Titolo: Veleno.
Scrittore: Raffaele Serafini, Fabio Lastrucci, Rossella Anelli, Lorenza Ghinelli.
Genere: racconti, horror.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Anno: 2009.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Uscita nell’aprile del 2009, Veleno è l’ultima - in ordine di uscita - antologia collettiva della collana “fantastico e altri orrori” curata da Vincenzo Spasaro ed edita dalle Edizioni il Foglio.

Da un punto di vista generale, l’opera è composta da dieci racconti piuttosto brevi (si va dalle 10 pagine di Babysitter alle 32 di Perché i topi non tornano) e anche fin troppo variegati tra loro, sia per tematiche che per stili narrativi.
Mi preme soprattutto soffermarmi su questo aspetto. Dalla lettura dei vari testi, sembra emergere un’intenzione iniziale di dar vita a un raccolta pulp dalle contaminazioni (porno) erotiche, poi “abortita”, seppur parzialmente, con l’introduzione di storie di stampo classico che poco hanno in comune con il primo blocco di racconti. Questo, come si può facilmente intuire, non offre un quid al testo, piuttosto fa emergere una confusione resa ancor più evidente dall’anello che dovrebbe legare tutti i racconti: il veleno.

Spasaro, infatti, anticipa ogni racconto con l’inserimento di piccole frasi che vedono il veleno (naturale o animale) come protagonista, senza poi che questo abbia alcuna incidenza (neppure metaforica) sui singoli racconti.

Ci sono anche problemi di editing e di formattazione testo (vizi di solito sono assenti negli altri libri della collana) sia per quanto concerne i dialoghi (si mettono le lineette di chiusura dialogo anche quando non occorrono) che per la presenza di refusi (il più comune è la “e” seguita da apostrofo per rappresentare la “è” maiuscola). Sia chiaro, niente di grave e comunque limitato a pochi casi, tuttavia è dovere farlo presente.
Spese queste considerazioni generali, veniamo allo specifico.

La raccolta si apre con Spirale di Raffaele Serafini, autore conosciuto in rete soprattutto per le sue recensioni irriverenti e spesso sopra le righe. Il racconto è probabilmente il più “personale” (per lo stile) del lotto e per questo merita attenzione (e pure una seconda rilettura). A mio avviso, è un po’ troppo ridondante perché costruito quasi interamente sulle sensazioni personali della protagonista, con conseguente appesantimento dell’azione (limitata ad alcuni flashback e a un epilogo finale descritto, bisogna dare atto, con grande maestria onirica). Il soggetto ruota attorno all’incapacità di una ragazza di raggiungere l’orgasmo e si snoda, lentamente, tra esperienze sessuali poco gratificanti, fino a sconfinare in un finale bizzarro dalla forte componente fantastico/metaforica. Poco convincente, sempre ad avviso del recensore, la punteggiatura, discreti invece – da un punto di vista stilistico - alcuni passaggi narrativi.

Dopo un testo che potrebbe benissimo far parte di un volume pulp, si passa a un elaborato, firmato dal campano Fabio Lastrucci, che “naviga” dalle parti del noir. Pozzanghere gelate, questo il titolo della storia, è un racconto scritto quasi per istantanee, incentrato sulla figura di un serial killer braccato dai ricordi di un’infanzia soffocata da un episodio violento che le ha impedito di sbocciare. È probabile che una trattazione “spalmata” su più pagine avrebbe permesso di sfruttare meglio il soggetto, in modo da rendere più coinvolgente la storia e quindi più interessante la lettura.

Si prosegue per la via del giallo-noir, seppure mascherato da horror, con Dolci sogni di Rossella Anelli. Qui siamo alle prese con un soggetto piuttosto classico (violenze in famiglia), ma trattato con classe e bravura dalla scrittrice. L’Anelli coinvolge dalla prima all’ultima pagina e fa quello per cui è pagato uno scrittore di gialli: ribalta, a poco a poco, il ruolo dei personaggi facendo cadere il marcio sugli insospettati. A mio avviso, questo è uno dei migliori elaborati del libro.

Con il quarto racconto, Ekaton di Luca Barbieri (conosciuto per la raccolta western Five Fingers, Edizioni Il Foglio), si piega nel territorio del fantastico puro, un fantastico che mi ha fatto tornare in mente la mia amata collana degli Urania. Nella fattispecie, si parla di futuri alternativi generati dalle azioni del protagonista e interagenti con il presente. Il lettore si troverà quindi alle prese con un protagonista inseguito da degli alter ego da lui stesso creati, suo malgrado, in conseguenza di scelte tra più comportamenti alternativi. Credo che, anche in questo caso, uno sviluppo più ampio avrebbe consentito di raggiungere un migliore risultato, anche perché il soggetto è notevole.

