Titolo: L’età dei dinosauri - Time machine 1 (Search for dinosaurs - Time machine).
Scrittore: David Bischoff.
Genere: librogame, fantascienza, avventura, storia.
Editore: E.L.
Anno: 1984.
Voto: 6.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Finora non avevo mai letto un librogame della serie Time machine: da ragazzino non ne avevo mai comprato, probabilmente perché appartenevano alla categoria dei librigame sottili, come anche Detective Club o Avventure stellari, i quali infatti avevo ugualmente ignorato perché mi sembravano meno convenienti nel rapporto tra prezzo e dimensioni.

Rimedio ora, da grande, con la lettura de L’età dei dinosauri, il primo libro della serie Time machine, scritto da tale David Bischoff nel 1984.

Il titolo della serie e il titolo del libro, abbinati, dicono praticamente tutto: il protagonista dell’opera è in possesso di una macchina del tempo, e si deve recare di volta in volta in un certo periodo storico al fine di verificare qualcosa, ciò in cui consiste la sua missione.

In questo caso, si tratta di individuare un particolare animale, vissuto nel periodo dei dinosauri, sorta di punto mediano tra i dinosauri volanti di allora e i moderni uccelli.
Ecco che il protagonista del libro, ossia noi, si troverà a volare i vari periodi storici delle ere dei dinosauri al fine di scovare il fantomatico dinosauro-uccello.

Le regole del librogame in questione sono davvero semplicissime: non c’è da costruire un profilo, non vi sono dadi o punti da distribuire, né oggetti da cercare e portarsi appresso, ma c'è solo da scegliere tra un paragrafo e un altro, fino alla conclusione della storia.
Non si può nemmeno morire, ma al massimo si rimane rallentati e si deve riprendere da un punto già passato, fino ad imboccare la via che ci farà uscire dal labirinto.

Come detto, il libro è sottile, per cui si legge discretamente velocemente… anche se in realtà c’è la possibilità di doverlo leggere tutto, cosa al contrario insolita per i librigame con più vie possibili, in cui dunque tanti paragrafi rimangono inesplorati.

Personalmente, ho gradito discretamente L’età dei dinosauri, e in generale la struttura della serie Time machine: è leggera ma al contempo vivace e anche didattica, molto adatta a insegnare qualcosa di un certo periodo storico ai più piccoli… ma anche ai grandi.
Appuntamento con il volume successivo, Le sorgenti del Nilo.

Fosco Del Nero


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Titolo: La lama sottile - Queste oscure materie 2 (The subtle knife).
Scrittore: Philip Pullman.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Salani.
Anno: 1997.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Una volta letto La bussola d’oro, primo romanzo della saga Queste oscure materie, di Philip Pullman, era inevitabile che leggessi anche La lama sottile, il secondo romanzo della trilogia in questione…
… non fosse altro per il fatto che avevo comprato il volume contenente tutte e tre i romanzi.

Romanzi che, a quanto pare, sono collegati piuttosto strettamente l’uno all’altro, tanto che non è il caso di leggerseli separatamente, ma solo, per l’appunto, come saga intera.

Difatti, come La bussola d’oro si era interrotto nel bel mezzo dell’azione (e che azione: Lord Asriel che apre una porta su altri mondi), così La lama sottile finisce mentre qualcosa sta succedendo, tanto che non si sa bene che fine abbia fatto la protagonista Lyra.

Che in questo libro, tuttavia, è “solo” co-protagonista, visto che deve dividere la scena con Will, che anzi avvia le danze, con la ragazzina che subentra in seguito, per poi fare squadra col ragazzo.
Ecco appunto la trama sommaria de La lama sottile: Will è un ragazzino che vive nella Oxford del nostro mondo, e che ha numerosi problemi, a cominciare da una madre non sempre lucida mentalmente, continuando poi con degli strani uomini che li perseguitano alla ricerca di qualche segreto di suo padre, scomparso molti anni orsono. Fuggendo da essi, il ragazzo finisce a Cittagazze, una città in un altro mondo, dove si trovano quasi solo bambini, visto che gli adulti sono cacciati e sostanzialmente uccisi dai cosiddetti Spettri, entità invisibili ai bambini e che si nutrono dell’energia degli adulti, rendendoli praticamente vegetali, vivi ma morti.
Il caso vuole che a Cittagazze sia finita anche Lyra, dopo essere passata in un portale aperto da Lord Asriel nel suo mondo, quello in cui era ambientato La bussola d’oro: i due si incontreranno e, dopo un abbrivio un po’ ostile, faranno comunella, aiutandosi nei rispettivi obiettivi… che in breve tempo andranno a coincidere.

