Titolo: Il settimo figlio (Seventh son).
Scrittore: Orson Scott Card.
Genere: fantastico, fantasy, ucronia.
Editore: Tea.
Anno: 1987.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Dopo molto tempo, Orson Scott Card ritorna sulle pagine virtuali di Libri e Romanzi, alla sua nona comparsa dopo Il custode dell'uomoIl gioco di EnderI ribelli di Treason, I giorni del cervo, Domani le stelleIl riscatto di EnderEnder III - Xenocidio, E per noi le stelle.

È evidente che si tratta di uno scrittore che gradisco molto, e anzi ritengo che alcuni di questi libri siano veri e propri capolavori della narrativa (non lo penso solo io, a scanso di equivoci…), in primis Il gioco di Ender, non a caso pluripremiato.

È un peccato anzi che Orson Scott Card sia poco conosciuto qua in Italia, tanto che è difficile reperire molti dei suoi libri (ma se li trovate comprateli al volo tutti).

Se la sua saga più nota è certamente quella di Ender Wiggin, è certamente molto apprezzata anche quella di Alvin Miller, come la precedente pubblicata solo in parte.
Fatto che comunque non mi ha disincentivato dal comprare Il settimo figlio, Il profeta dalla pelle rossa e Alvin l'apprendista, per l’appunto i primi tre romanzi della serie, di cui ora recensisco il primo.

In breve ecco la sintesi della trama de Il settimo figlio: ci troviamo in America del Nord, ma in un’America in cui la storia ha preso una piega diversa da quella reale: Washington è stato giustiziato per altro tradimento, la Gran Bretagna ancora esercita la sua influenza, bianchi e rossi stanno lottando per la terra…

… e tutto è immerso in un’atfmosfera di magia, superstizione, talismani, talenti e sensibilità particolari.

Insomma, siamo in ambito fantastico, come peraltro ci sarebbe stato da attendersi da Orson Scott Card.

Le vicende de Il settimo figlio ruotano intorno alla famiglia di Alvin Miller, settimo figlio che a sua volta dà vita a un settimo figlio, il quale, come vuole la tradizione, sembra dotato di particolari poteri…

Alcuni punti forti dello scrittore canadese sono presenti anche in questo libro: come detto, il genere fantastico, la grande componente psicologico-relazionale, i grandi salti temporali e le vicende di ampio respiro, in cui si scontrano personaggi umani ma anche forze invisibili.

Come sempre quando si ha a che fare con O.S. Card, i personaggi sono ben caratterizzati, tanto da sembrare vivi, l’ambientazione è credibile e palpabile, e le vicende narrate assai coinvolgenti.

In conclusione, Il settimo figlio è l’ennesimo ottimo romanzo che leggo di Orson Scott Card, uno scrittore che finora, a dispetto dei ben nove libri letti, non mi ha mai deluso, cosa mica da poco… ovviamente consigliato.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’ombra della profezia (A feast for crows - Book fourth of a song of ice and fire).
Scrittore: George G. Martin.
Genere: fantasy, epico.
Editore: Mondadori.
Anno: 2005.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Con L’ombra della profezia ho completato la lettura del ciclo de Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George Martin.

O, per essere più precisi, dei romanzi finora pubblicati in italiano, sarebbe a dire:  Il trono di spadeIl grande invernoIl regno dei lupi e La regina dei draghi e Tempesta di spadeI fiumi di guerra, Il portale delle tenebre, Il dominio della regina e infine, per l’appunto, L’ombra della profezia, che è il nono libro solo in Italia, comunque, visto che la Mondadori ha diviso in più parti i romanzi originari di Martin: in effetti L’ombra della profezia è la seconda parte del suo quarto romanzo.

Detta della scelta dell’editore italiano, passiamo ora alla scelta dello stesso Martin, il quale, alle prese con numerosi personaggi e altrettanti punti di vista, ha deciso di riportare in questo libro alcuni dei personaggi principali, e segnatamente Cersei Lannister, Jaime Lannister, Samwell Tarly, Brienne di Tarth, Sansa Stark, lasciando invece al di fuori di questa narrazione Tyrion Lannister, Jon Snow, Stannis Baratheon, Davos Seaworth, Daenerys Targaryen.

In poche parole, L’ombra della profezia si concentra su Approdo del Re, mentre il resto dei Sette Regni lo si vedrà nel prossimo libro.

Anche in questo ennesimo romanzo de Le cronache del ghiaccio e del fuoco ho avuto la stessa sensazione degli ultimi due, benché un poco più attutita: forse il diminuito interesse è relativo alla scomparsa di alcuni personaggi principali (molti Stark, stringi stringi), o forse al fatto che, terminata la Guerra dei cinque re, a tratti sembra che Martin la stia tirando un po’ troppo per le lunghe, peraltro prospettando continui capovolgimenti di scena…

…rimane comunque il fatto che ho divorato anche questo libro in pochi giorni, e che, ora che non ne ho altri da leggere, già sto rimpiangendo Le cronache del ghiaccio e del fuoco, uno dei cicli epico-fantasy più spettacolari che abbia mai letto.

