Titolo: RQI - Il segreto dell'auto-star-bene.
Scrittore: Marco Fincati.
Genere: benessere.
Editore: Qinstitute.
Anno: 2014.
Dove lo trovi: qui.


L’articolo di oggi è una preview, e segnatamente la preview del libro di Marco Fincati RQI - Il segreto dell'auto-star-bene, sorta di messa su carta dei principi del metodo RQI, elaborato dallo stesso autore e finalizzato al benessere personale ad ampio raggio.

Che arriva “su carta” dopo tanti seminari dal vivo e testimonianze di successo della tecnica, comprese anche guarigioni improvvise…
… tanto che il libro annunci di se stesso: “Questo libro è un passo fondamentale per capire ciò che è possibile fare della nostra vita”.

Se il metodo pratico è stato elaborato da Marco Fincati, esso si basa su premesse teoriche di altri autori, e ben famosi: Gregg Braden, Bruce Lipton, Salvatore Brizzi, Vittorio Marchi, Emilio Del Giudice… e spaziamo così dalla biologia all’alimentazione alla fisica quantistica.

Fincati, parlando del suo metodo, lo definisce uno “strumento pratico, semplice e accessibile a tutti”, e per l’appunto il libro si propone di diffondere il metodo RQI al di là degli eventi dal vivo, cui notoriamente alcune persone vanno e altre no (e viceversa per i libri: alcuni li leggono e altri no).

Gli ambiti di applicazione del metodo RQI, ci dice sempre l’autore, sono tanti: la salute, il lavoro, l’autostima, la felicità in generale. 
Fincati ci parla difatti di come funzionano la nostra mente e l’inconscio, e di come funzionano informazioni e vibrazioni, cose quindi di applicazione generale.

Contando che RQI - Il segreto dell'auto-star-bene costa abbastanza poco e non è troppo pesante come testo (250 pagine), può valere la pena dare una possibilità al libro di Marco Fincati e al suo metodo, sia che si abbia un problema da risolvere, sia per sapere qualcosa di utile in più.

Fosco Del Nero


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Titolo: La cacciatrice di fate (The falconer).
Scrittore: Elizabeth May.
Genere: fantastico, horror, sentimentale.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2013.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Mi è arrivato La cacciatrice di fate in regalo e me lo sono letto al volo, praticamente senza sapere nulla dell’autrice o persino del genere.
L’unica cosa facilmente intuibile dal titolo e dalla quarta di copertina (tra l’altro molto belle entrambe le pagine) era che si trattava di un romanzo fantastico con uno sfondo d’azione, se non proprio orrorifico.

La storia, scritta dalla giovane Elizabeth May, è la seguente: Aileana è una nobile ragazza scozzese la quale, nel 1844, passa il suo tempo in modo molto diverso dalle sue coetanee, tutte attente ai balli e alle proposte di matrimonio.

Lei difatti combatte e uccide le fate, dal giorno in cui una fata ha ucciso in modo barbaro sua madre, e proprio di fronte ai suoi occhi, inducendo peraltro alcune persone a pensare che proprio la figlia fosse l’assassina.

Aileana è aiutata nella sua impresa di vendetta da Kiaran, a sua volta fata, e del genere più potente e affascinante, tanto che i sentimenti della ragazza nei suoi confronti ondeggiano tra fastidio (per il fatto che egli stesso è una fata e per i suoi tanti segreti e silenzi) e attrazione (per il fascino magnetico che emana). 
Ad aiutarla, anche Derrick, un pixie, ossia una piccola fata, che vive peraltro nel suo armadio.

La cacciatrice di fate, stringi stringi, rientra nel filone del moderno romanzo fantastico per adolescenti in stile Twilight; solo che in questo caso non ci sono vampiri affascinanti, ma fate affascinanti. Entrambe le categorie uccidono, e in ambo i casi una giovanissima ragazza umana si infatua di un esponente della categoria assassina… che però non è cattivo.

A salvare La cacciatrice di fate dalla sua banalità di fondo è il buon livello di scrittura dell’autrice, col romanzo che scivola via volentieri, molto ben dosato nelle sue scene e molto ben scritto dal punto di vista linguistico.