Confluiranno nella storia anche Mary Malone, scienziata del nostro mondo, Stanislaus Grumman, viaggiatore interdimensionale, e la solita signora Coulter, che poi è la madre di Lyra, e che a quanto pare è sempre sul pezzo.
E ovviamente il daimon di Lyra Pantalaimon.
E le streghe, e il solito pilota Lee Scoresby.
Ah, e anche dei misteriosi angeli.
Niente orsi corazzati, invece, e nemmeno Gyziani.

Devo dirlo: rispetto a La bussola d’oro, La lama sottile fa un deciso passo indietro: la trama si infittisce, ma non nel senso positivo del termine: il tutto diviene un po’ contorto, poco fluido. E, per larghi versi, poco credibile.
D’accordo che siamo nel fantasy, e in un fantasy ben vivace, ma a volte si chiede troppo alla sospensione dell’incredulità del lettore. 

Peraltro, ciò che era l’elemento più interessante del primo volume, ossia il rapporto tra gli esseri umani e i loro daimon, che poi erano le loro anime, viene qui messo da parte.

In questo secondo romanzo, invece, si esplora maggiormente un altro elemento: gli Spettri e il loro nutrirsi dell’anima degli adulti, che difatti dopo essere stati attaccati da loro sono come morti/svuotati.
Solo due anni dopo, J.K. Rowling introduceva le figure dei Dissennatori, assai simili agli spettri di Pullman.
I quali a loro volta ricordavano molto da vicino i Voladores di Castaneda, descritti in tutta la sua bibligorafia (1968-1998), e di cui gli ha parlato il suo amico sciamano.
Andando ancora indietro nella letteratura, si arriva fino ai Vitoni di Schiavi degli invisibili (Eric Frank Russell, 1943), a cui invece la questione è stata sottoposta da un medium famoso all'epoca. Ma tanti altri ne hanno parlato in tutto il mondo, e in ogni tempo, chiamando le suddette creature in modo diverso (demoni, aggregati energetici, eteri, pendoli, etc).

Ciò certamente non è un caso, visto che Philip Pullman è famoso per interessarsi a tematiche esistenziali, e con tutta probabilità si è imbattuto anche lui nel fenomeno, raccontandolo a suo modo.

Ad ogni modo, La lama sottile mi è piaciuto discretamente, ma molto meno del suo predecessore;, e spero meno anche del suo successore, Il cannocchiale d'ambra.

Fosco Del Nero


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Titolo: La bussola d’oro - Queste oscure materie 1 (Northern lights).
Scrittore: Philip Pullman.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Salani.
Anno: 1995.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Anni fa avevo visto il film La bussola d’oro, conversione cinematografica dell’omonimo romanzo di Philip Pullman, il primo libro della trilogia intitolata Queste oscure materie, e mi era piaciuto discretamente, anche se si intuiva una qualche mancanza rispetto al libro di origine… come peraltro sovente capita per le conversioni filmiche (invero, è raro quando ciò non succede, ed è ovviamente grande merito del regista di turno).

Del film tuttavia non mi ricordavo molto, se non che si trattava di una qualche rivisitazione del nostro mondo, con tanto di nazioni e geografie similari (Inghilterra, Lapponia, etc), che si passava da un college britannico ai ghiacci polari, che si vedevano sia esseri umani che altre creature senzienti, e soprattutto che ogni persona aveva il suo daimon (parola greca che significa “demone”, “spirito”, e che si riferiva a una creatura che stava a metà strada tra il mondo umano e il mondo divino con funzione di intermediazione e di protezione), ossia una sorta di animale separato dalla persona ma ad essa unito da vincoli di amore indissolubile e vitalità condivisa.

In effetti, questo era l’aspetto della storia che più mi aveva intrigato, fatto confermato anche dalla lettura del libro… anche perché è essenzialmente su questo fattore che si impernia il significato esistenziale del libro di Philip Pullman, autore per l’appunto noto per i suoi racconti simbolici.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria de La bussola d’oro, romanzo del 1995: Lyra Belacqua è una bambina assai sveglia, e le è capitato in sorte un destino particolare: nipote del famoso e temuto Lord Asriel, è stata parcheggiata nel Jordan College di Oxford, in attesa di futuri sviluppi, e nel mentre è cresciuta un po’ istruita dagli insegnanti del college e un po’ in strada, giocando e battagliando con gli altri bambini, sviluppando in ciò un carattere pratico e carismatico.

