Il cammino del mago

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Titolo: Asutra - Ciclo di Durdane 3 (The asutra).
Scrittore: Jack Vance.
Genere: fantascienza, avventura.
Editore: Euroclub.
Anno: 1973.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Dopo aver letto Il mondo di Durdane e Il popolo di Durdane, era scontato che giungesse anche la recensione di Asutra, il terzo e conclusivo romanzo del Ciclo di Durdane, scritto da Jack Vance all’inizio degli anni “70.

Purtroppo, se i primi due romanzi, pur se privi della profondità (interiore, coscienziale, spirituale) che personalmente vorrei vedere in qualunque testo, quale che sia il suo genere letterario, erano risultati dinamici e gradevoli, Asutra risulta solo dinamico e perde la freschezza dei primi due libri.

In verità, sembra più che altro una conclusione un po’ raffazzonata di quello che viceversa era cominciato come un ciclo avente una sua integrità e un suo fascino: in Asutra, invece, si perde praticamente tutto, con le cose che si fanno dispersive e davvero poco convincenti.

Ecco la trama sommaria di Asutra: dopo aver spodestato l’Anome (primo libro) e dopo aver scongiurato la minaccia dei Roguskhoi (secondo libro), Gastel Etzwane decide di andare alla fonte del problema, cercando di scoprire chi minaccia l’umanità di Durdane. Scopre che sono gli Asutra, una razza aliena capace di connettersi con un “ospite” orientandone il comportamento. Ci ha provato con l’umanità, e ancora prima ci aveva provato con la razza dei Ka, vivente in un altro pianeta.

Se il primo romanzo aveva come elemento centrale gli intrighi di palazzo e la strategia operativa, mentre il secondo la strategia bellica contro i barbari invasori, il terzo si dedica ad astronavi, viaggi spaziali e combattimenti… un calo netto di qualità che onestamente non mi sarei atteso.

Ma forse, banalmente, Vance non sapeva come far proseguire il ciclo oppure era intenzionato a chiuderlo il prima possibile. Lo stesso finale di Asutra lascia il tempo che trova, col personaggio che, ancora una volta, sembra non sapere cosa fare della propria vita.

Insomma: bene il primo, bene il secondo, male il terzo.
Questo potrebbe essere il giudizio sintetico sul Ciclo di Durdane di Jack Vance, il quale è un buon autore quando indaga l’aspetto psicologico e sociologico dei personaggi e dei mondi che crea, ma che scivola nella mediocrità più assoluta quando si dedica all’azione e al mero dinamismo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il popolo di Durdane - Ciclo di Durdane 2 (The brave free man).
Scrittore: Jack Vance.
Genere: fantascienza, avventura.
Editore: Euroclub.
Anno: 1972.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui


Il popolo di Durdane è il secondo romanzo del Ciclo di Durdane, di Jack Vance.
Se ho letto anche il secondo libro è stato per due motivi: il primo è che il primo romanzo, Il mondo di Durdane, mi è piaciuto; il secondo è che avevo la trilogia completa in un unico tomo… 

… una cosa molto comoda quando il primo libro ti piace, ma decisamente meno intelligente se l’acquisto non è stato azzeccato.

Con Jack Vance non dico che si va sul sicuro, ma quasi, per cui l’acquisto è andato in porto con buon esito.

Veniamo a Il popolo di Durdane: Gastel Etzwane, messo da parte l’Anome e acquisito in qualche modo un potere quasi assoluto, si dedica anima e corpo alla ristrutturazione delle forze di Shant al fine di debellare la pericolosa minaccia dei Roguskhoi, una misteriosa popolazione fisicamente molto dotata e caratterialmente molto distruttiva, che devasta, uccide e stupra in ogni luogo.

Egli sarà così alle prese sia con le periferie dello stato, spesso poco inclini a partecipare all’azione militare, sia con i giochi di palazzo, tra tradimenti e presunti tali.

Il romanzo è lungo come il suo predecessore, appena una decina di pagine in più, e la cosa non probabilmente casuale. Vance è dinamico e caratterizza bene… ma senza esagerare.
Anche i suoi contenuti sono interessanti… ma senza esagerare.

Il pubblico cui si rivolge è un pubblico curioso, discretamente colto e di ampie vedute… ma nulla di più.

Anche i suoi romanzi, o quantomeno quello che ho letto finora, compreso il Il popolo di Durdane, si presentano di buon valore, pur senza arrivare allo stato dell’arte o all’opera particolarmente profonda.

Vance, come autore, sa comunque il fatto suo.

Chiuderò la trilogia con Asutra, il terzo e ultimo libro del Ciclo di Durdane.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il mondo di Durdane - Ciclo di Durdane 1 (Anome).
Scrittore: Jack Vance.
Genere: fantascienza, avventura.
Editore: Euroclub.
Anno: 1971.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Era da molto che non leggevo nulla di Jack Vance, scritto di fantascienza/fantasy che ho apprezzato molto da ragazzo, soprattutto per via di due romanzi L'ultimo castello e La fiamma della notte.
Di lui ho recensito anche Fuga nei mondi perduti e Naufragio su Tschai (il primo romanzo del Ciclo di Tschai), ma con minor entusiasmo.

Ho interrotto il digiuno con Il mondo di Durdane, primo libro del Ciclo di Durdane, trilogia composta anche da Il popolo di Durdane e Asutra.

Il genere si muove tra fantascienza e fantasy: tecnicamente rientreremmo in tutto nella fantascienza, tra vecchia Terra, nuovi pianeti, varie tecnologie, però l’atmosfera generale ha qualcosa del fantasy.

Ecco la trama: lo stato di Shant è retto dall’Anome, altrimenti chiamato Uomo senza volto, dal momento che non se ne conosce l’identità e governa tutto quanto dall’anonimato, con una serie di collaboratori che ne eseguono ciecamente gli ordini.

Il protagonista della storia è Gastel Etzwane, che prende questo nome all’interno del popolo dei Chiliti, una delle tante micro culture di Shant. Figlio di una sorta di prostituta e di un famoso musico itinerante, il quale tuttavia ne ignora l’esistenza, egli rifiuta il suo “destino” tra i Chiliti e fugge… divenendo prima egli stesso un musicante e poi finendo per acquisire più potere di quanto avrebbe mai pensato, o desiderato.
Di mezzo, la grave minaccia dei Roguskhoi, un’etnia umana barbara e crudele che devasta, uccide e violenta tutto quel che trova.

Il romanzo, pur non particolarmente lungo con le sue circa 170 pagine, copre un ampio arco temporale, visto che si parte col protagonista bambino e si termina col protagonista giovane uomo… un giovane uomo ambizioso, a modo suo.

L’ambientazione è credibile e accattivante, per quanto non eccessivamente descritta e strutturata, e gli eventi interessanti.
I personaggi forse non sono caratterizzati al meglio, ma se la cavano, e la valutazione generale de Il mondo di Durdane è positiva…

… tanto che certamente mi leggerò anche il secondo libro del Ciclo di Durdane, ossia Il popolo di Durdane (cosa che non feci per il Ciclo di Tschai, che non mi interessò a sufficienza nel primo libro).