La sufficienza mediana risultante da tutto ciò è però persa per via del finale: a fine libro ci si rende conto che La cacciatrice di fate non è un romanzo, ma il primo capitolo di una storia. Cioè, per intenderci, non termina, ma si ferma bruscamente nel bel mezzo dell’azione, senza alcun finale, neanche parziale, cosa che ritengo grave e anzi poco rispettosa nei confronti del lettore.

Ad ogni modo, ora che sapete questo, decidete pure se vi va di leggere il libro di Elizabeth May.

Fosco Del Nero


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Titolo: La porta dell’infinito (Gateway).
Scrittore: Frederik Pohl.
Genere: fantascienza.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1977.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Gli appassionati di fantascienza conosceranno bene i principali premi dedicati a questo genere narrativo: il premio Hugo, il premio Nebula, il premio Campbell, il premio Locus.
Oggi recensisco un libro che li ha vinti tutti e quattro nell’ormai lontano 1978: La porta dell’infinito di Frederik Pohl, altro nome che certamente non giungerà nuovo agli appassionati del settore.

Sfortunatamente, il libro non mi è piaciuto quanto il suo blasone avrebbe lasciato supporre, per i motivi che dirò poi.

Per il momento, però, vado a tracciare la trama, che peraltro è l’elemento più interessante dell’opera: siamo in un futuro in cui i viaggi nello spazio sono all’ordine del giorno, e in cui un’esploratore spaziale ha scoperto per caso Gateway, nome di un asteroide cavo costruito dagli Hechee, civiltà di cui non si conosce nulla se non il livello tecnologico.

Di questo livello tecnologico fanno parte tante astronavi con le rotte preimpostate: il problema per gli uomini è quindi non sapere dove si sta andando e quanto tempo ci si mette, e persino non sapere se si ritornerà vivi. Come è un terno al lotto ciò che si troverà durante la rotta: antichi reperti, nuovi pianeti, nuovi asteroidi, nuove tecnologie, etc.
È così che si è sviluppata la categoria dei cercatori, persone che di mestiere rischiano la propria vita, in cambio ovviamente di ritorni economici sostanziosi in caso di scoperte rilevanti.

Uno di questi è Robinette Broadhed, giusto su Gateway dopo aver vinto a una lotteria ma timoroso dei suddetti viaggi, tanto che vivacchia sull’asteroide con la compagna Klara, lei già “uscita e vittoriosa”.

Il romanzo alterna il racconto della vita di Rob, tra Klara e i vari altri colleghi di asteroide, e le sedute psichiatrice con Sigfrid, macchinario specializzato in psicoterapia che analizza Rob in un imprecisato futuro, che poi convergerà con il racconto di vita vissuta nella fine del libro.

Come intermezzo, ogni tanto spuntano degli annunci, utili a dare corpo e sostanza alla vita su Gateway.

Ora passiamo al mio commento del romanzo, che è un commento da vecchio appassionato di letteratura fantascientifica e fantastica in generale, di cui m’invaghii da adolescente e che non si è mai assopita, appassionato quindi ben avvezzo ad autori quali A.E. Van VogtI. AsimovL. Del ReyL.S. De CampH. KuttnerC. L. MooreT. LeeF. Leiber, per citare solo i primi che mi vengono in mente.

L’idea di fondo del romanzo è molto buona, eccellente persino, ed è senza dubbio questa che ha fatto vincere tutti quei premi a Frederik Pohl, anch’esso uno degli esponenti della cosiddetta Età dell’Oro della fantascienza, benché della sua parte finale. 

Tuttavia, al libro manca spessore umano, mancano qualità emotive, cosa che si vede anche nei dialoghi, spesso intellettuali e aridi, ma privi di mordente.
A ben guardare, in effetti, tutto il romanzo ruota non parla di altro che di alcune ipotesi scientifiche, di psicanalisi e di denaro-materialità.

In questo senso, mi sono trovato perfettamente d’accordo con il curatore dell’opera, che nell’introduzione sottolineava che nella lunga collaborazione letteraria con Cyril Kornbluth quest’ultimo curava la profondità dei personaggi e i dialoghi, mentre Frederik Pohl ci metteva le sue idee brillanti e originali.

Insomma, per me La porta dell’infinito di Frederik Pohl, romanzo di apertura del Ciclo degli Hechee, si merita solo una sufficienza e poco più, mentre l’idea di fondo a mio avviso avrebbe potuto (e dovuto!) essere esplorata diversamente.

Fosco Del Nero


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