Il cammino del mago

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Titolo: Maledette piramidi (Pyramids).
Scrittore: Terry Pratchett.
Genere: fantasy, umoristico.
Editore: Sonzogno.
Anno: 1989.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui


Era da molto che non leggevo un romanzo di Terry Pratchett, autore che ho sempre guardato con simpatia per il suo gradevole connubio tra fantasy e umorismo, ma di cui in verità non ho letto moltissimo.
Maledette piramidi è il quinto libro della lista dopo Il colore della magiaLa luce fantasticaA me le guardie! e Tartarughe divine.

Il genere è sempre il solito, anche se siamo solo marginalmente all’interno del Ciclo del Mondo del Disco di Pratchett, il quale scriveva un po’ secondo saghe e un po’ secondo romanzi singoli, i quali comunque son sempre rimasti piuttosto individuali, come questo stesso Maledette piramidi, al di là che fossero inseriti o meno in un ciclo letterario.

Ecco la trama sommaria di Maledette piramidi: Teppic è un apprendista assassino che sta per completare i suoi studi presso la Gilda degli Assassini della città di Ankh-Morpork… ma che in breve si trova proiettato in un’altra dimensione, dapprima metaforicamente e poi anche letteralmente. Si dà il caso infatti che egli sia l’erede al trono dell’Impero di Djelibeybi, una sottile linea di terra posta tra i regni di Tsort e Efebe, eterni rivali rispetto ai quali Djelibeybi funge da cuscinetto.
Insediatosi come nuovo faraone, naturalmente dotato di poteri divini, almeno nell’immaginario collettivo, Teppic conosce svariati personaggi, tra cui l’ancella Ptraci e il sommo sacerdote Dios; naturalmente, dopo l’insediamento cominciano immediatamente i guai.

Maledette piramidi è carino: la rivisitazione dell’Egitto, in parte in salsa umoristica e in parte in salsa metafisica, funziona e risulta credibile, nella misura in cui il termine “credibile” può essere utilizzato per tale testo; i personaggi son discretamente caratterizzati e funzionano; c’è un discreto e garbato umorismo, come negli altri libri di Pratchett…
… ma, proprio come negli altri libri di Pratchett, manca qualcosa affinché il romanzo abbia una marcia in più, per così dire.

Anzi, forse Maledette piramidi si trova un gradino sotto quelli già recensiti; o forse col tempo io son diventato più esigente e dunque più severo. La sensazione è sempre quella per cui oltre un discreto e garbato umorismo non ci sia nient’altro, o comunque davvero poco altro.

Anzi, forse con tale quinto tentativo si è conclusa la mia avventura nell’universo letterario di Terry Pratchett.

Fosco Del Nero


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Titolo: Stranalandia.
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: fantasy, umoristico.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1984.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Era da molto che non leggevo un romanzo di Stefano Benni, autore che in passato ho apprezzato molto a cominciare dal fantastico Terra!, per proseguire poi con i meno fantastici ma ugualmente godibilissimi EliantoIl bar sotto il mareBar sportLa compagnia dei Celestini e Saltatempo.

Deciso a leggermi qualcos’altro di suo, mi son preso un altro paio di suoi libri: uno è Stranalandia e l’altro è Baol.

Stranalandia, tuttavia, non è un romanzo, ma una sorta di esperimento di scrittura: il buon Senni si è immaginato un contorno letterario piuttosto agile, sotto forma di isola deserta piena di animali particolari, e poi lo ha riempito presentando di volta in volta le creatura che abitano nella suddetta isola di Stranalandia, a cominciare dall’unico essere umano, Osvaldo, talmente tanto unico ch’è anche l’unità di misura di tutto quanto.

Ogni descrizione, sempre piuttosto breve, è accompagnata da un’illustrazione, di discreta grandezza giacché il libro è stato stampato in un formato un poco più ampio del classico 14x11, utile a visualizzare la strana creatura di cui si parla.

Ecco così che il libro, di circa 100 pagine, di cui quasi la metà illustrate, si legge assai velocemente, in un paio di sedute; chi sta cercando un romanzo vero e proprio è dunque meglio che lasci perdere.
Chi invece sta cercando una lettura leggera e agile, può prendere in considerazione questo Stranalandia

… il quale è condito, ma non sarebbe neanche il caso di dirlo, del solito umorismo di Benni, oscillante tra ironia e satira sociale.
Certi animali, in effetti, son veri e propri atti d’accusa alla società odierna, per quanto atti d'accusa umoristici e leggeri.

Detto questo, Stranalandia non è certamente un testo imperdibile, né nello scritto né nelle illustrazioni, per cui i miei libri preferiti di Benni rimangono altri (Terra! al primo posto ed Elianto al secondo).

Fosco Del Nero


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Titolo: Essere vampiri (How to be a vampire: a fangs-on guide for the newly undead).
Scrittore Amy Gray.
Genere: fantastico, horror, umoristico.
Editore: De Agostini.
Anno: 2009.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


L’altro giorno stavo facendo la spesa in un supermercato, quando, accostatomi a un cassone di libri, noto un volume dall’aria interessante, intitolato Essere vampiri.

Scritto da tale Amy Gray, il volume in questione si proponeva come una guida utile per approcciarsi al mondo dei vampiri, diventare uno di essi e orientarsi tra le varie scelte disponibili: stile di vestiario, arredamento, trucco, musica, letture, stile di vita, etc.