Fosco Del Nero


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Titolo: Il viaggio del veliero - Le cronache di Narnia 5 (The voyage of the Dawn Treader).
Scrittore: Clive Staples Lewis.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Mondadori.
Anno: 1952.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Il viaggio del veliero è il quinto romanzo dell’eptalogia che Clive Staples Lewis ha dedicato a Le cronache di Narnia, dopo Il nipote del magoIl leone, la strega e l’armadioIl cavallo e il ragazzo e Il principe Caspian.
L’anno di scrittura è l’ormai lontano 1952.

Lewis, e lo stesso Ciclo di Narnia, sono ufficialmente riferiti all’infanzia, o se non all’infanzia all’adolescenza. Ciò è evidente in una certa linearità di fondo, in alcuni simboli piuttosto semplici, dai toni morbidi del narrato, negli stessi dialoghi molto “puliti”.

Nonostante quel che affermava Lewis riguardo alla duplice bontà della letteratura per ragazzi e per adulti, concetto che condivido in pieno, di fatto i romanzi di Narnia pendono decisamente più sul primo versante che sul secondo, riguardo al quale risultano piuttosto semplicistici e non adatti a un pubblico abituato ai grandi capolavori della letteratura o ai grandi romanzi fantasy.

Ciononostante, i vari libri componenti le Le cronache di Narnia si difendono sufficientemente bene, per quanto la qualità e l’interesse, almeno dal mio punto di vista, calino di testo in testo.

Ne Il viaggio del veliero del ciclo narrativo, in quanto storia pregressa, non c’è quasi niente, se non il duo Edmond e Lucy e la comparsata del leone Aslan alla fine, e il tutto si riassume in un viaggio per mare verso oriente, alla ricerca della Fine del Mondo.
In effetti, è più interessante il simbolo che non la narrazione in sé.

Ecco la trama sommaria de Il viaggio del veliero: Edmond e Lucy, i più piccoli dei quattro fratelli e sorelle Pevensie, vengono mandati in vacanza presso il cugino Eustachio, noto per essere lamentoso e fastidioso. Come al solito, si finirà a Narnia (stavolta tramite un dipinto), là dove i tre incontrano Caspian, attuale Re di Narnia, il quale s’impegna nella missione di ritrovare, vivi o morti, i sette nobili che il malvagio zio Miraz, precedente usurpatore del trono, aveva mandato in esilio.
Così, Caspian lascia la reggenza del regno al nano Briscola, e si imbarca con i suoi amici nel Veliero dell'Alba diretti verso oriente e verso l’ignoto.

A parte alcuni eventi didattici, come quando Eustachio si trasforma in un orribile drago (per la sua cupidigia), o quando il gruppo s’imbatte in una sorgente che trasforma tutto in oro, compresi gli esseri umani in statue (altro monito contro l’avidità), o quando si trovano alcuni nobili addormentati (simbolo di addormentamento della coscienza), l’unica cosa rilevante della storia è il finale, allorquando ri-compare il leone Aslan, ch’è a sua volta un simbolo di Cristo (infatti giunge sotto forma di agnello), nel luogo oltre il mondo che rappresenta il Regno dei Cieli. Giacché c’è, rivela che in ogni mondo egli è conosciuto in una forma diversa: più che badare alla singola forma, quindi, occorre badare a quello che sta dietro alla forma.

A livello di simbolo, interessante anche il fatto che i protagonisti vengono fatti schiavi per essere oggetto di mercimonio, per poi essere liberati: anche in tale circostanza siamo sul versante inconsapevolezza-addormentamento-schiavitù.

Che Lewis ponesse nei suoi testi dei simboli religioso-spirituali, e di chiaramente d’impronta cristiana, è cosa ben nota, e personalmente apprezzata… il punto, molto semplicemente, è che i suoi romanzi sono rivolti soprattutto a un pubblico giovanissimo e che, a livello narrativo, valgono probabilmente meno dei loro contenuti. Questo è anche il caso de Il viaggio del veliero.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il ritorno di Ayesha (The return of Ayesha).
Scrittore: Henry Rider Haggard.
Genere: fantasy, avventura, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1905.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui


Il ritorno di Ayesha è il seguito di Lei, altrimenti intitolato La donna eterna: quest’ultimo era stato scritto nel 1887, mentre il suo seguito è datato 1905: ben diciotto anni di distanza, dunque.
Il ciclo si completa infine con altri due romanzi, che però non sono mai stati tradotti in italiano.

Henry Rider Haggard è stato uno scrittore molto prolifico e al tempo molto famoso, soprattutto per il lungo Ciclo di Allan Quatermain (tra cui spicca il noto Le miniere di Re Salomone), così come per il Ciclo di Olaf Spadarossa.

Di mio, Ayesha è il suo quinto libro che recensisco, dopo La donna eterna, La collana del vagabondo, Bisanzio e La valle dei re; le valutazioni hanno oscillato tra il 6.5 e l’8, segno che Haggard mi è sempre piaciuto… soprattutto per la sua verve avventurosa, ma anche per un certo sottofondo psicologico.

Ma torniamo a Il ritorno di Ayesha: Orazio e Leo, invecchiati di circa vent’anni, stanno ancora viaggiando per il mondo alla ricerca di Ayesha, il cui precedente corpo hanno visto morire davanti ai loro occhi ma che danno per scontato sia ancora viva da qualche parte, data la sua natura immortale. Finiscono così in Asia, tra monasteri e antiche popolazioni.
In un luogo, in particolare, si parla di una Montagna Fiammeggiante abitata da un’invincibile Regina… e i due torneranno a rivisitare l’antica storia di Callicrate, di Amenartas, della sacerdotessa di Iside e del saggio consigliere.

In effetti, Il ritorno di Ayesha sa molto di già visto: in parte è un seguito e in parte è una riproposizione del romanzo che ebbe tanto successo in precedenza, pur con la modifica di nomi e situazioni.
Il testo è anche nettamente più lungo e, data la scrittura piuttosto verbosa di Haggard (ma più che sua era una tendenza di quel periodo), rischia di annoiare in certi frangenti, pur mantenendosi sempre sufficientemente interessante.

Nel passaggio tra l’avventura africana e quella asiatica si perde parecchia della forza del romanzo originale, anche se non mancano alcune scene di alto impatto, nonché alcune riflessioni valide sull’animo umano o su mitologie, culti e spiritualità.

Credo che, finora, avessi letto Il ritorno di Ayesha solo una volta, da adolescente, tanto che non ne ricordavo i contenuti, mentre La donna eterna l’avrò letto quattro o cinque volte, il che da solo dà un’idea del rispettivo valore dei due romanzi.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le avventure di Jim Bottone (Jim Knopf und Lukas der lokomotivfuhrer).
Scrittore: Michael Ende.
Genere: fiaba, infanzia, avventura, fantasy.
Editore: Einaudi.
Anno: 1960.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui


Era da molto che non leggevo qualcosa di Michael Ende: dopo l’indimenticabile La storia infinita, che ho letto varie volte, MomoLo specchio nello specchio e A scuola di magia (i primi due romanzi e gli ultimi due raccolta di racconti), arriva sul blog il suo quinto titolo recensito, ossia Le avventure di Jim Bottone (un romanzo).

Il mio timore era che il testo, un po’ per la tendenza naturale di Ende un po’ per come si presentava, fosse una favola per bambini o poco più… e difatti è stato così.
In tal senso, la lettura del libro non mi ha entusiasmato, e a dire il vero nemmeno incoraggiato.