Un bel giorno, mentre sta cercando di risolvere il mistero dei rapimenti di bambini da parte degli Ingoiatori, aiutata in questo da alcuni Gyziani, un popolo nomade una cui propaggine vive nei dintorni del college, la sua vita muta completamente: il Maestro del college la assegna a Marisa Coulter, una donna assai intelligente e affascinante, che colpisce subito in positivo Lyra… la quale però non tarderà a mutare parere.

Quanto poi accade dopo, la fuga, il viaggio con i gyziani, la conoscenza degli Orsi Polari corazzati e in particolare del forte Iorek Byrnison, la conoscenza delle streghe e in particolare di Serafina Pekkala, il viaggio nel pallone aerostatico di Lee Scoresby, il rapimento e la prigionia nella stazione nordica di Bolvangar, la pratica con l’aletiometro, le ipotesi sulla cosiddetta "polvere", etc, è davvero imprevedibile e incredibile, e formerà ulteriormente la bambina, chiamata ad accettare numerosi fatti, a cominciare dalle identità dei suoi genitori, fino all’operazione di intervisione.

Cominciamo da un commento tecnico (tecnico si fa per dire) sul romanzo: La bussola d’oro è un buon libro fantasy. La protagonista è caratterizzata bene ed è interessante, i personaggi che la circondano sono altrettanto interessanti e creano un bailamme che non annoia, il ritmo della storia è rapido a sufficienza e la trama si svolge con buon piglio. Anche i dialoghi fanno bene la loro parte… anche se la mia sensazione è che nulla di tutto ciò eccella, figurando piuttosto un buon quadro d’insieme, ma non una meraviglia vera e propria.
Forse il difetto maggiore del libro sta nell’aver proposto molto (i daimon, la vita nel college, la questione della polvere e gli studi a riguardo, gli Ingoiatori, i Gyziani, gli orsi corazzati, le streghe, l’intercisione, l’aletiometro, i mondi paralleli, etc) non sviluppando però tutto a sufficienza, dando una certa sensazione di velocità e incompletezza.

Veniamo ora al commento esistenziale (e si fa per dire pure qua): la simbologia della storia è abbastanza chiara, per quanto mai elicitata nel romanzo, con i daimon che rappresentano l’anima del personaggio (e infatti riflettono visivamente quanto egli pensa o prova), con l’intercisione che rappresenta la separazione tra personalità e anima, con il Magistero (che poi sarebbe la Chiesa) che separa le persone dalla loro anima per renderle più manipolabili (si parla proprio di zombie, tranquilli ma senza vitalità), e con i daimon-anime che rimangono flessibili e mutevoli per tutta l’infanzia, per poi “irrigidirsi” in una sola forma dall’adolescenza in poi, quando la persona è diventata “grande”, altro simbolismo per dire che la società in qualche modo inibisce, cristallizza e blocca l’anima delle persone.
Quanto alla “polvere”, immagino che nelle intenzioni di Pullman essa fosse una sorta di tao-chi-etere-prana-energia vitale, ossia ciò che dà vita e sorregge il mondo… e anche in questo caso il Magistero, tramite il braccio armato dell’Intendenza Generale per l’Oblazione, vuole eliminarla.

La valutazione de La bussola d’oro come romanzo in sé e per sé sarebbe 7 (nettamente meglio del film, a confermare la regola di cui sopra); vi aggiungo un mezzo punto per la simbologia di fondo, che dà al libro qualcosa in più, giacché chi legge, che lo colga consciamente o meno, comunque riceve qualcosa sull’importanza del mondo interiore e sul valore del collegamento con l’anima (chi legge riceve sempre le energie presenti nel testo, al di là del contenuto concettuale).
Ricordiamoci, infatti, che la letteratura è nata soprattutto per insegnare e per trasmettere valori e apprendimenti importanti.

Dunque, avendo gradito il primo libro, mi leggerò anche gli altri due libri della saga di Philip Pullman, ossia La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il volo del pellicano.
Scrittore: Giovanni Francesco Carpeoro.
Genere: giallo, thriller, esoterico.
Editore: Melchisedek Edizioni.
Anno: 2016.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi vi propongo la recensione di un libro un po’ particolare: Il volo del pellicano, scritto da Giovanni Francesco Carpeoro.
Il libro in questione è particolare per diversi motivi.

Intanto, per il genere, una narrativa con sfondo esoterico, e anzi i due termini si invertono, con la narrativa che diventa sfondo e logge massoniche e sette varie che divengono primo piano.