Anzi, per dirla tutta con Martin ho raggiunto vette di coinvolgimento narrativo di cui finora avevo avuto esperienza solo con alcuni scrittori, come Orson Scott Card, Michael Ende, Isaac Asimov, J.K. Rowling, Jack Vance, etc.

Tutti autori fantastici, tra fantasy e fantascienza, anche se mi preme precisare che, per quanto ne Le cronache del ghiaccio e del fuoco vi siano ugualmente elementi fantastici, esse più che altro hanno un focus su diplomazia, relazioni, battaglia, passione.
Insomma, cose molto pratiche e umane…

In conclusione, George Martin è uno scrittore che vi consiglio senza alcun dubbio.

Fosco Del Nero


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Titolo: Tito di Gormenghast (Tito of Gormenghast).
Scrittore: Mervin Peake.
Genere: surreale, commedia.
Editore: Adelphi.
Anno: 1946.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Dopo un’abbuffata di George Martin (non ancora terminata, visto che manca la recensione dell’ultimo libro delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco), cambiamo scrittore e genere, in modo marcato peraltro.
Il libro oggetto di questa recensione difatti è Tito di Gormenghast, di Mervin Peake.

Peake è uno scrittore inglese che deve la sua fama (notevole nei paesi anglosassoni, riservata a una nicchia di appassionati qua da noi) proprio al ciclo di Gormenghast, composto dai tre libri Tito di Gormenghast, Gormenghast e Via da Gormenghast.

Tra l’altro, Mervyn Peake, vissuto tra il 1911 e il 1968, fu anche un poeta e un pittore-illustratore; sono rimaste famose le sue illustrazioni di alcuni classici della letteratura, come Alice nel paese delle meraviglie o Lo strano caso del dr. Jekyll e di mr. Hyde.

Alcuni accostano Peake al genere fantasy, ma evidentemente si tratta di persone che non si intendono molto di letteratura fantastica, visto che a Tito di Gormenghast (ma presumo anche agli altri due libri della saga) manga la componente magico-immaginifica che lo iscriverebbe a buon diritto nel genere suddetto.

Più precisamente, il romanzo è permeato da una perenne atmosfera surreale, che oscilla tra l’ambientazione goticheggiante e la prosa barocca dello scrittore, che anzi colpisce per un vocabolario e un manierismo espressivo incredibilmente ricco.
Lo dico chiaramente: di rado in passato mi è capitato di avere di fronte un lessico e una costruzione linguistica così ben congegnati, e la cosa onestamente mi ha fatto molto piacere, e questo in barba ai principi di scrittura efficace che propugnano uno stile di scrittura essenziale e ridotto.

Altra cosa che molti manuali del settore consigliano è la presenza di un protagonista principale, e di una “mission” ben precisa, ambo cose che mancano in Tito di Gormenghast, romanzo che non propone un punto di vista dominante, e che, soprattutto, non presenta una trama in senso classico: buoni contro cattivi, eroe positivo che deve raggiungere un certo risultato, etc.

Mervyn Peake difatti non ci porta alcun protagonista centrale, nessun “buono”, ma semplicemente un lotto di personaggi tutti ottimamente caratterizzati, da Lisca al conte Sepulcrio, da Ferraguzzo a Fucsia, da Sugna a mamma Stoppa, dalle gemelle Cora e Clarice fino al dottor Floristrazio (il mio preferito in quanto a modo di parlare, a tratti irresistibile!).

Il ritmo della narrazione è lento: parte lento e lento rimane, e questo sempre in barba ai principi di scrittura efficace, ma procede con una sua forza interna, costante e inesorabile, tanto che si arriva abbastanza agilmente a leggere la pagina numero cinquecentoquarantasei che conclude la storia, anche grazie a un tono leggero e pervaso da un umorismo vivace, non generato da battute e motteggi, ma da tutto il contesto di Gormenghast, luogo in cui sembra davvero di stare durante la lettura del romanzo.

In tal senso, Tito di Gormenghast più che un romanzo in senso classico (introduzione, sviluppo personaggi e storia, epilogo finale) sembra più documentario verbale sul castello di Gormenghast e sulla stirpe dei De' Lamenti, oppure, se vogliamo cambiare arte, una sorta di affresco del suddetto mondo, realizzato con pennellate numerose e colorate (e certamente non è un caso che lo scrittore fosse anche un pittore).

In definitiva, Mervyn Peake mi è proprio piaciuto, e lo consiglio senza indugio agli amanti delle atmosfere surreali e della prosa ricca e sofisticata.

Fosco Del Nero


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