Non che Le avventure di Jim Bottone sia di spiacevole lettura, ma semplicemente è più orientato all’infanzia che all’età adulta, e infatti è spesso inserito come lettura scolastica (l’edizione che ho comprato, non a caso, è orientata alla scuola, con tanto di appendice finale con domande e spunti di lettura).

Naturalmente, tale “orientamento scolastico” non tiene minimamente in conto il sottofondo esistenziale che serpeggia in tutte le opere di Ende, notevoli o meno che siano: tale testo non ha fatto eccezione possiede ha delle chiavi di lettura simbolica piuttosto chiare, che probabilmente sfuggiranno ai bambini e ai comitati scolastici di lettura, ma non ai lettori avvezzi ai testi si genere esistenziale.

Si parte così da Dormolandia, che rappresenta la materia e addormentamento, e si finisce a Mandala, che rappresenta il traguardo spirituale; difatti, nel primo paese, che pur non è malaccio, vi sono dei problemi e i due protagonisti se ne devono andare per forza, mentre il secondo paese è una specie di eden in cui tutto è ben organizzato e gli abitanti si vogliono bene.
Ancora, alla fine dell’avventura uno dei protagonisti di Dormolandia si fidanza con la principessa di Mandala, e i due paesi vengono uniti da un cavo telefonico per agevolare le comunicazioni: questo simboleggia il fatto che, quando si arriva alla fine del percorso coscienziale, materia e spirito sono riuniti e in armonia… mentre prima c’erano problemi, per l'appunto.
Ancora, i protagonisti devono affrontare un cattivissimo drago che imprigiona e schiavizza i bambini, tra cui la principessa suddetta: il drago rappresenta l’energia sessuale, e in generale l’energia dell’essere umano. Quando l’energia è domata, l’essere umano passa da schiavo-servo a padrone-signore e l’energia, da stimolo incatenante e obnubilante che era, diviene una fonte da cui ci si può abbeverare; difatti, il drago, una volta sottomesso, si tramuta in drago buono e sapiente.
Ancora: a fine storia la locomotiva Emma, simbolo di tutta quanta l’avventura e il percorso, partorisce un figlio, una piccola locomotiva. Questo rappresenta il fatto che tutti i percorsi generano dei “figli”, ossia hanno delle conseguenze su chi li porta a termine: determinano-creano qualcosa.

Conoscendo la passione di Michael Ende per i simboli di genere esistenziale (il Nulla, la principessa sapiente, l’eroe, il nemico da affrontare, etc), va da sé che tutti questi elementi non sono casuali.

Per la cronaca, ecco in breve la trama di Le avventure di Jim Bottone: il piccolo Jim e il macchinista Luca abbandonano l’amata Dormolandia perché il sovrano ha loro riferito che, essendo il posto molto piccolo, non ci sarà più spazio per la locomotiva Emma, la quale in verità è un vero e proprio essere vivente. I due allora, a malincuore, se ne vanno, e dopo alcune peripezie finiscono alla ricerca di Li Si, la principessa del paese di Mandala che è stata rapita da un drago malvagio: durante il percorso affronteranno di tutto e di più… ma sempre col sorriso sulle labbra.

Genericamente parlando, apprezzo Michael Ende, anche se per i miei gusti sovente scivola troppo nel racconto infantile, dimenticandosi della lezione di Lewis secondo la quale gli ottimi libri per i bambini sono anche ottimi libri per gli adulti.
Il risultato finale di Le avventure di Jim Bottone, per quanto mi riguarda, è questo: romanzo breve appena sufficiente per gli adulti, eccellente lettura-favola per i bambini. 
Ma La storia infinita è molto lontana come valore complessivo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il covo dei pirati - Dimensione avventura 5 (Seas of blood).
Scrittore: Andrew Chapman.
Genere: librogame, avventura, fantasy.
Editore: E.L.
Anno: 1985.
Voto: 5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Il covo dei pirati è il quinto librogame della collana Dimensione avventura, nota per contenere soprattutto libri di Steve Jackson o di Ian Livingstone: i due stavolta si limitano a “presentare” il volume in questione, firmato invece da Andrew Chapman.

Ambientato in un immagifico mondo piratesco, propone una trama assai semplice, ma originale: in ballo c’è una scommessa tra due amici pirati, i quali scommettono di riuscire a conquistare il maggior bottino in un certo lasso di tempo, entro il quale dovranno recarsi in un luogo per confrontare le reciproche conquiste e decidere così chi è il pirata migliore.

Lo sfondo della storia comprende una mappa ben dettagliata e uno scenario fantasy, con tanto di mostri ed eventi soprannaturali, anche se l’elemento prevalente è quello avventuroso e piratesco, per l’appunto.

Prima di emettere un verdetto, devo forzatamente precisare che l'ambientazione e il genere ricordano L’abisso dei morti viventi, libro della collana Realtà virtuale, noto per la sua elevata qualità, con cui dunque Il covo dei pirati necessariamente si confronta…

… e ne esce perdente per distacco, occorre dire.

È interessante la scelta del percorso che si effettua sulla mappa, nonché l’idea originale di una sorta di “corsa al bottino”, ma sono proprio i contenuti della storia a deludere, in quanto poco brillanti e un po’ banali.
Anche la qualità di scrittura de Il covo dei pirati purtroppo non eccelle, e nemmeno le illustrazioni si fanno notare.
Insomma, il tutto rimane piuttosto mediocre: non disastroso, ma mediocre.

Curiosamente, la cosa per cui il volume si fa notare maggiormente è la mappa: non solo perché è ben fatta, ma soprattutto perché compie la scelta di usare per i suoi toponimi antichi nomi sumero-babilonesi, reali o assonanti: Assur, Kirkuk, Nippur, Enraki, Shurrupak.

Pochino, però, specialmente a confronto con i titoli che hanno preceduto questo quinto volume della collana, soprattutto La rocca del male e Appuntamento con la M.O.R.T.E.
Alla prossima occasione, sperando in meglio.

Fosco Del Nero


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Titolo: La foresta maledetta - Dimensione avventura 2 (The forest of doom).
Scrittore: Ian Livingstone.
Genere: librogame, avventura, horror.
Editore: E.L.
Anno: 1983.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


La foresta maledetta è il secondo libro della serie di librogame Dimensione avventura, la quale sarebbe l’edizione italiana (parziale) della serie inglese Fighting fantasy.

Dopo La rocca del male di Steve Jackson, libro celebre sia per sua fama sia per contenere un’errore di stampa che in pratica lo rendeva impossibile da terminare, ecco La foresta maledetta di Ian Livingstone
Si passa così dall’autore della fortunata, e secondo molti la migliore in assoluto, serie di Sortilegio, a un autore molto presente nella lunga collana di Dimensione avventura… il cui altro autore spesso presente è lo stesso Steve Jackson, dal momento che i due la hanno co-ideata assieme.

Il genere, de La foresta maledetta ma in generale di tutta la serie, è un fantasy avventuroso e con vaghe tinte horror, anche se più nei titoli che nel tono della narrazione.