Il tutto ovviamente (anche se di questi tempi di ovvio non c’è tanto) con uno stile umoristico.
O meglio, il volume è scritto seriamente, proprio come se fosse una guida vera e propria, ma i contenuti fantastici si evincono dal contesto e dal genere piuttosto leggero.

La cosa più notevole del libro è l’apparato grafico: parliamo di una pubblicazione De Agostini, e quindi di un grande editore, che ha messo a disposizione del testo in questione, pur senza ch’esso sia particolarmente costoso (15 euro, ma nel cassone di vecchi libri l’ho trovato a 2 euro), un ricco apparato di disegni e foto, che rendono il volume un piccolo gioiello estetico, ricco di immagini davvero evocative, e nemmeno particolarmente lugubri, a testimonianza della vocazione del libro, che anzi pare un libro orientato all’adolescenza, magari a quegli adolescenti che hanno conosciuto il mito dei vampiri (io dico mito, ma in realtà non lo è) tramite Twilight o prodotti simili (True blood o qualcos’altro), piuttosto che dal romanzo o film Dracula, o da prodotti più risalenti.

La vocazione e il genere di Essere vampiri, peraltro, è ben chiarita dalla quarta di copertina, dove prima si legge il titolo “La guida completa per entrare nell’esclusiva cerchia dei dannati” e poi il commento “Come confessare ai tuoi genitori che le tenebre ti attirano”, o ancora “Qual è il look che più si adatta alle esigenze dei succhiasangue”.

D’accordo, io non lo proporrei a mio figlio dodicenne come suggerisce la pagina di Amazon (Età di lettura: da 12 a 13 anni), ma magari da qualche anno in su va bene…
… come va bene per adulti vecchi appassionati di letteratura vampiresca che hanno voglia di farsi due sorrisi con tante citazioni e riferimenti, e a cui piacciono i volumi editoriali particolarmente ben curati.

Da cui la buona valutazione che Essere vampiri di Amy Gray si è meritato.

Fosco Del Nero


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Titolo: Rumo e i prodigi nell’oscurità (Rumo and die under im dunkeln).
Scrittore: Walter Moers.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Tea.
Anno: 2003.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Solo di recente ho sentito parlare di Walter Moers, scoprendo che in realtà si tratta di un autore oramai molto affermato e da molti apprezzato, autore della saga di Zamonia, iniziata col libro Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu, e proseguita con Ensel e Krete e Rumo e i prodigi nell’oscurità, il quale è il romanzo oggetto della recensione odierna.

Se ho cominciato dal terzo, è perché:
1. mi è capitato sotto mano questo,
2. ho letto che i vari romanzi sono sì calati nella medesima ambientazione, ma in realtà sono indipendenti l’uno dall’altro, e quindi leggibili separatamente.

Per fortuna, devo dire, giacché Rumo e i prodigi nell’oscurità, da solo, è capace di incutere un certo timore, con le sue 715 pagine stampate piuttosto fitte.
Insomma, è un bel mattoncino, che si approccia solamente sulla scorta delle opinioni quasi unanimemente positive relative a Walter Moers.

Meritate, devo dire, e ora vediamo perché.
Innanzi tutto, il libro parte già simpatico per via delle varie mappe e dei vari disegni che lo ornano, davvero tanti e davvero simpatici, pur nella loro semplicità. Fatti tra l’altro dallo stesso Moers, che è anche illustratore oltre che scrittore.

Secondo punto: il libro è l’incarnazione della fantasia e della creatività, e in 700 e passa pagine non si fa mancare praticamente nulla.
C’è, anzi, talmente tanto, che è persino difficile classificare Rumo e i prodigi nell’oscurità in un genere preciso: certamente l’area è quella del fantasy, ma c’è anche una forte componente umoristica, una forte componente avventurosa, a tratti sprazzi di intellettualismo, e i tanti disegni sparsi qui e lì unitamente allo stile descrittivo parecchio visivo del’autore gli danno un’aria da fumetto.
E, per non farci mancare niente, il romanzo possiede anche un’anima romantico-sentimentale, e possiede anche i contorni del romanzo di formazione, col protagonista che peraltro parte neonato e man mano diventa grande e forte.

Ecco in grandissima sintesi la trama di Rumo e i prodigi nell’oscurità: Rumo è un giovane croccamauro, ossia una specie di cane con delle corna sulla testa e un apparato fisico-sensoriale d’eccellenza, che lo porta ad essere un segugio e un lottatore nato.
La storia parte da un piccolo villaggio di Lontandisotto, una delle tante zone del continente di Zamonia, ma si sposta presto altrove: nelle Diavorocce vaganti, a Croccamauria, a Nebbiolina, nel Bosco delle Norme, a Forte Vermicchio, nel Mondo di Sotto, etc.
Dite un nome a caso, e probabilmente in Rumo e i prodigi nell’oscurità c’è una località che quantomeno gli somiglia… oppure un animale, oppure uno dei protagonisti, insomma qualcosa.

Se il protagonista indiscusso della storia è Rumo, vi sono molti altri comprimari, e anzi nel complesso veniamo a conoscere una pletora di strani animali e di strani personaggi: lo squalo-verme Smeik, per esempio, lo studioso dai quattro cervelli Kolibril, lo spadaccino Uscian DeLucca, i fratelli croccamauri Rolv e Rala, il primo avversario giurato di Rumo e la seconda sorella del primo e innamorata del secondo, il re folle Gaunab, il generale robotico Tiktak, le due essenze Dentedileone e Grinzold, imprigionate nella spada di Rumo e udibili mentalmente solo da lui... per non parlare di sanguisciutti, vermicchioni, vrachi, tartarini, tutte specie di animali stranissimi che si è inventato Moers e che abitano l’incredibile continente di Zamonia.