In secondo luogo, si tratta di un libro con un’appendice lunghissima: ben 130 pagine, contro le 370 del testo narrato… più di un terzo del testo vero e proprio, dunque, fatto affatto trascurabile.

Ancora: vengono tirati in ballo numerosi personaggi reali, più o meno famosi: da Giorgione a Francesco Bacone, da Nicholas Flamel a Paracelso, da Tommaso Campanella a Salvador Dalì, da Bach a Caravaggio… anche con teorie piuttosto coraggiose e intriganti.

Ma veniamo alla trama essenziale de Il volo del pellicano: Giulio Cortesi, un grafico quarantenne i cui più grandi interessi sono la cucina e la palestra, suo malgrado si trova alle prese con diversi misteri inattesi.
Il primo è l’abbandono da parte della moglie (inatteso per lui, ma in realtà chiaro fin dalla prima comparsa della moglie); il secondo è un gruppo di curiosi personaggi interessati a tematiche esoteriche e più o meno immersi in appartenenze massoniche, dal professor Mercurio al professor Mairanini, da Fra' Tommasino all’architetto Solfo, fino alla quaterna Nicoletti-Quartieri-Carcopino-Franchi.
Il tutto si affiancherà a un omicidio… che tuttavia, a conti fatti, risulterà assai poco esoterico e assai molto egoico, per dirla così.

Detto della trama sommaria, veniamo al commento vero e proprio al romanzo.
La prima cosa che salta all’occhio è una punteggiatura a dir poco sciagurata, una delle peggiori mai viste in un libro, capace da sola di rovinare il gusto per la lettura.

La seconda cosa, ugualmente evidente, è una certa ingenuità dell’autore, che incappa sovente nell’errore tipico del narratore inesperto, costruendo dialoghi assolutamente non credibili e inserendo in essi informazioni in modo altrettanto non credibile.

Altro fatto che stona terribilmente: le lunghe, ripetute e tediose ricette di cucina, del tutto fuori luogo in un testo di questo genere, e che sarebbero probabilmente fuori luogo in qualunque altro testo… fuorché un ricettario di cucina.

Andiamo avanti: le caratterizzazioni dei personaggi sono piuttosto deboli e banali, e vanno dal commissario pratico e tutto d’un pezzo all’erudito ed elegante appassionato di arte.
Essi, peraltro, si incontrano e avviano relazioni in modo ugualmente poco verosimile… e sto utilizzando un eufemismo.

Ultima cosa, ma questa è un’osservazione legata ai miei interessi: il romanzo si autodefinisce “un thriller alchemico-esoterico”, ma non è né l’una cosa né l’altra: non è un thriller perché non ha il passo e la tensione del thriller, essendo piuttosto una commedia gialla piuttosto blanda.
E non è alchemico-esoterico perché, se pure parla a lungo di logge massoniche e appartenenze varie, non ha contenuti alchemico-esoterici, aggettivazione che si può attribuire solo a testi che per l’appunto propongono contenuti di tipo evolutivo-alchemico-esistenzial-spirituale, se cogliete la differenza.

Se dovessi descriverlo a chi non lo avesse letto rapportandolo a testi più famosi, direi di sicuro Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Umbero Eco… ma Il volo del pellicano non ha né la carica da thriller d’azione del primo, né la sapienza erudita del secondo, di cui sembra per l’appunto la versione popolana… e anche qui sto usando un eufemismo.

Paradossalmente, la parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la ricca appendice storico-biografica sui vari personaggi appartenenti al gruppo dei Rosa Croce… che peraltro è anche scritta meglio del romanzo: che l’autore abbia più talento da saggista che da narratore?
Ad ogni modo, è proprio l’appendice che solleva un poco la valutazione dell’opera, che altrimenti sarebbe stata più bassa.
In merito, tuttavia, emergono varie perplessità sulle ipotesi relative ai quadri, ma questo lascia il tempo che trova, e per l’appunto si è nel campo delle ipotesi.

Insomma, si sarà capito: in generale non ho gradito molto Il volo del pellicano, che al contrario mi è risultato non interessante per quasi tutta la sua non irrilevante durata (parlo ora del romanzo, ossia l’opera vera e propria)… e nel dir questo sono anche dispiaciuto per l’autore, Giovanni Francesco Carpeoro, che senza dubbio lo ha scritto con impegno e passione, cosa evidente.
E, lo ripeto casomai la cosa possa essere utile come consiglio, molto meglio la parte saggistica di quella narrativa.

Fosco Del Nero


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