La narrazione di questo libro, seppur apparentemente molto ampia, con un’intera foresta da esplorare per trovare le due parti di un manufatto dei nani che è stato rubato dai goblin, in realtà non è così vasta, e il percorso è discretamente obbligato nei suoi binari principali.
L’ambientazione è comunque credibile (si fa per dire) e ben descritta.

Ugualmente ben fatto, nella sua semplicità, ciò che spesso coglie nel segno, è il sistema di gioco: qualche dado, qualche valore, oggetti e scelte, secondo il canone classico dei librogame e senza doversi scervellare per ogni singola cosa.

Belle le illustrazioni, ciò che poi, nella mia opinione, era uno dei valori aggiunti dei librogame rispetto ai libri normali, solitamente privi di immagini: ciò contribuiva, nella fantasia dei ragazzi che eravamo, a generare un intero mondo… e solitamente un mondo nello stile proprio delle illustrazioni presenti nel singolo libro.
In effetti, in generale io sono un grande fan delle illustrazioni, fossero anche solo in bianco e nero com’era per l’appunto nei librogame della E.L.

Se i contorni sono buoni, forse è proprio la storia il punto non dico debole, ma perlomeno non trascendentale de La foresta maledetta: l’avventuriero incontra un nano morente, il quale gli affida una missione… e l’avventuriero ovviamente va a compierla, per poi venire ricompensato (se non muore prima, ovviamente).

Nel complesso, ho gradito sufficientemente La foresta maledetta, ma per fascino e impatto La rocca del male gli sta a mio avviso un gradino sopra… errori di traduzione a parte.

Fosco Del Nero


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Titolo: Ventimila leghe sotto i mari (Vingt mille lieues sous les mers).
Scrittore: Jules Verne.
Genere: avventura, fantastico.
Editore: RBA.
Anno: 1870.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Nonostante la sua ovvia fama, del romanzo e dell’autore, non avevo mai letto finora Ventimila leghe sotto i mari… e forse, da ragazzino, non avevo mai letto niente di Jules Verne. Cosa invero curiosa, data la mia forte predilezione, fin da piccolo, per la narrativa di genere fantastico.

Ho, così, approfittato da grande per colmare questa lacuna, leggendomi, nell’ordine, Il giro del mondo in ottanta giorni, Viaggio al centro della Terra, Cinque settimane in pallone e, per l’appunto, Ventimila leghe sotto i mari.

Il quale, curiosamente, nonostante del suddetto lotto sia il libro più acclamato, quello che ha dato grande notorietà allo scrittore francese, è quello che mi è piaciuto di meno, e nettamente.

Forse perché in esso si elevano a potenza i difetti di Verne come narratore: il tendere a spiegazioni ed elenchi tanto minuziosi quando prolissi; la freddezza con cui, in pieno stile antropocentrico e positivista, viene vista e trattata la natura, animali compresi, considerati come meri strumenti in mano alla razza più potente, ossia l’uomo (ammesso che lo sia, ma questo è un altro discorso); una certa ripetitività dei personaggi, col protagonista studioso sempre ben servito da un impavido e fedele aiutante; la grande lunghezza del testo, lungo 500 pagine e senza che in esso vi fosse una qualche trama oltre al girovagare del Capitano Nemo con il suo formidabile sottomarino.

Ma andiamo per l’appunto alla descrizione sommaria della trama di Ventimila leghe sotto i mari: il Professor Pierre Aronnax s’imbarca insieme al suo assistente tuttofare Conseil su una nave il cui scopo è quello di trovare e abbattere un misterioso mostro sottomarino che a quanto pare sarebbe il responsabile di molti affondamenti. Tra le “armi” a disposizione della suddetta nave, il fiociniere Ned Land
I tre, Aronnax, Conseil e Land, finiranno a bordo, come prigionieri, del Nautilus, un eccezionale sottomarino progettato dall’altrettanto eccezionale Capitano Nemo, e governato da un numero imprecisato di uomini. I tre avranno fin da subito l’intenzione di scappare, ma nel mentre potranno assistere a incredibili scenari subacquei, Atlantide compresa.

Onestamente, Ventimila leghe sotto i mari è piuttosto stucchevole: freddo, cerebrale, avventuroso ma in modo del tutto fittizio, piuttosto stereotipato nei personaggi e privo di scopo… se non quello di elencare milioni di territori, mari, specie acquatiche e via discorrendo, nemmeno fosse un atlante geografico. 
Interessante solamente a tratti, propone bellissime illustrazioni (quelle del testo originale della Collezione Hetzel).

Stanti così le cose, la mia classifica è: Il giro del mondo in ottanta giorni, Viaggio al centro della Terra, Cinque settimane in palloneVentimila leghe sotto i mari… esattamente nell’ordine di lettura. Il che vuol dire o che sono molto intuitivo, compreso il non aver mai considerato Verne quand’ero piccolo, oppure che, a furia di leggerlo, mi ha stufato e mi è piaciuto sempre meno.

Fosco Del Nero


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Titolo: La rocca del male - Dimensione avventura 1 (The citadel of chaos).
Scrittore: Steve Jackson.
Genere: librogame, avventura, horror.
Editore: E.L.
Anno: 1983.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Riecco un altro librogame: dopo le serie di Oberon, Detectives Club, Sherlock Holmes, Firewolf, Oltre l'incubo, Time machineSortilegioCompactRealtà virtuale (i numeri che possiedo, perlomeno), si comincia con un’altra serie: Dimensione avventura (anch’essa incompleta). 
Il primo libro è il celeberrimo La rocca del male.

Se l’autore è un nome noto, Steve Jackson, il medesimo realizzatore di Sortilegio (la mia serie preferita di sempre), il libro ha una grande novità… un errore di traduzione che lo rende irrisolvibile.
Adesso la cosa è nota, ma al tempo chissà quanti libro-giocatori onesti e irreprensibili sono stati frustrati dal non esser mai riusciti a completare l’avventura... e io stesso non mi ricordo di averla mai portata a buon fine.

Similmente a Sortilegio, anche La rocca del male si muove in un mondo fantasy, pur se il mondo è ben più limitato rispetto alle ampie lande che hanno reso famoso Steve Jackson: l’avventura infatti si svolge tutta all’interno di una sorta di cittadella, e non a caso in titolo originale era The citadel of chaos, tradotto maldestramente in italiano con La rocca del male, con tanto di copertina horror, secondo la moda di quei tempi di utilizzare titoli e copertine il più possibile spaventevoli al di là del contenuto effettivo del libro.

Finché si rimaneva su un titolo alterato e una copertina un po’ vivace, comunque, non c’era problema; se invece il traduttore si metteva a pasticciare coi nomi di personaggi e i nomi degli oggetti, invece, i problemi aumentavano, da cui la questione dell’irrisolvibilità del libro.

Ed è stato un vero peccato, perché La rocca del male è un signor librogame, dallo stile fantasy-grottesco assai simile a quello di Sortilegio, con ambientazioni, personaggi e illustrazioni all’altezza; memorabili ad esempio i Ganjees, ma anche personaggi come O’Seamus e i Miks, o lo stesso Balthus il Malvagio, il combattimento finale il quale è forse il più sostanzioso tra tutti i finali che mi ricordo.