Una recensione di un giornale, per commentare Moers e la sua Zamonia, lo ha definito come il luogo “dove tutto è possibile, eccetto la noia”.
In effetti, è una buona descrizione dello stile narrativo di Moers e della sua straordinaria creatività, che non annoia pur in 700 pagine, pur alternando come ovvio che sia momenti più o meno ispirati, e spezzoni più o meno scorrevoli e fluidi.

Nel complesso, comunque, Rumo e i prodigi nell’oscurità è un libro che ha un valore assoluto, che certamente potrà piacere più o meno a seconda dei gusti, ma che comunque propone una sua ricetta validissima.
Poi, come sempre, tutto dipende da ciò che il singolo lettore cerca nel libro che sta leggendo; rimanendo in ambito fantasy, Rumo e i prodigi nell’oscurità non raggiunge il livello formativo de La storia infinita di M. Ende, né il livello introspettivo de Il mago di U. Le Guin, né l’umorismo de L'amuleto di Samarcanda di J. Stroud, né l’epicità picaresca de Lo hobbit di Tolkien, ma in quanto a creatività e fantasia credo non sia secondo a nessuno, pur non disdegnando nemmeno tutti gli altri versanti.

Insomma, Walter Moers qua da me è promosso a pieni voti, in attesa di future altre letture.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il castello d’acciaio (The castle of iron).
Scrittore: Lyon Sprague De Camp, Fletcher Pratt.
Genere: fantasy, fantastico, avventura, umorismo.
Editore: Sperling and Kupfer.
Anno: 1960.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Sino a questo momento avevo recensito cinque romanzi di Lyon Sprague De Camp, uno scrittore che avevo conosciuto, casualmente, da ragazzino, e a cui sono sempre rimasto affezionato, anche se i miei gusti di adulto si sono man mano e inevitabilmente evoluti.
È comunque uno scrittore sempre piacevole da riprendere in mano, visto il gradevolissimo connubio, almeno per i miei occhi, tra genere fantastico e umorismo.

Dopo La torre di goblin, Jorian di Iraz, Il re non decapitato, L'anello del tritone e L’abisso del passato, arriva così il sesto romanzo recensito, ed è forse il migliore visto finora: Il castello d’acciaio, testo del 1960 scritto da De Camp a quattro mani con Fletcher Pratt, altro autore noto per tale sinergia tra fantastico e commedie.

Il castello d'acciacio è peraltro composto da tre parti, ossia L’incantatore incompleto, Il castello di Atlante e Il muro dei serpenti, che vanno a costituire un libro unico piuttosto corposo, ma assai veloce a leggersi, dati i ritmi rapidi e il buon livello di coinvolgimento del lettore.

Non è un caso che questa coproduzione di Lyon Sprague De Camp e Fletcher Pratt sia considerata un classico tra i lettori del fantasy avventuroso.

Ecco in breve di cosa parla Il castello d’acciaio: il suo protagonista assoluto è Harold Shea, un ragazzo di oggi (beh, di ieri a questo punto) che, annoiato dalla sua vita scialba, desidera vivere in un modo più epico, eccitante, e in cui l’avventura è all’ordine del giorno.
Sorprendentemente, il suo desiderio sarà esaudito…

Caratterizzato da una trama è coinvolgente e originale, Il castello d’acciaio è da considerarsi un romanzo d’avventura eroicomica di ottimo livello.
I personaggi sono gradevoli e ben caratterizzati, i particolari ben curati e gli spunti proposti innumerevoli.

In definitiva, se state cercando un romanzo vivace, divertente e avventuroso, Il castello d’acciaio di Lyon Sprague De Camp e Fletcher Pratt potrebbe proprio fare al caso vostro (e ve lo consiglio specie se avete apprezzato autori come Fritz Leiber, Dominic Barker, Terry Pratchett).

Fosco Del Nero


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Titolo: Memorie di un cuoco d'astronave.
Scrittore: Massimo Mongai.
Genere: fantascienza, fantastico, umorismo.
Editore: Mondadori.
Anno: 1997.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Il libro oggetto dell’articolo di oggi è un romanzo di fantascienza che trovai tempo fa nella collana Urania Mondadori, e che, peraltro, aveva vinto proprio il Premio Urania nel 1997: parlo di Memorie di un cuoco d'astronave, scritto da Massimo Mongai.

Si tratta di un romanzo tecnicamente di fantascienza, posto che in esso vi sono alieni, astronavi e situazioni bizzarre, ma che sostanzialmente possiede altre due anime:
- quella umoristica,
- quella culinaria.

Quanto al primo punto, occorre dire che il libro fa ridere, e parecchio, e anzi lo scritto sa più di commedia ironica che non di romanzo di fantascienza.

Quanto al secondo, l’elemento cibo è onnipresente nel testo, sia per la trama, sia perché effettivamente ogni tanto fa capolino qualche ricetta di cucina, che peraltro diventa una ricetta vera qualora ai termini alieni si sostituiscono quelli dei cibi italiani (i termini alieni non sono altro che parole italiane storpiate in qualche modo).

Ed ecco dunque la trama di Memorie di un cuoco d'astronave: il protagonista è Rudy "Basilico" Turturro, un giovane cuoco terrestre che si imbarca su un’astronave come vice chef.
Tuttavia, egli assurge ben presto alla carica di primo chef per indisposizione del titolare della stessa.

