Titolo: Gormenghast (Gormenghast).
Scrittore: Mervyn Peake,
Genere: surreale, commedia, drammatico.
Editore: Adephi.
Anno: 1950.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Alcuni mesi fa ho pubblicato la recensione di un libro comprato un po’ alla cieca, per via di alcuni pareri positivi trovati online: si trattava di Tito di Gormenghast di Mervyn Peake.
La valutazione era stata eccellente, tanto che ho comprato anche il suo seguito: Gormenghast.

Stiamo andando un po’ indietro nel tempo, dal momento che il primo è datato 1946 e il secondo 1950, con i due libri i quali, seguiti poi da Via da Gormenghast, hanno costituito una trilogia che alcuni critici e lettori hanno paragonato per ampiezza e potenza visionari a Il signore degli anelli.

Va precisato intanto che il genere è di difficile collocazione: non si tratta di fantasy, e nemmanco di narrativa fantastica se è per quello, visto che in Gormenghast non ci sono elfi, magie o mostri. Più genericamente lo si potrebbe inscrivere nel genere surreale, posto che tanto i personaggi quanto gli eventi descritti hanno un sapore decisamente bizzarro, peraltro conditi da un lessiccheggiare altrettanto inusuale e vivace.

In realtà Gormenghast e compagni più che libri sembrano degli affreschi, e probabilmente non è un caso che Mervyn Peake fosse un disegnatore e pittore.
I personaggi che popolano il castello di Gormenghast sono tratteggiati con abili pennellate, e così il mondo interno ed esterno al castello dei De’ Lamenti, la stirpe nobiliare che domina quel luogo fuori dal tempo e dallo spazio, tanto fuori che, leggendo, sembra che non esista altro.

Mervyn Peake peraltro è uno scrittore coraggioso, che non esita a mettere fuori gioco personaggi così ben caratterizzati per proseguire la narrazione in certi binati, e difatti il tono del racconto, a tratti fiabesco, è comunque costeggiato da morti e incidenti vari.

In Gormenghast il tono della storia si fa leggermente più lugubre e cupo, tra omicidi, cospirazioni e disastri naturali, mentre in Tito di Gormenghast a prevalere era il senso del comico e del bizzarro, soprattutto grazie a personaggi come il dottor Floristrazio, le gemella Cora e Clarice, mamma Stoppa, il maggiordomo Lisca, etc.

Alcuni di essi, invece, vengono a mancare, in parte sostituiti da nuovi personaggi e ambientazioni (ma sempre all’interno dell’infinito castello di Gormenghast!), come il preside Carampanio.

Sullo sfondo di tutto e di tutti, prosegue, e anzi diventa sempre più aggressiva, la machiavellica cospirazione di Ferraguzzo, che movimenta decisamente il tutto, rendendo il secondo libro più dinamico e vivace nell’azione, anche se forse meno ispirato relativamente a personaggi e dialoghi… ma lo sto confrontando con un predecessore mica da poco, forse il libro più riuscito dal punto di vista dei dialoghi che abbia mai letto.

Insomma, anche se ho gradito leggermente meno il secondo romanzo rispetto al primo (entrambi piuttosto corposi), consiglio la lettura tanto di Tito di Gormenghast quanto di Gormenghast. E certamente non mi farò mancare il conclusivo libro della trilogia di Mervyn Peake.
Buona lettura a tutti.

Fosco Del Nero


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Titolo: La coscienza di Zeno.

Scrittore: Italo Svevo.
Genere: commedia, psicologico.
Editore: Einaudi.
Anno: 1922.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Negli ultimi mesi, tra un romanzo fantasy e un testo di saggistica, sono comparsi su Libri e Romanzi anche alcuni classici, tra cui Il fu Mattia Pascal, I Malavoglia, Madame Bovary, Il piacere, etc.

Quest’oggi va a far loro compagnia un altro grande classico della letteratura italiana: La coscienza di Zeno di Italo Svevo.
Si tratta, peraltro, di uno tra i libri che ho preferito in assoluto per via della sua vivacità intellettuale e della sua ironia.

Si tratta inoltre del libro conclusivo della trilogia che Italo Svevo ha dedicato alla figura dell’inetto, e segue Una vita e Senilità.

Per chi non avesse mai letto La coscienza di Zeno, ecco in sintesi la sua trama: Zeno Cosini è un uomo benestante, che tuttavia, anche a causa del rapporto conflittuale con suo padre, ha sviluppato una sorta di malessere esistenziale, che si rifletterà in praticamente ogni ambito di vita.

In cura da uno psicanalista, il dottor S., inizierà dietro suo consiglio a scrivere un diario, che poi gli consegnerà per aiutarlo nella diagnosi.
A seguito dell’immotivata interruzione della psicoterapia, il suddetto dottore, ferito nel suo orgoglio professionale, si vendicherà pubblicando le memorie del paziente, che vanno a ripercorrere tutta la sua vita, benché non in senso cronologico, quanto analogico, ossia seguendo argomenti, spunti e collegamenti.

Capitolo dopo capitolo, si viene così a scoprire la figura di Zeno Cosini, in relazione al suo rapporto col padre, al suo matrimonio, alla sua amante, agli affari, al vizio del fumo (celeberrima ormai la sua “ultima sigaretta”).

Di impianto narrativo molto originale e innovativo, La coscienza di Zeno è il capolavoro indiscusso di Italo Svevo, che ha reso celebre tanto il personaggio di Zeno Cosini quanto la figura del’inetto da lui rappresentata. Sorta di prolungamento della corrente letteraria decadentista, da essa si separa tuttavia per la narrazione più moderna e temporalmente “disciolta”, nonché per il passaggio dalla tragicità esistenziale all’incapacità di vivere, vista con occhi ironici.

Dopo tutto il bailamme psicologico-analitico, peraltro, Zeno scopre che la sua malattia lo rende capace di autoanalisi e quindi di miglioramento, mentre il resto del mondo, cosiddetto "normale", prosegue identico a se stesso, senza dunque alcuna evoluzione.
Da qui passa la presa di coscienza e l’accettazione dei propri limiti.

In conclusione, La coscienza di Zeno di Italo Svevo è un romanzo ricchissimo di spunti psicologici e di ironia, abbinamento che personalmente troppo assai gradevole.

Fosco Del Nero


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