterebbe un maggior sviluppo, giusto per eliminare alcuni vuoti narrativi - credo di poter dire - lasciati dall’autore per cercare un effetto sorpresa a cui, forse, si sarebbe potuto rinunciare.
A vagare per Cuba, questa volta, è un Monsignore giunto da Roma per stendere una relazione sulle usanze eretiche dell’isola. Curiosamente, però, il marcio sembra partire proprio da un monastero cattolico…

Ancora Cuba protagonista ne Il gatto nero, presentato in prefazione come remake dell’omonimo testo di E.A. Poe.
Personalmente, a parte gli opposti finali, ravviso più somiglianze con il racconto Il gatto di Carlo Lucarelli (presente nell’antologia Il lato sinistro del cuore).
Difatti non è la follia del protagonista a costituire la base del testo, bensì la gelosia che un misterioso gatto prova per una donna.
Non mancano i “flash” sugli usi locali, ma questa volta la narrazione non offre quella tensione e quel coinvolgimento che dovrebbe assicurare per poter colpire a fondo nell’animo del lettore.

Interessante il soggetto, a sfondo ecologico, de Il vampiro delle Ande, ispirato da un fatto di cronaca.
In questa avventura tra le foreste pluviali, un responsabile di una società multinazionale viene minacciato dalla popolazione indigena contraria all’estrazione del petrolio dalle loro terre. L’uomo, però, non si ferma davanti a niente, finché non entra in scena un vampiro assassino. Come già anticipato, il soggetto è buono, ma lo sviluppo è un po’ frettoloso e tende a riassumere fatti piuttosto che narrarli. Sono convinto che con qualche pagina in più il risultato sarebbe stato migliore.

Completa l’antologia il brevissimo Baron Samedi, forse, il meno riuscito del lotto.
In esso si assiste alla terribile fine di un prigioniero di un gruppo di delinquenti haitiani dediti al voodoo.

A chiudere il tutto c’è il fumetto Sangue tropicale, una sorta di thriller caraibico che propone un assassino fare incetta di prostitute. Sembrerebbe la classica storia di serial killer, ma non è così. C’è sotto dell’altro, qualcosa di paranormale, uno spirito maligno che influenza i comportamenti del folle. Solo un rituale religioso potrà scacciare l’immonda presenza e porre fine al sangue.

Il soggetto, seppur non originale (c’è persino una citazione a Profondo rosso), è degno di nota anche se secondo il sottoscritto sarebbe stata vincente la carta del giallo. In altre parole, si sa fin da subito chi è l’assassino e questo, ad avviso di chi scrive, non garantisce quel coinvolgimento che fa bramare il lettore di giungere all’ultima pagina per scoprire la soluzione dell’enigma. Si segnalano sangue e nudi femminili a go go, come nei vecchi e cari b-movie made in Italy, e ciò non può che essere gradito da un certo pubblico.

In definitiva, Orrori tropicali di Gordiano Lupi è un’antologia piacevole che offre alti e bassi (con due racconti eccellenti che mi sono piaciuti davvero tanto e che valgono da soli l’acquisto del testo), riuscendo tuttavia a mantenersi su livelli medi più che apprezzabili. Graditissime le ambientazioni tropicali.
Vale l’acquisto.

Matteo Mancini


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Titolo: Il gabbiano Jonathan Livingston (Jonathan Livingston seagull).
Scrittore: Richard Bach.
Genere: filosofia, esistenza, fantastico, fiaba, spiritualità.
Editore: Bur.
Anno: 1970.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Da tempo mi ero segnato il nome de Il gabbiano Jonathan Livingston, sulla scia dei numerosi consigli ricevuti, ma solo di recente, dopo aver udito l’ennesimo invito alla sua lettura, mi sono deciso a comprarlo e a leggerlo davvero.

Intanto, mi ha stupito trovarmi tra le mani un libriccino così esiguo, posto che sapevo che Il gabbiano Jonathan Livingston aveva fama di testo dal forte contenuto esistenzialistico, se non proprio filosofico-spirituale, e dunque mi attendevo qualcosa di più corposo.

Invece, la brevità del volume era in tal senso illusoria, posto che lo stesso si è rivelato veramente profondo.

Intanto, cominciamo col dire che questo racconto lungo è stato scritto da Richard Bach nel 1970, ed è divenuto in breve tempo una sorta di testo culto, di volta in volta citato da varie correnti culturali-esistenziali-religiose (cristianesimo, new age, etc).