Mongai descrive le vicende di Turturro per i tre anni della crociera spaziale, col giovane cuoco che avrà a che fare con numerose specie viventi, pianeti e situazioni assai particolari.
Non manca peraltro nel testo una vena sensuale, quasi a confermare il luogo comune per cui cibo e sesso vanno a braccetto.

L’originalità del romanzo è fuori discussione, così come l’allegra e ispirata vena creativa dell'autore.
Autore un poco improvvisato, forse, non certamente un Asimov alle prese con un colossale Ciclo della Fondazione, ma scrittore comunque piacevole e godibile, tanto che personalmente mi sento di consigliare Memorie di un cuoco d'astronave di Massimo Mongai a chi ama le storie fantastiche o, semplicemente, il senso dello humor.

Fosco Del Nero


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Titolo: La luce fantastica (The light fantastic).
Scrittore: Terry Pratchett.
Genere: fantasy, umorismo, commedia.
Editore: Tea.
Anno: 1983.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Questo è il terzo romanzo di Terry Pratchett che recensisco, dopo Il colore della magia e A me le guardie!.

Tutti e tre, peraltro, fanno parte del Ciclo del Mondo del Disco (Il colore della magia è il primo volume, La luce fantastica è il secondo, mentre A me le guardie figura in elenco come settimo, ma occorre dire che sono numerosissimi i libri ambientati da Pratchett in Discworld, senza che vi sia per forza una consecutività tra l’uno e l’altro; anzi, questo secondo libro è l'unico tra tutti che segue come trama il precedente).

In diverse passate recensioni ho già evidenziato la mia propensione alla narrativa fantastica umoristica, che trovo, se ben congegnata, assolutamente irresistibile.
Un esempio di ciò è lo stesso Terry Pratchett, mentre altri autori che ho apprezzato sono Dominic Bark (Blart), Douglas Adams (Guida galattica per gli autostoppisti), Lyon Sprague de Camp (Jorian re di Iraz).

Ma veniamo a La luce fantastica.
In questo secondo libro della saga fantasy ritroviamo alcuni dei protagonisti del precedente volume, e sarebbe a dire il mago Scuotivento, il turista Duefiori e il bagaglio. Tutti e tre personaggi assai bizzarri… e forse il bagaglio non è il più strano dei tre.

Quanto a Scuotivento (Rincewind in lingua originale), si tratta di un mago rinnegato dalla magia, visto che, in parte per lo scarso talento e in parte per il fatto che un potente incantesimo si è insediato nella sua testa, facendo paura a tutti gli altri che non hanno voluto dunque rimanervi, in pratica non è mai riuscito a lanciare una magia ben fatta.
Fatto che gli è costata l’espulsione dell’Università della Magia.

Duefiori, invece, è un turista, proveniente da un mondo simile al nostro, che vaga per il Mondo del Disco alla ricerca di avventure.
Totalmente sprovvisto di senso dell’umorismo e di senso del pericolo, costituisce un’improbabile coppia con Scuotivento, che difatti lo sopporta con malcelata fatica.

Il bagaglio, infine, è una sorta di scrigno magio dotato di sua volontà, che segue Duefiori ovunque, da quando egli lo comprò in un negozio magico tempo addietro.

Tra gli altri personaggi, Cohen il barbaro, la vergine sacrificale Bethan, l’ambizioso mago Trymon, etc, tutti partecipi del tourbillon di eventi e di situazioni umoristiche.

E, a proposito di umorismo, se il tono generale della storia sa molto di surreale (e vorrei vedere), di grottesco e di ridicolo, ogni tanto Pratchett piazza un commento dei suoi… ed è esattamente questo il motivo (oltre alla grande capacità immaginativa) per cui adoro i suoi libri.

Devo essere sincero: non si tratta, in questo caso come in altri, di capolavori, visto che ai libri di Terry Pratchett manca la profondità dell’opera d’arte; ma comunque siamo di fronte a un ottimo rappresentante del genere fantastico-umoristico.
Consigliato per l'appunto per il divertimento e per l’originalità.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il re non decapitato (The unbeheaded king).
Scrittore: Lyon Sprague De Camp.
Genere: fantasy.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1983.
Voto: 7.
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Ecco la recensione del terzo e ultimo libro della trilogia di Jorian re di Iraz, scritta da Lyon Sprague De Camp tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 80.
Difatti, se il primo romanzo, La torre di goblin, era del 1968 e il secondo, Jorian di Iraz, del 1971, questo terzo libro, Il re non decapitato, è del 1983.

Tutti e tre i romanzi sono poi stati racchiusi nel medesimo volume da Editrice Nord, editore specializzato in narrativa fantastica.

Come ho già scritto nelle precedenti recensioni, Lyon Sprague De Camp è uno scrittore che mi piace parecchio: i suoi testi sono scorrevoli, divertenti, pieni di spunti e personaggi interessanti.

Se il genere è il fantasy, non si tratta certamente del fantasy più classico, per intenderci quello in stile Lo hobbit, La spada di Shannara o Eragon, ma di una sorta di avventura eroicomica piena zeppa di gag e spunti umoristici.

Ed ecco che, dalla fantasia di De Camp, esce fuori Jorian, nativo dell’Ardamai, figlio delll’orologiaio Trevor, ma incapace di continuare la carriera da artigiano del padre un po’ un po’ perché dotato di altri talenti, un po’ perché la vita lo conduce altrove.
Difatti, egli si ritrova in rapida serie soldato, re, consigliere di corte, assistente mago, artista di strada, avventuriero, operaio… e infine nuovamente orologiaio.