Il regolamento è semplice ed essenziale, il combattimento quello più classico tra tutti, e in più ci sono in dotazione numerosi incantesimi… che tuttavia non sono da memorizzare come in Sortilegio.
La storia propone molti possibili percorsi, e necessariamente occorre procurarsi determinati oggetti, per cui arrivare alla fine al primo colpo è invero improbabile, ma la varietà di ambienti e situazioni proposti è tale che la rigiocabilità del libro è elevata.

Ancor più dei singoli dettagli, comunque, l’aspetto più importante, e questo vale tanto per la narrazione normale quanto per i librogame, è la qualità dell’atmosfera creata dall’autore: in questo Steve Jackson è molto bravo, e infatti, oltre a Sortilegio, anche La rocca del male si ricorda con piacere.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il collare di teschi - Realtà virtuale 4 (Virtual reality adventure – Necklace of skulls).
Scrittore: Dave Morris, Marc Smith.
Genere: librogame, avventura, fantastico.
Editore: E.L.
Anno: 1993.
Voto: 5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Come avevo anticipato, dopo le recensioni de L’abisso dei morti viventi e de Le spire dell’odio, arriva quella dedicata a Il collare di teschi, il terzo librogame che ho della collana Realtà virtuale. I tre son rispettivamente il secondo, il terzo e il quarto libro della suddetta collana… un peccato visto che quinto e sesto hanno la fama di essere i migliori.

Viceversa, mentre il primo recensito aveva una fama positiva, meritata, il secondo e il terzo godevano di una nomea negativa, purtroppo meritata anche questa; non sono certamente due disastri, ma peccano in molti modi, tanto che nessuno dei due raggiunge la sufficienza.
Anzi, Il collare di teschi è quello dei tre che mi è piaciuto di meno in assoluto.

Lo schema di gioco è il medesimo degli altri due libri, e suppongo della collana intera: a inizio storia si sceglie il proprio protagonista secondo certe caratteristiche-qualità e poi si inizia l’avventura, abbinando alcune scelte personali alle possibilità offerte dalle qualità di cui sopra… se le si possiede naturalmente, e il medesimo discorso vale anche per i vari oggetti che si possono o meno trovare nel corso dell’avventura. Si aggiunge al tutto la presenza di “parole d’ordine”, a seconda di quel che si è fatto in precedenza, le quali ugualmente contribuiscono a determinare il percorso degli eventi.
Niente dadi e niente casualità, come da modello Realtà virtuale, cosa che personalmente apprezzo.

Ecco la trama sommaria de Il collare dei teschi, o almeno la struttura della storia: noi siamo Astro della sera, e siamo un guerriero alla ricerca di vendetta per l’uccisione del nostro fratello Astro del mattino. L’oggetto della vendetta è lo stregone Collare di teschi (il titolo del libro sembra mal tradotto, a proposito), che dovremo cercare e poi cercare di sconfiggere.

Anche in questo volume, le possibilità di evoluzione sono parecchie, tanto che tra scelte personali, caratteristiche, oggetti, parole d’ordine, son molte le possibilità ipotetiche, anche se poi, ovviamente, certi punti sono comuni.
Se la varietà è sufficiente, tuttavia, non lo è la qualità, quella che invece c’era ne L’abisso dei morti viventi (anche quel titolo era tradotto male, a proposito), e quella che si dice esservi in Cuore di ghiaccio e I misteri di Baghdad, volumi cinque e sei rispettivamente (del volume uno, La foresta degli elfi, non mi ricordo testimonianze); il tutto, in effetti, scorre via in modo troppo naif, veloce, senza descrizione e partecipazione, quasi come fosse un quiz a premi e non un romanzo, per quanto un romanzo interattivo.

Forse in questi due volumi si è badato più all’aspetto tecnico (abilità, parole d’ordine, oggetti, scelte nei bivi) che non a quello romanzesco, che pur deve essere curato (la serie Firewolf, per dire, curava molto più questo secondo che non il primo e, per quanto fosse astrusa come regolamento, era ben fatta, soprattutto all’inizio, in quanto a personaggio, ambientazione e trama).

Insomma, Il collare di teschi e il duo Dave Morris-Marc Smith si beccano una bella insufficienza.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le spire dell’odio - Realtà virtuale 3 (Virtual reality adventure – The coils of Hate).
Scrittore: Dave Morris, Marc Smith.
Genere: librogame, avventura, fantastico.
Editore: E.L.
Anno: 1993.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Nuovo librogame recensito su Libri e Romanzi: questa volta abbiamo il terzo libro della serie Realtà virtuale, ossia Le spire dell’odio.
Gli autori sono gli stessi due autori del precedente libro della collana Realtà Virtuale recensito, L’abisso dei morti viventi: Dave Morris e Marc Smith.

Tuttavia, devo dire che la qualità non è la stessa, e purtroppo è peggiorata. Ciò in corrispondenza con quanto avevo letto da qualche parte in rete per cui i migliori libri di Realtà Virtuale fossero il secondo, il quinto e il sesto.
Il secondo l’ho recensito ed era bello. Gli altri due non li ho, così come non ho il primo, per cui son passato a leggere e recensire questo terzo libro della collana, cui seguirà poi il quarto, Il collare dei teschi, di cui però ho ugualmente sentito parlare male.

Ma veniamo a noi: mentre L’abisso dei morti viventi era ambientato in mare, e dettagliatamente nei mari caraibici, tra pirati, isole, selvaggi ed elementi sovrannaturali, Le spire dell’odio è ambientato in una città, Godorno, che è oppressa da un malvagio tiranno. La situazione in particolare è rischiosa per i Judain, popolo in minoranza e mal visto dagli autoctoni, che lo maltrattano e lo accusano di ogni problema. La situazione peggiora ancora quando il tiranno dichiara i Judain fuorilegge e meritevoli di esecuzione immediata o di arresto e consegna alle guardie cittadine.
Il protagonista della storia è per l’appunto un judain, il quale si vede per l’appunto diventare un criminale ricercato da un momento all’altro. Dapprima pensa di scappare dalla città, ma poi decide di combattere per la salvezza del suo popolo e della città intera, divenendo addirittura capo della rivolta.

Ci sono altre tre cose da dire su Le spire dell’odio: la prima è che il regolamento di gioco è lo stesso del precedente capitolo, e immagino sia comune a tutta la collana Realtà virtuale. Niente dadi o fortuna, dunque, ma la scelta a inizio avventura di un personaggio con certe caratteristiche, con tutto ciò che ne consegue dopo.

La seconda cosa è che il parallelismo tra "judain" e "giudei" è fin troppo chiaro, e direi anche fin troppo retorico… e, curiosamente, non è la prima volta che mi capita in un librogame. I Judain sono una minoranza, sono mal visti, sono discriminati, sono accusati di essere ladri, usurai e mercanti senza scrupoli, sono condannati e uccisi. Ma sono i buoni, chiaramente, contrapposti a tiranni e uomini corrotti e malvagi.

La terza e ultima cosa è che, pur mantenendo lo stesso schema di gioco, ne Le spire dell’odio esso funziona peggio. Forse perché la storia è molto sfilacciata: ci sono svariati elementi (la popolazione della città, il tiranno e le guardie, la creatura sovrannaturale chiamate Hate, gli oggetti magici, etc), ma il tutto è assemblato male, risultando non spontaneo e artificioso.
Inoltre ci son un po’ troppi luoghi comuni, e non solo quello del popolo ebreo.