In esso, si narra la storia del gabbiano Jonathan Livingston, che, per la sua diversità e curiosità, viene cacciato dal proprio stormo, divenendo dunque un reietto.

La sua condizione di esiliato tuttavia non fa altro che rafforzare i suoi sforzi, concentrati nell’imparare a volare sempre più forte e sempre più in alto.
E tali sforzi, pian piano, vengono ricompensati, col gabbiano che giunge a livelli sempre più alti.

Metaforicamente, i livelli di altitudine del gabbiano sarebbero i livello di sviluppo mentale e spirituale umano, con tutte le difficoltà del caso (oggettive e sociali).

Alla fin fine, Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach si rivela veramente profondo e importante, denso di saggezza, non a caso divenuto un caso editoriale e letterario mondiale.

Nella sua semplicità ed essenzialità da fiaba, è dunque indicato per grandi e piccini, e personalmente non posso che consigliarlo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Convinzioni - Forme di pensiero che plasmano la nostra coscienza (Beliefs - Pathways to health and well-being).
Scrittore: Robert Dilts, Tim Hallbom, Suzi Smith.
Genere: saggistica, psicologia.
Editore: Astrolabio Edizioni.
Anno: 1990.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi recensisco un libro a metà tra saggistica, psicologia e automiglioramento, che peraltro è ormai un classico del settore: Convinzioni, scritto nel 1990 da Robert Dilts, Tim Hallbom e Suzi Smith.

Il sottotitolo del libro è "Forme di pensiero che plasmano la nostra coscienza", e di per sé è decisamente chiarificatore degli argomenti che andrà ad affrontare il testo, uno dei maggiormente consigliati all’interno della programmazione neurolinguistica, disciplina psicologica poco teorica e molto operativa, fondata negli anni 60 da Richard Bandler e John Grinder e poi diffusasi enormemente, tanto nel self-help quanto nella comunicazione, tanto nella psicologia quanto nel mondo aziendale latu sensu (in effetto ora è persino difficile trovare qualche corso o relatore o disciplina moderna che non abbia nulla a che fare con essa).

Come altri testi di pnl (acronimo per programmazione neurolinguistica), anche Convinzioni pesca a piene mani dal campionario tipico del modello psicologico, proponendo tutti i suoi principali strumenti: le ristrutturazioni (in inglese reframe), le sottomodalità (submodalities), la scozzata (swish… e in questo caso il termine inglese è molto migliore).

Anche se, come intuibile dal nome del libro, esso si concentra soprattutto sulle convinzioni, ossia su ciò che, stando alla base della nostra personalità, ne determina poi lo sviluppo in termini di azione, successo e felicità.

L’importanza delle credenze personali è già stata abbondantemente studiata ed illustrata da moltissime discipline e scienze sociali (si pensi alla profezia che si autoavvera, o molto più semplicemente al fatto che chi crede di non poter fare qualcosa neanche ci proverà, e dunque andrà a dar corpo proprio alla sua credenza limitante: “che tu creda o meno di riuscire a fare qualcosa, avrai comunque ragione”, disse Henry Ford), per cui non mi dilungo su questo punto.

Né si dilunga Convinzioni di Robert Dilts e soci, che viceversa si concentra sull’aspetto pratico (in pieno stile pnl), ossia su come modificare le proprie convinzioni in modo strutturale, generando un cambiamento di prospettiva che inevitabilmente andrà a incidere sulle proprie azioni e quindi sulla propria esistenza.

Concludo con due punti.
Il primo è il seguente: al di là di quanto si può essere o meno interessati alle tematiche psicologiche, allo sviluppo personale e, nel dettaglio, alla programmazione neurolinguistica, occorre sottolineare come quasi sempre nei suoi autori e nel relativi testi prevalgano le convinzioni e le suggestioni positive, fatto che rende tali letture produttive e positive.

Produttive, a maggior ragione, se si svolgono anche gli esercizi suggeriti di volta in volta (e questo è il secondo punto: come in tutte le cose, quando ci si applica si ottengono risultati, e quando non ci si applica non si ottiene niente).

E, a proposito di pratica, se siete interessati al miglioramento personale, vi suggerisco l’altro mio sito, dedicato esclusivamente a tale ambito: Una vita fantastica!

Fosco Del Nero


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