Il suo principale compagno di avventura è il mago Karadur, tanto anziano nel corpo quanto acuto e saggio nella mente, sorta di suo naturale complemento.

Il suo scopo principale, invece, ritornare insieme a sua moglie Estrildis, rimasta nel regno di Xylar, di cui lui è stato re e che ha abbandonato per la sua bizzarra usanza di decapitare il vecchio re ogni cinque anni in modo da evitare un eccessivo accentramento del potere.

Nell’esecuzione di tale missione (a Xylar lo cercano ancora per completare la cerimonia di destituzione del vecchio re e nomina del nuovo… ossia colui che prenderà al volo la sua testa decapitata), Jorian conoscerà tanti personaggi, dallo stregone Abacarus alla damigella di corte Margalit, dal buttafuori Boso alla maliziosa Vanora, alla maga Goania… passando per una miriade di eventi e personaggi secondari.

Il pregio principale di L.S. De Camp è uno stile narrativo molto sciolto e vivace, che rende i suoi libri piuttosto divertenti (a mio avviso, il secondo e il terzo romanzo sono un poco meglio del primo).
Tuttavia, si tratta di libri privi della pretesa del capolavoro fantastico (come potrebbe essere Il signore degli anelli, che può piacere o meno, ma che ha comunque uno slancio epico di una certa portata… si pensi oppure a Il serpente Ouroboros di Eddison).


In definitiva, una buona lettura.

Fosco Del Nero


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Titolo: Jorian di Iraz - Ciclo di Jorian re di Iraz 1 (The clocks of Iraz- The reluctant king - Book 1).
Scrittore: Lyon Sprague De Camp.
Genere: fantasy, umoristico.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1971.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Da poco ho recensito La torre di goblin (1968), romanzo di Lyon Sprague De Camp che apre la trilogia di Jorian re di Iraz.
Oggi invece propongo il seguito del suddetto libro, ossia Jorian di Iraz (1971).

In altre recensioni ho già espresso il mio gradimento per il genere fantastico umoristico, che, se praticato in modo efficace, rende un romanzo godibile, brillante e profondo.
Parimenti ho già avuto modo di elogiare lo stile narrativo di De Camp, molto spigliato ed esuberante.

Ora, è da dire che questo secondo capitolo della saga si rivela molto simile al precedente libro.

In ambo i testi, difatti, si assiste a un vorticare vivacissimo di personaggi, luoghi, eventi, storie e quant’altro, col baldo Jorian figlio di Evor (che è stato orologiaio, re, operaio, assistente mago, marinaio, soldato e chi più ne ha più ne metta) stavolta alle prese col suo secondo regno, peraltro brevissimo e non desiderato (come non era stato desiderato il primo, peraltro, capitato quando egli, durante una festa popolare a Xylar, si ritrovò tra le braccia la testa del precedente sovrano, col re per usanza popolare decapitato dopo cinque anni e succeduto da chi acchiappa al volo la sue regale testa).
Nel mezzo della trama, in perfetto stile De Camp (autore plurimpremiato nel corso degli ultimi quarant'anni), fughe, magie, duelli, assedi, amore e peripezie di ogni tipo.

E fa sorridere il fatto che, in ogni momento, c’è qualcuno che vuole uccidere Jorian, qualcuno che lo vuole amare, qualcuno che lo vuole imprigionare, qualcuno che lo vuole come aiutante, qualcuno che lo vuole far scappare lontano, qualcuno che lo vuole trattenere, qualcuno che lo vuole fare re e qualcuno che se lo vuole levare dai piedi.

Come precedentemente sottolineato, un particolare spazio è dato a due elementi: l’erotismo, seppur in forma del tutto giocosa e ludica, e la narrazione, con Jorian spesso impegnato in racconti su vecchi re o eroi.

L’eloquio di L.S. De Camp, come peraltro c’era da aspettarsi, si mantiene spigliato e verace, semplice e coinvolgente, tanto che questo secondo capitolo riscuote un gradimento leggermente superiore rispetto a quello del suo predecessore.

In conclusione, Jorian di Iraz è un discreto romanzo d’intrattenimento, anch’esso tuttavia privo dello spunto e della profondità del capolavoro imperdibile.

Fosco Del Nero


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Titolo: La torre di goblin - Ciclo di Jorian re di Iraz 1 (The goblin tower - The reluctant king - Book 1).
Scrittore: Lyon Sprague De Camp.
Genere: fantasy, umoristico.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1968.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Avevo letto per la prima volta il ciclo di Jorian re di Iraz di Lyon Sprague De Camp quando ero ragazzino, con la saga che, a partire da questo primo libro, La torre di goblin, mi era piaciuta molto.

I motivi del mio gradimento erano i seguenti:
- uno stile narrativo spigliato e gradevole,
- un deciso umorismo di fondo,
- una trama assai vivace.

Sono, di fatti, un forte sostenitore del romanzo fantastico umoristico, che, se ben fatto, a mio avviso risulta un genere letterario notevole, al contempo divertente e profondo, ossia capace di lasciare il segno a livello di ironia e satira sui costumi umani.

Si veda, a tale esempio, il Ciclo del Mondo del Disco di Terry Pratchett in ambito fantasy, e la saga di Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams in ambito fantascienza.