Dopo tre racconti scritti con stili, per così dire, convenzionali, si arriva a un testo sperimentale, proposto da Lorenza Ghinelli (Il divoratore, Edizioni Il Foglio) e intitolato Babysitter. Qua ci imbattiamo con una marea di topi che imperversano in uno scantinato e che saranno connessi a una serie di scomparse umane. Il testo, come anticipato, si sviluppa con un taglio (via di mezzo tra una sceneggiatura e un testo di prosa) che rischia di non convincere né gli amanti del racconto classico (quello dei primi del ‘900 per intenderci) né quelli del “commerciale”. Buoni alcuni passaggi ad alto coefficiente macabro.

Ed eccoci giunti al giro di boa, con quello che ritengo il migliore prodotto del gruppo, cioè La Farfalla del prolifico Giovanni Buzi.
Il Clive Barker dell’underground italiano, come mi piace definirlo, sforna un pezzo pulp che ha il suo inconfondibile marchio di fabbrica: l’atmosfera malata e quella capacità di trasportare il lettore verso un diabolico finale proiettato nel fantastico onirico.
A farla da padroni, sono due ricchi possidenti intenti ad adescare prostitute; il loro fine è quello di metterle a disposizione di una creatura in fase di evoluzione fisica.

Si prosegue per la via del pulp erotico con Elena Vesnaver e il suo Il mio cuore è nero. La Vesnaver è una scrittrice apprezzata nel panorama undergorund e, anche qui, dimostra un’indubbia padronanza linguistica; la storia che presenta, tuttavia, non brilla per originalità e anche il lessico utilizzato non si caratterizza per un’impronta personale (ovviamente è un mio parere). La trama, davvero torbida e violenta, parla di un amore sadomasochista tra un uomo e una donna, con il primo che trae soddisfazione erotica solo nell’infliggere lesioni alla seconda. Finale drammatico, ma non troppo prevedibile.

Non poteva mancare il padrone di casa e cioè l’amico Gordiano Lupi (titolare della casa editrice e autore di numerosissimi testi, dalla saggistica alla narrativa). Devo però dire che in questo volume non viene proposto uno dei suoi migliori cavalli di battaglia, bensì un onesto giallo mascherato da horror dal titolo La villa dei lamenti; peraltro, per l’occasione, il testo è stato reso più coinvolgente dall’editing di Spasaro rispetto alla versione originale (che potrete leggere in Cattive storie di provincia).

Penultimo racconto è quello di Maurizio Cometto, una delle promesse della scuderia de l’Edizioni Il Foglio, con il suo Via da Magniverde. Si tratta di una storia fantastica che racconta, in chiave metaforica e pessimista, il passaggio dall’infanzia alla maturazione. Ritmo sollecito, sviluppo brillante. Si lascia leggere con piacere.

Il volume si chiude, così come era iniziato, con una “bizzarria pulp”: Perché i topi non tornano, per la firma di Marco Crescimbeni. L’autore propone una sorta di Re-Animator, ma in una salsa molto più grottesca e ironica, senza disdegnare passaggi macabri e incursioni nel porno. Il racconto è senz’altro spassoso, ma, secondo me, tende a voler mettere troppa carne al fuoco e fare un bel concentrato di tutto e un po’; a ogni buon conto, è uno dei racconti più spensierati e irriverenti dell’antologia.

Due parole per concludere. Direi che Veleno è un libro che si legge bene e che annovera varie storie che non si lasceranno dimenticare facilmente, ma che non è esente da vizi (alcuni eliminabili con un’ipotetica seconda edizione) e che è privo di una matrice unitaria.

Matteo Mancini


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Titolo: Gocce di cristallo nero.
Scrittore: Mariarita Cupersito.
Genere: horror, gotico.
Editore: Gds Edizioni.
Anno: 2009.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Gocce di cristallo nero è una raccolta di cinque testi horror dalla forte impronta gotica.
La giovane Mariarita Cupersito, infatti, intesse trame che richiamano alla mente gli scenari tipici di autori quali Edward Frederick Benson o Sheridan Le Fanu, non disdegnando – in taluni casi – di ricorrere a epiloghi in stile Ambrose Bierce.

Siamo quindi alle prese con un’opera che trova nell’orrore classico la sua fonte ispiratrice, sia per quel che riguarda i soggetti trattati che, soprattutto, per il curato stile narrativo.