Insomma, ciò che ne L’abisso dei morti viventi era fluido e vivace ne Le spire dell’odio è male amalgamato e poco scorrevole. Altra nota di demerito: le illustrazioni, mediocri anch’esse, e forse meno (parlo delle illustrazioni durante l’avventura; fa eccezione la bella mappa della città che apre il volume). Peccato per tutto quanto, anche perché, proprio come nel libro precedente, pure questo si presterebbe a una buona rigiocabilità, con tante possibilità, parole d’ordine, etc… ammesso che si abbia voglia di rigiocarlo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Cinque settimane in pallone (Cinq semaines en ballon).
Scrittore: Jules Verne.
Genere: avventura, storia.
Editore: RBA.
Anno: 1863.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Da poco mi sono comprato un blocco di libri di Jules Verne, il famoso scrittore dell’Ottocento autore di alcuni importati romanzi d’avventura ed esplorazione, quando realistica e quando immaginifica.
Dei quattro avevo già recensito Il giro del mondo in ottanta giorni e Viaggio al centro della Terra, due classici della narrativa da cui sono stati tratti anche dei film. In attesa del terzo e ultimo classico, ossia Ventimila leghe sotto i mari, mi sono letto il romanzo meno famoso del gruppo, ossia Cinque settimane in pallone.

Si tratta di un altro romanzo di avventura, giacché a quanto pare Verne non sapeva scrivere altro, o forse scriveva ciò che era redditizio scrivere al tempo, ma al contrario di altri casi si tratta di avventura realistica, col solo mezzo di un pallone aerostatico (mezzo comunque all’avanguardia all’epoca) e ambientata nell’Africa centrale, quindi senza mostri sotto la terra o sotto il mare.

Ecco la trama sommaria di Cinque settimane in pallone: nel maggio del 1862 lo studioso Dottor Samuel Ferguson decide di attraversare l’Africa da est ad ovest in sella a un pallone aerostatico di sua invenzione, capace di sfruttare non solo i venti propizi, come era stato fino a quel momento, ma anche di muoversi per virtù propria grazie all’idrogeno di cui era caricato. Egli coinvolgerà nell’impresa, mai riuscita fino a quel momento, il suo servitore Joseph Wilson, detto Joe, e l’amico Richard Kennedy, detto Dick, il primo giovane assai sveglio e il secondo provetto cacciatore.
Teoricamente i tre partono ragionevolmente sicuri della buona riuscita dell’impresa, data la tecnologia superiore di cui dispongono rispetto ai precedenti avventurieri, molti dei quali avevano non a caso fatto una brutta fine, tuttavia non tutto fila per il verso giusto, e i tre se la vedranno con differenti pericoli…

I singoli romanzi di Jules Verne sono piacevoli: l’autore sa scrivere bene, in modo pulito ed evocativo, il ritmo è discretamente serrato pur mantenendo l’eleganza di quei tempi, e i personaggi sono sempre ben caratterizzati.
Tuttavia, dopo aver letto uno o due suoi romanzi, il tutto sa di già visto o comunque di molto simile, e inizia a venire a noia.

Nel caso di Cinque settimane in pallone, poi, c’è davvero poco in più rispetto alle descrizioni delle varie zone dell’Africa, con i loro abitanti, i loro climi e i loro animali selvaggi; giusto qualche disavventura per vivacizzare un minimo la cosa, e qualche descrizione storica reale di precedenti esploratori.
Se questo basta, il romanzo sarà apprezzato, altrimenti no.

Come ulteriore zavorra (termine particolarmente corretto per questo caso), il libro sconta qualcosa a livello culturale: animali ora rispettati e anzi protetti in quanto a rischio estinzione qua sono tranquillamente uccisi per il semplice gusto di ucciderli, e d’altronde uno dei tre protagonisti è dichiaratamente un cacciatore provetto.
Inoltre in generale c’è un certo europeismo di fondo che sa di razzismo (i tempi e la cultura, d’altronde, erano quelli: l’Europa di metà Ottocento, che vedeva il resto del pianeta come barbaro e degno di essere sfruttato senza ritegno; peraltro è ancora così, figuriamoci a quei tempi)… visibile in modo ancora più netto nel racconto di accompagnamento affiancato a Cinque settimane in pallone, ossia Martino Paz, in cui il classismo si sposta in ambito religioso e in cui gli ebrei sono cattivi e avidi, mentre i cristiani sono i buoni.

In conclusione: Jules Verne era un ottimo romanziere, con discreta vocazione anche da saggista, ma era un po’ di parte in vari sensi.
Mi rimane ora solamente Ventimila leghe sotto i mari, che non mi pare abbia mai letto da bambino, e che spero, fama alla mano, che sia il migliore del lotto dei quattro libri.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’abisso dei morti viventi - Realtà virtuale 2 (Virtual reality adventure - Down among the deadman).
Scrittore: Dave Morris, Marc Smith.
Genere: librogame, avventura, fantastico.
Editore: E.L.
Anno: 1993.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Di Realtà virtuale, nota serie di librogame, non ho il primo libro, La foresta degli elfi, per cui comincio la lettura dal secondo, intitolato L’abisso dei morti viventi e scritto dal duo Dave Morris-Marc Smith nel 1993.

In realtà avevo L’abisso dei morti viventi da molti anni, ma non lo avevo mai affrontato. Mi ricordo che una volta iniziai a leggerlo, ma mi interruppi subito per motivi che ora non ricordo. Forse, semplicemente, non mi piacque l’incipit. 

Ancor prima dell’incipit, parlando di librogame, c’è da considerare il regolamento: in ciò la serie di Realtà virtuale mi piace molto, giacché non si tirano dadi e la componente della fortuna non è del tutto azzerata, ma quasi. Anche le scelte fatte, in relazione alle conseguenze cui portano, non sono arbitrarie, ma al contrario tutto sa di proporzionato e di meritocratico, diciamo così.

Si può scegliere tra un novero di otto personaggi già precompilati, oppure strutturarne uno selezionando quattro tra le dodici abilità in elenco, che si muovono a 360 gradi tra arte della scherma e la sapienza, la destrezza e gli incantesimi.
Il tutto è flessibile fin dall’inizio, e continua ad esserlo nello scritto, dal momento che, pur essendovi dei passaggi obbligati, sono molte le vie per arrivarvi, e ugualmente le condizioni, alcune migliori e altre peggiori.
In questo, devo dire, forse Realtà virtuale è il sistema di gioco che ho preferito tra tutti nei librogame.

L’ambientazione non è invece troppo nelle mie corde, dal momento che non ho mai stravisto per pirati, arrembaggi e simili, oggetto per l’appunto de L’abisso dei morti viventi, per quanto nella trama del libro, non troppo lungo nel suo percorso date le numerose alternative presenti, vi sia molto di più, compresi vampiri, streghe, navi magiche, e via discorrendo.

Tuttavia, l'ambientazione, la capacità di scrittura, il regolamento snello e convincente, il buon bilanciamento e l'ottima rigiocabilità mi portano ad assegnare a L’abisso dei morti viventi una valutazione decisamente buona, e certamente mi leggerò gli altri due Realtà virtuale che possiedo, ossia Le spire dell’odio e Il collare dei teschi (di cui però ho letto valutazioni non troppo lusinghiere, mentre al contrario si dice che i migliori della serie siano proprio i due che mi mancano, ossia Cuore di ghiaccio e I misteri di Baghdad).
Comunque, Dave Morris e Marc Smith sono nettamente promossi.