Tuttavia, come spesso accade, i ricordi adolescenziali sono stati in parte attutiti dalla rilettura attuale (di recente mi è capitato anche per alcuni film: per esempio, rivedere adesso I Goonies in parte delude il ricordo costruitomi anni fa)…

Intendiamoci, non che le avventure eroicomiche di Jorian re di Xylar, futuro re di Iraz, e alternativamente Mastro Nikko di Kortoli, Jorian di Ardamai e una decina di altri soprannomi, non coinvolgano, anzi…

È da dire infatti che, tra le avventure da scavezzacollo di Jorian e i suoi racconti sui vari re del passato, da Fusinian la volpe a Filoman il benpensante (tanto frequenti e corposi da costituire una narrazione dentro la narrazione) sono del tutto divertenti, un po’ per la vivacità della trama, un po’ per il linguaggio spigliato e spesso ruvido di Lyon Sprague De Camp.

Tuttavia, allo scritto manca una certa profondità, rimanendo più al livello di “avventure picaresche” che non a quello di “affresco satirico di un mondo inventato che comunque rappresenta il nostro sotto mentite spoglie”.
Non so se sono stato chiaro… :)

Ad ogni modo, La torre di goblin di L.S. De Camp è una lettura decisamente piacevole e gustosa, che non mancherà di essere apprezzata dagli appassionati del genere o, semplicemente, da chi è dotato di un buon senso dell’umorismo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Terra!
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: fantastico, satira, fantascienza, umorismo, commedia.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1983.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


In diverse altre recensioni mi ero riferito a Terra!, romanzo scritto da Stefano Benni nel 1983, sul quale avevo già anticipato la mia opinione positiva.

Molto positiva, ad essere più precisi, posto che si tratta di un libro divertente, brillante, colto e profondo.
Un giudizio non da poco…

Un giudizio meritato, tuttavia, se è vero che Terra! è un romanzo colmo di riferimenti storici, politici, culturali e situazionali di ogni tipo, disposti non a caso ma atti a creare una struttura narrativa veramente importante.

Per di più, la storia è veramente divertente… di quel divertimento brillante dallo stampo satirico tipico di Benni.

Se poi alla trama ricca, al divertimento di fondo e alle capacità linguistiche dello scrittore ci aggiungiamo anche una morale di fondo assai profonda, saggia e improntata ai principi della collaborazione e della pace, allora il voto del romanzo sale ulteriormente.

Comunque, ecco la trama in grande sintesi, giusto per darvi un’idea del libro.
Nel 2157 la Terra è ormai devastata da guerre e inquinamento, tanto da essere del tutto ricoperta da una nube tossica di scorie radioattive.
L’umanità allora è costretta a vivere in enormi città sotterranee, stratificate per livelli verticali.

Quanto alla divisione politica, tre grandi potenze si contendono il mondo: l'Impero Amerorusso (Usa, Russia e Arabia), la Federazione Sineuropea (Europa e Cina) e l’Impero Militare Samurai (Giappone).

A un certo punto, è scoperta una nuova Terra, ovviamente più abitabile di quella attuale… e altrettanto ovviamente partono subito le missioni esplorative dei tre imperi…
Nel mentre, sulla vecchia Terra, due cervelloni, lo studioso Fang e l’enfant prodige Frank Einstein, si affrontano per risolvere un mistero legato alla civiltà inca.

Come finirà questo bailamme di personaggi, eventi e spunti di ogni tipo?

Terra! di Stefano Benni è uno dei romanzi più vivaci e coinvolgenti che abbia mai letto (di Benni mi è piaciuto molto anche Elianto).

Fosco Del Nero


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Titolo: Bar sport.
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: commedia, umorismo.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1976.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Di Stefano Benni ho da poco recensito Il bar sotto il mare, mentre qualche mese fa avevo recensito il più recente Elianto (il primo è del 1987, mentre il secondo del 1996).

Il libro che recensisco oggi è il più vecchio dei tre, essendo stato scritto nel 1976: sto parlando di Bar sport, se vogliamo il predecessore de Il bar sotto il mare, non solo per il titolo, ma anche per la struttura.

Infatti, mentre altri romanzi, come Elianto o come Terra!, sono storie fantastiche e surreali, benché dotate della tipica ironia di Benni che ne fa di fatto delle metafore sociali di tipo satirico, Bar sport e Il bar sotto il mare sono dei contenitori di diversi racconti.

La struttura non è quindi quella del romanzo, ma quella dei racconti brevi inseriti in un’unica cornice.

E già questo indirizza il libro verso un certo tipo di lettori.

Io, di mio, preferisco le storie uniche e lunghe piuttosto che i racconti brevi, ma questi sono gusti.
Ciò che è oggettivo invece è il diverso spessore che ha, per esempio, Elianto, rispetto a Bar Sport.

Il primo è un romanzo fantastico (fantastico in tutti i sensi) con una profonda valenza di critica sociale, nonché dotato di un umorismo veramente coinvolgente (idem dicasi di Terra!, che anzi io preferisco), mentre il secondo è un simpatico e divertente libro di intrattenimento, in cui il talento di Benni si intravede, ma non è portato a pieno compimenti.

Bar sport rimane comunque un libro gustoso e pieno di spunti divertenti, che saprà dunque accontentare sia il lettore occasionale sia i fan di Stefano Benni.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il bar sotto il mare.
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: commedia, umorismo.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1987.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Di Stefano Benni, il mio scrittore italiano preferito insieme a Umberto Eco, ho già recensito il bellissimo Elianto, uno dei due romanzi più belli che di lui ho letto (l’altro è il sorprendente Terra!).