La raccolta ha inizio con Ossessione, ovvero la storia di un amore impossibile e malato che costringe il protagonista a ridursi in uno stato di schiavitù psicologica. Il racconto, seppur dal soggetto non originalissimo, è gestito molto bene ed è strutturato in modo tale da colpire il lettore con un colpo finale a effetto.

Si passa poi a uno dei migliori elaborati del lotto, cioè In prossimità del bosco.
Ancora una volta, viene proposta al lettore una vicenda che prende le mosse da un amore impossibile per evolvere in un’ossessione che sconfinerà in follia.
Come il racconto di apertura siamo dunque alle prese col binomio amore impossibile/ossessione, tuttavia la vicenda assume toni più drammatici, abbandonando la connotazione esoterica/fantastica che trapelava dal primo testo.

Negli altri tre racconti, invece, l’autrice traccia un profilo assai morboso e cupo delle famiglie nobiliari di un tempo. In questi testi, infatti, ci troviamo al cospetto di personaggi che ricorrono ad atteggiamenti subdoli e mendaci fino a macchiarsi la coscienza con omicidi orchestrati in modo tale da passare per eventi naturali o riconducibili all’intercessione di entità ultraterrene.

Al di là di tali aspetti, poi, è sempre presente il terrore delle deformazioni fisiche ereditarie che paiono perseguitare queste famiglie e incidere negativamente sulla loro integrazione sociale. A fare da collante al trittico di racconti è il classico castello gotico cui si accede in sella a destrieri o a bordo di carrozze.

Scendiamo adesso nel dettaglio.
Ne La Signora Horwood un nobile uomo pare affetto da una strana maledizione: le donne che sposa finiscono tutte con il morire nel giro di pochi giorni.
In Lady Catherine un padre di sangue blu cerca di dare in sposa la figlia a un nobile, ma il tentativo fallisce a causa di un difetto ereditario molto particolare.
Nell’ultimo racconto, La figlia di Lord Douglas, una donna viene condannata a morte per aver concepito un mostro; dietro all’evento però non c’è nessun patto diabolico, ma qualcosa di decisamente più materiale di cui il marito non è a conoscenza.

Per quanto concerne la confezione, il libro si presenta in un formato semplicissimo (le pagine e la copertina non sono rilegate, ma spillate) ma sufficientemente curato, proponendo un discreto rapporto qualità/prezzo.

In conclusione, Gocce di cristallo nero di Mariarita Cupersito è un discreto prodotto per un’autrice alle prime esperienze e che, vista l’indubbia predisposizione, spero saprà togliersi delle soddisfazioni (letterarie) nell’immediato futuro.

Matteo Mancini


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Titolo: Le case maledette.
Scrittore: Ernest Hoffmann Price, George Stroup, Arthur Burks, Albert Graham, Henry Lieferant.
Editore: Newton Compton.
Anno: vari.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Con la recensione di oggi torniamo al genere horror, da un po’ di tempo assente dalle pagine virtuali di Libri e Romanzi; il candidato che colmerà tale lacuna è Le case maledette, piccola antologia horror curata da Newton Compton e dedicata per l’appunto al tema delle case infestate.

Certamente, si tratta di un tema tra i più affascinanti dell’intero panorama delle storie del terrore, e non a caso tra i più praticati.

Questo volume, appartenente agli ormai mitici volumi economici della Newton Compton (che ha accompagnato diverse generazioni di appassionati di narrativa orrorifica e fantastica in generale), si compone nel dettaglio di cinque storie.

I racconti presenti sono i seguenti: La pensione di E. Hoffmann Price, Casa Troon di George Stroup, La camera sul pianerottolo di Arthur J. Burks, La casa dannata di Albert Graham e infine La casa dei suicidi di Henry Lieferant.

Autori non particolarmente conosciuti al grande pubblico, ma magari noti agli appassionati della nicchia horror, e specialmente dell’horror vecchia maniera, un po’ retrò.

Il volume in copertina promette delle storie agghiaccianti, e occorre dire che la pubblicazione mantiene le sue promesse, con le cinque storie che si rivelano, se non proprio agghiaccianti, quantomeno suggestive e interessanti.

Nel dettaglio, particolarmente interessante risulta Casa Troon, il racconto di George Stroup.

In definitiva, Le case maledette si rivela una buona antologia (breve, come abbiamo detto), un testo di buon rilievo che si legge velocemente e con piacere, e che certamente può essere consigliato.
Gli appassionati del genere horror e del sottogenere delle case infestate, poi, non se lo possono perdere.

Fosco Del Nero


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