Al prossimo librogame.

Fosco Del Nero 


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Titolo: Meglio non chiedere (Don’t ask).
Scrittore: Donald E. Westlake.
Genere: avventura, commedia.
Editore: Macro Tropea Editore.
Anno: 1993.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Avevo da tempo a casa il libro Meglio non chiedere di Donald E. Westlake.
Sapevo solo che si trattava di una commedia umoristica, e nient’altro.

Ecco la trama sommaria di Meglio non chiedere, che parte da un elemento piuttosto originale, per quanto altrettanto inverosimile: due paesi (immaginari) dell’Europa dell’Est, un tempo uniti nel medesimo stato ed ora separati, si contendono l’unico posto disponibile nelle Nazioni Unite
Per qualche motivo, sulla scelta tra i due avrà un peso determinante il parere di un vescovo, il quale si pensa che propenderà, per motivi puramente religiosi, per quel paese che potrà dimostrare di possedere il femore di Santa Ferghana, una giovinetta di umili origini la quale, dopo un’adolescenza dissoluta, trovò una sorta di ispirazione e poco dopo una sorte assai infausta, venendo divorata dai suoi familiari, per poi essere beatificata dalla Chiesa.
Tanto la storia della santa quanto quella del suo femore non hanno molto senso, ma tant’è: servizi segreti e mercenari si adoperano per assicurare al loro paese (o al paese pagante) la sacra reliquia e dunque il seggio alle Nazioni Unite.
Il protagonista della storia, John Dortmunder, è una sorta di artista del crimine che, insieme ai suoi compari, proverà a far pendere l’ago della bilancia internazionale dal lato della Tsergovia piuttosto che da quelli del rivale Votskojek.

Il tutto senza esclusione di colpi, anche se si tratta non di colpi sanguinari ma di colpi umoristici… e in tal senso in Meglio non chiedere di cose bizzarre ne succedono parecchie.

Meglio non chiedere e Donald E. Westlake propongono un umorismo discreto: ironico e leggero, non volgare, anche se a volte si va a parare in circostanze un po’ forzate.

A tratti il romanzo mi ha divertito, anche se per tratti maggiori l’ho portato avanti non dico con difficoltà ma senza un eccessivo interesse, da cui la valutazione mezzana: né eccellente ma neanche scarso.

Diciamo che, se desiderate un romanzo d’evasione con elementi originali e surreali, qualche finta divagazione storica, qualche intrigo internazionale curioso e personaggi parimenti curiosi, potrebbe piacervi. 

Di mio, ne ho apprezzato più l’abbrivio che non lo svolgimento o il finale, col tutto che andava ad essere sempre più improbabile, meno credibile e anche meno divertente, a mio modo di vederlo.
Comunque, in giro c’è assai di peggio.

Fosco Del Nero


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Titolo: Viaggio al centro della Terra (Voyage au centre de la Terre).
Scrittore: Jules Verne.
Genere: avventura, fantastico.
Editore: RBA.
Anno: 1864.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui


Mi sono procurato alcuni libri di Jules Verne, editi in una particolare edizione di pregio, e ogni tanto me ne leggo uno: dopo il classico Il giro del mondo in ottanta giorni, arriva oggi l’altro classico Viaggio al centro della Terra, un classico in generale, un classico per l’infanzia (magari in edizioni ristrette e prive delle lunghe elucubrazioni scientifiche dei protagonisti), nonché oggetto di diverse trasposizioni cinematografiche, attratte dalla forte spettacolarità e vivacità del narrato.

Per quelli che non sapessero di cosa si sta parlando, ecco la trama sommaria di Viaggio al centro della Terra, romanzo scritto da Jules Verne nel 1864: nel maggio del 1863 il Professor Lidenbrock, abitante ad Amburgo, programma un clamoroso viaggio diretto verso il centro della Terra, sulle orme del mitico esploratore Arne Saknussem, che affermava di essere riuscito a compierlo.
Così, insieme a suo nipote Axel, la voce narrante della storia, si reca in Islanda, dove ingaggia l’abile e taciturna guida Hans, e lì, in un vulcano inattivo, inizia la sua discesa verso il centro della Terra.
Le difficoltà saranno ovviamente molte, ma un po’ per le conoscenze scientifiche dei due scienziati, zio e nipote, un po’ per la perizia di Hans, i tre procedono e vedono cose inimmaginabili: un vero e proprio mondo sotterraneo, con tanto di specie vegetali e animali di altri tempi.

Il filone di Viaggio al centro della Terra  è quello dei mondi perduti, o ancor più precisamente dei mondi sotterranei, filone che attraversa trasversalmente la storia della letteratura: dai miti greci e nordici fino ai tempi più recenti, anche se è soprattutto l’Ottocento, non a caso epoca di esplorazione scientista, ad aver visto i maggiori esponenti: Jules Verne, Henry Rider Haggard, Arthur, Conan Doyle. Anche Edgar Allan Poe si era cimentato in qualcosa del genere, per quanto solo accennato, con Le avventure di Gordon Pym… di cui non a caso lo stesso Verne, a riprova della vicinanza di genere, immagina una sorta di continuazione ne La sfinge dei ghiacci.

Poco prima, a fine Settecento, c’era stato forse il più colossale esempio del filone “mondi perduti”, ossia l’Icosameron di Giacomo Casanova, libretto di appena 1800 pagine… che curiosamente non ebbe un grande successo.

Ma la storia più famosa di qualcuno che scende nelle viscere della Terra e poi torna a parlarne è ovviamente la Divina Commedia di Dante Alighieri… per quanto il genere non sia propriamente quello dell’esplorazione avventurosa ma abbia contorni più filosofico-esistenziali.

Il romanzo di Verne si inserisce nella disputa scientifica sulla natura della Terra e su ciò che sta al suo interno, ciò che in realtà è ancora oggetto di disputa: a scuola insegnano il modello della Terra piena di magma incandescente, ma vi sono sempre stati, e vi sono tuttora, sostenitori del modello della Terra cava, ciò che probabilmente ha dato spunto a storie quali quella di Jules Verne.

Torniamo per l’appunto al romanzo, che è ciò che ci interessa qui: Verne sapeva scrivere bene, non c’è dubbio: l’eloquio è preciso e misurato, e l’incedere avventuroso. Forse il tutto è un po’ troppo ricco di lessico tecnico-scientifico, ma d’altronde ciò era abitudine dell’epoca, forse per far guadagnare autorevolezza a scritto e scrittore, forse per impressionare il lettore, o forse per rendere la storia il più possibile credibile… pur all’interno di un narrato così improbabile come quello di Viaggio al centro della Terra.

Devo però dire la verità: pur avendo gradito Viaggio al centro della Terra, gli ho preferito Il giro del mondo in ottanta giorni. Di entrambi, invece, ho molto apprezzato le illustrazioni originali, incluse nell’edizione in  mio possesso. In verità, gli editori dovrebbero sforzarsi di includere sempre delle illustrazioni nei loro romanzi, fossero anche solo illustrazioni in bianco e nero: ne guadagna grandemente la bellezza dell’opera e la sua potenza evocativa.