Di Benni adoro alcune cose:
- la grande immaginazione,
- la proprietà linguistica eccellente,
- l’umorismo, che spesso diventa ironia e satira sociale.

Devo però dire che i libri per cui Benni è più famoso, ossia l’ormai storico Bar sport e questo stesso Il bar sotto il mare, sono quelli che mi sono piaciuti di meno.

Intendiamoci, la verve dello scrittore c’è sempre, ed è brillante e divertente, con Benni che giostra con perizia e arguzia tra i luoghi comuni del Bel Paese e che inventa divertenti trovate letterarie.
Però manca quella profondità che ha fatto di Elianto e Terra! due autentici capolavori, libri coinvolgenti nel loro umorismo, ma anche profondi per il loro spessore da critica sociale.

Forse è la struttura dei testi, assai differente tra le due coppie di libri citate, a generare da un lato dei romanzi profondi e importanti, e dall’altro due libri gradevoli ma più estemporanei, sta di fatto che la mia sensazione è questa.

Dunque, con Il bar sotto il mare abbiamo non tanto la satira sociale mascherata da fantascienza di Terra!, ma una più semplice narrativa umoristica.

Di buon livello, comunque, e infatti consiglio il libro a chi vuole leggere qualcosa di piacevole e che magari ha già apprezzato l’umorismo di Stefano Benni.

Fosco Del Nero


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Titolo: La vita, l'universo e tutto quanto (Answer to life, the universe, and everything).
Scrittore: Douglas Adams.
Genere: fantascienza, commedia, satira, umorismo.
Editore: Mondadori.
Anno: 1982.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Eccoci arrivati al terzo libro della saga di Guida galattica per gli autostoppisti, il fortunato e brillante romanzo pubblicato da Douglas Adams nel 1979

Se il primo romanzo, da cui peraltro è stato tratto anche l’omonimo e divertentissimo film (tuttavia non del tutto aderente al romanzo stesso), si presentava letteralmente scintillante, col suo humor coinvolgente e le sue trovate spesso irresistibili, il secondo (Il ristorante al termine dell’universo viceversa perdeva uno o due colpi rispetto al predecessore, risultando sempre divertente, ma confuso e meno incisivo.

Com’è invece questo La vita, l’universo e tutto quanto?

È ottimo, per quanto non al livello dell’inarrivabile (nel suo genere) Guida galattica per gli autostoppisti.

La vita, l’universo e tutto quanto, infatti, non delude le attese: Douglas Adams porta avanti un vorticoso intreccio tra eventi e personaggi con una deliziosa leggerezza descrittiva, condita peraltro da numerosi spunti ironici.

Le avventure ironico-satiriche di Arthur Dent, Ford Prefect, Zaphod Beeblebrox, Tricia McMillan (detta Trillian) dunque continuano, e sono veramente coinvolgenti.

Ma, in fin dei conti, la cosa non stupisce: Douglas Adams è uno scrittore di spessore, i cui romanzi presentano l’interessante caratteristica di poter essere letti come mero svago o come testi densi di riflessioni e di spunti sulla società in cui viviamo.

Ce ne fossero di più di scrittori così… anzi, se ne conoscete di similari segnalatemeli!

Fosco Del Nero


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Titolo: Le spade di Lankhmar (The swords of Lankhmar).
Scrittore: Fritz Leiber.
Genere: fantasy, commedia, umoristico.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1968.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Le spade di Lankhmar è il primo romanzo della Saga di Nehwon, scritta da Fritz Leiber a partire dagli ultimi anni 60.


Fritz Leiber è uno scrittore molto noto agli appassionati storici del fantasy e in generale del romanzo fantastico.

In particolare, egli è noto per il taglio delle sue storie, decisamente brillante e dinamico, se non proprio comico.

In effetti, siamo proprio sulle soglie del fantasy umoristico, genere che annovera sia esponenti “classici”, da Terry Pratchett (Il colore della magia) a Lyon Sprague de Camp (Il castello d'acciaio), sia autori più recenti, come per esempio Dominic Barker (Blart).

Le spade di Lankhmar, prima storia incentrata sull’astuto spadaccino Grey Mouser, e sul forte gigante Fahfrd, risponde sostanzialmente alle attese, presentandosi divertente, movimentata e ironica.

A fine lettura, ciò di cui ci si rammarica maggiormente è la non del tutto soddisfacente caratterizzazione tanto dei personaggi principali, quanto del narrato, che dà più l’idea di un’avventura eroicomica dilettantesca che di una saga eroica.

A conti fatti, Le spade di Lankhmar di Fritz Leiber si distingue per essere un libro fantasy scorrevole e divertente, benché non irrinunciabile (a meno che non siate dei fan sfegatati degli scrittori sopra elencati, nel qual caso vi consiglio caldamente anche questo romanzo).

Fosco Del Nero


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Titolo: Spade tra i ghiacci (Swords and ice magic).
Scrittore: Fritz Leiber.
Genere: fantasy, commedia, umorismo.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1977.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Di Fritz Leiber, scrittore molto noto tra gli appassionati di narrativa fantastica, avevo già recensito Le spade di Lankhmar, un romanzo fantasy divertente e piacevole.

Il libro di Leiber, pur se scorrevole, difettava però dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi e del narrato in generale, presentandosi come un fantasy umoristico ben riuscito ma senza eccezionali pretese.

Vediamo come va con questo Spade tra i ghiacci, seguito del suddetto romanzo.