Fosco Del Nero


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Titolo: La corona dei Re - Sortilegio 1 (The crown of kings - Sorcery 4).
Scrittore: Steve Jackson.
Genere: librogame, fantasy, avventura.
Editore: E.L.
Anno: 1985.
Voto: 8.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Con La corona dei Re termino finalmente la serie Sortilegio, laddove il “finalmente” non assume connotazioni qualitative (“finalmente: non ne potevo più”), ma quantitative (“finalmente: sono passati tanti anni da quando lessi il primo Sortilegio da ragazzino e solo adesso mi sono letto tutta la serie di fila”).

L’avverbio è a maggior ragione caricato considerando che Sortilegio è stata una delle mie serie preferite di librogame, e forse la preferita in assoluto: si giocava il primato probabilmente con Alla corte di re Artù, mentre il libro La città dei misteri, il secondo della serie di Sortilegio, dal canto suo si giocava il primato di miglior librogame mai letto… primato che ora si gioca perlomeno insieme a La corona dei Re, che in passato forse ho intravisto e leggiucchiato, ma mai letto tutto.

Peraltro, ancora prima di leggerlo o di averlo, La corona dei Re era famoso per essere un “Volume triplo”: il più grosso tra tutti i librogame della E.L. Forse l’aggettivo “triplo” era esagerato, dal momento che era solamente “doppio” rispetto agli altri libri della collana… ma effettivamente era triplo o forse anche quadruplo rispetto ai librogame più sottili (Detective Club, Avventure stellari, Time machine, senza citare Compact).

Ma veniamo a La corona dei Re: dopo Le colline infernaliLa città dei misteri e I sette serpenti, che avevano fatto attraversare all’“uomo di Analand” (non una grande definizione, occorre dire) le Colline Shamutanti, la città di Kharé e le Baklands, ecco che si è in prossimità della città-fortezza di Mampang, dove risiede l’Arcimago, il ladro della "corona dei Re", l’artefatto che il nostro eroe ha giurato di recuperare e riportare ad Analand.
Giunti nella tana del leone, ancora più infida e pericolosa di Kharé, che già lo era parecchio di suo, la missione si presenta ancor più difficile se nel precedente volume non si sono eliminati tutti e sette i serpenti messaggeri dell’Arcimago, impresa piuttosto tosta.
Volume lungo, triplo o doppio che sia, e quindi tante insidie e tante prove, e nel dettaglio quattro porte da superare, le famose Porte di Throben, che ovviamente non si passano semplicemente girando la maniglia e spingendo avanti, ma necessitano mezzi particolari.

La corona dei Re è una sorta di esaltazione al quadrato (forse più al cubo, trattandosi di un volume triplo) delle avventure di Sortilegio: oggetti, incantesimi, personaggi, amici, nemici, coraggio, prudenza… tutto mischiato in salsa fantasy-avventurosa, corredata peraltro da tante illustrazioni in bianco e nero dallo stile molto particolare, le quali a mio avviso hanno contribuito molto a comporre lo stile e la fama di Sortilegio.

Come sempre, è questione di gusti nel gradire di più un’ambientazione o un’altra, ma certamente di Sortilegio si può dire che si tratta di volumi tutti ben congeniato, e che La corona dei Re è la degna conclusione della saga di librogame: solo quattro, peccato, a fronte di altre serie di librogame ben più lunghe, Lupo Solitario in testa, ma anche altre.
Peccato che Steve Jackson non si sia cimentato più a lungo con Sortilegio… ma in compenso chi vorrà troverò altri suoi librigame nella collana Dimensione avventura.

Fosco Del Nero



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Titolo: Il giro del mondo in ottanta giorni  (Le tour du monde en quatre-vingts jors).
Scrittore: Jules Verne.
Genere: avventura.
Editore: RBA.
Anno: 1873.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Ogni tanto mi rileggo qualche classico del passato, e questa volta è toccato a Il giro del mondo in ottanta giorni, il long seller di Jules Verne, romanzo entrato di diritto nella letteratura educativa per l’infanzia/gioventù nonché oggetto di diverse conversioni cinematografiche.

Peraltro, a essere onesto non son del tutto sicuro di averlo letto quando ero bambino, per cui questa potrebbe essere in verità la prima lettura… anche se la storia de Il giro del mondo in ottanta giorni è talmente famosa che gli eventi grossomodo son conosciuti.

Ecco la trama assai sintetica de Il giro del mondo in ottanta giorni: un bel giorno il ricco e abitudinario Phileas Fogg fa una scommessa con i suoi colleghi soci del Reform Club, un club di Londra per persone benestanti. La scommessa verte sul riuscire a fare il giro del mondo in ottanta giorni precisi, usufruendo ovviamente della migliore tecnologia dell’epoca, ossia del 1982. 
In ciò coinvolgerà il suo domestico francese Passepartout… che è appena entrato al suo servizio proprio per la fama di abitudinario del signore inglese.
Sta di fatto che il viaggio prende il via, che il giovane francese accompagnerà il suo padrone, che i due vedranno tanti posti e usanze particolari e che durante il viaggio conosceranno diverse persone, tra cui la giovane donna indiana Auda e l’ispettore britannico Fix.

Va da sé che la tematica del viaggio compiuto in ottanta giorni è divenuta obsoleta, dal momento che tale viaggio oggi si compie, volendo, in poche ore. Non è tuttavia divenuto obsoleto, in quanto sempiterno, il valore di questo libro, ch’è un valore sia letterario sia educativo.
Dal primo punto di vista, abbiamo avventura e cultura, e scritte bene; dal secondo punto di vista abbiamo coerenza e onore, valori che nel corso dei decenni son gradualmente scemati… e difatti è in buona parte venuto meno anche il ruolo didattico, oltre che di intrattenimento, dei classici per l’infanzia, i quali peraltro son buoni anche per gli adulti. In realtà, qualunque libro che va bene per un bambino deve andar bene anche per un adulto, altrimenti non è un buon libro.
Penso ad esempio a Il mago di Oz, Alice nel paese delle meraviglie, I viaggi di Gulliver, L’isola del tesoro e tanti altri ancora, che in effetti non sarebbe una brutta idea recuperare, sia come letture per i propri figli sia come letture per se stessi (e in versione integrale, elemento che sottolineo dal momento che spesso gli editori avevano/hanno il bruttissimo vizio di accorciare i romanzi destinati all’infanzia, ovviamente peggiorandoli e facendo loro perdere integrità).

Tornando a Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, si tratta di un bel romanzo, con protagonisti che rimangono nell’immaginario, con avventure che hanno un piacevole sapore lette anche nel 2018 e con dei bei valori umani da trasmettere.

Una precisazione: io ho letto un’edizione di pregio, ben rifinita e con le illustrazioni originali, fatto che aumenta ulteriormente il fascino dell’opera (ho sempre pensato che in un romanzo dovrebbero esservi sempre delle illustrazioni, fossero anche solo in bianco e nero e d’aspetto semplice); la traduzione, invece, lascia un po’ a desiderare, con molti termini riportati in inglese per qualche misterioso motivo e parallelamente parecchi refusi.
Consiglio nel consiglio: cercate edizioni con illustrazioni.

Fosco Del Nero


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