Purtroppo non va molto bene, e anzi, piuttosto che migliorare sul piano dello spessore epico, questo secondo libro della saga di Nehwon risulta invece più piatto del suo predecessore.
Il rapido evolversi degli eventi, infatti, pare spesso confusionario e assemblato frettolosamente.

Rimane un gradevole dinamismo di fondo, evidentemente tipico dello stile di Fritz Leiber, che però non è assistito purtroppo da una profondità narrativa all’altezza.

In definitiva, le avventure di Grey Mouser, abile e astuto spadaccino, e di Fahfrd, il gigante barbaro venuto dal Nord, pur destando la simpatia di chi legge, non convincono del tutto, restando al livello del fantasy di mero intrattenimento senza pretese letterarie.

Fosco Del Nero


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Titolo: Blart (Blart: the boy who didn't want to save the world).
Scrittore: Dominic Barker.
Genere: fantasy, umoristico.
Editore: Fabbri Editori.
Anno: 2006.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Diverso tempo fa avevo notato Blart di Dominic Barker sugli scaffali di una libreria e mi ero preso la briga di leggermi la quarta di copertina: si trattava chiaramente di un romanzo fantasy umoristico con protagonista un antieroe, Blart per l’appunto.

Tempo dopo, in un’altra libreria, il libro aveva nuovamente attratto la mia attenzione, ma anche allora non se ne fece niente.
Di recente, invece, i tempi sono stati maturi per la sua lettura.

Premetto che sono un appassionato del genere fantasy umoristico: uno dei primi autori fantasy che ho letto è stato Lyon Sprague De Camp (vedasi il divertentissimo Jorian re di Iraz), seguito poi da Terry Pratchett (il mitico Ciclo del Mondo del Disco) e da altri (a riguardo come non citare, anche se ci stiamo spostando dal fantasy umoristico alla fantascienza umoristica, lo strepitoso Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams?).

Anzi, io stesso, nel mio piccolo, mi sono cimentato nel genere, producendo un romanzo che mi auguro possa vedere presto la luce della pubblicazione (anzi, se siete editori, agenti letterari o talent scout inviatemi una mail e ve lo mando in lettura; per ora l'ho messo in autopubblicazione: Il Mondo Arcobaleno).

Blart di Dominic Barker si presenta subito per quello che è: un concentrato di gag umoristiche. O meglio, più di battute che di gag, giacché gran parte dell’umorismo si svolge a livello di dialogo (cosa che io preferisco).

Le prime pagine del libro sono sorprendentemente divertenti, e in generale la prima parte del testo mi ha lasciato entusiasta.

Devo dire, tuttavia, che col procedere della lettura il livello di divertimento e di coinvolgimento cala un po’, con lo scrittore che si è limitato a riproporre gli stessi schemi iniziali.

Quanto alla trama, essa è assolutamente lineare: si tratta di un viaggio che i protagonisti della storia, il mago Capablanca, il guerriero Beowulf e l’allevatore di maiali Blart, compiono per salvare il mondo dal malvagio Zoltab.

La figura più divertente del libro è ovviamente Blart, che si suppone debba salvare il mondo ma che non pare molto ansioso di farlo. Per avere un’idea più chiara del personaggio, pensate a tutto ciò che vi viene in mente di eroico: poi pensate all’esatto contrario e avrete un ritratto discretamente preciso.

In definitiva, Blart di Dominic Barker è un buon romanzo, degno rappresentante del genere del fantasy umoristico.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il colore della magia (The colour of magic).
Scrittore: Terry Pratchett.
Genere: fantasy, umorismo.
Editore: Tea.
Anno: 1983.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


In diversi altri post ho parlato della mia passione per il fantasy umoristico (da poco peraltro ho letto un bel titolo di questo genere, il recente Blart di Dominic Barker).

Ebbene, se oggi vi sono degli scrittori che scrivono romanzi fantasy umoristici, buona parte del merito va a Terry Pratchett, che è stato capace, in tempi non sospetti, di renderli popolari.

Non che prima di lui non vi fossero stati esponenti (si pensi per esempio a Lyon Sprague De Camp e al suo Il castello d’acciaio), ma in sostanza è stato lui a rilanciare il genere, creando il suo bellissimo Mondo del Disco, da cui poi sono stati tratti videogiochi e infiniti cloni.

Ebbene, Il colore della magia è il primo romanzo del ciclo del Mondo del Disco, quello che ha dato il via alla saga, che oggi conta ormai decine di libri (peraltro privi di una cronologia fissa, dal momento che si tratta più di storie ambientate in un certo contesto piuttosto che di episodi di una saga unica).

Il colore della magia si presenta da subito come un romanzo spigliato, ironico e assai gradevole, grazie a un incedere godibile e scanzonato.
Le avventure di Scuotivento e del suo baule, ambientate in Ankh-Morpork e nei suoi dintorni, tra gilde, stregoni e lestofanti, sono decisamente accattivanti, con il mondo che Pratchett si è inventato che costituisce un’irriverente parodia del nostro.

Non a caso, l’impressione è che lo scrittore si sia divertito a scrivere quanto il lettore si diverte a leggere.
E, personalmente, mi son divertito anche a giocarvi in due videogiochi ambientati nel suddetto e irresistibile Mondo del Disco (uno si chiamava proprio Discworld).

Anche se, a onor del vero, la sensazione finale è quella di un ottimo testo cui però manca una certa profondità per costituire un capolavoro vero e proprio.
Il merito di Terry Pratchett e de Il colore della magia nel lanciare un intero genere letterario è comunque cospicuo, per cui nulla da dire.

Fosco Del Nero


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