Titolo: La porta sui mondi (Worlds within).
Scrittore: Rog Philips.
Genere: fantascienza, avventura, sentimentale.
Editore: Libra.
Anno: 1950.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Il romanzo recensito questa volta porta il titolo de La porta sui mondi, ed è datato 1950.

Si tratta di un romanzo di fantascienza, fantascienza in stile classico come andava di moda in quegli anni, scritto da tale Rog Philips, che non avevo mai avuto l’occasione di leggere e che nemmeno, a dirla tutta, conoscevo di nome.

Quanto all’edizione, era stato pubblicato nel 1979 dalla casa editrice Libra, al tempo nota proprio per le pubblicazioni di fantascienza, ma in seguito deceduta (credo abbia cambiato nome un paio di volte e poi non so che fine abbia fatto).

Ad ogni modo, gli altri libri che avevo letto tratta da tale collana, denominata Saturno, erano di qualità assai bassa (La stella fuggiasca e Il vagabondo dell’infinito, entrambi di Vargo Statten, I figli di Medusa di Theodore Sturgeon), per cui speravo che questo ne avrebbe risollevato le sorti… speranza vana, purtroppo, e a questo punto era proprio la collana ad avere un target di un certo tipo e piuttosto basso.

Ma vediamo la trama de La porta sui mondi, che mescola ad idee fantascientifiche alcune credenze o mitologie di vari popoli del mondo, soprattutto indios sudamericani: un bel giorno una bella ragazza, tale Edona, bussa alla porta di Lin Carter, inseguita da due omoni. Ovviamente l’uomo fa per difenderla, e subito dopo scopre che la Terra in cui aveva vissuto fino a quel momento – la nostra, per intenderci – non era l’unica, ma coesisteva con altre in realtà parallele, concentriche ma di differenti dimensioni quanto a grandezza del pianeta, della Luna, del Sole, etc.
In sostanza, c’è una Terra 1, una Terra 2, una Terra 3, una Terra 4, una Terra 5 e anche un sesto spazio dimensionale.
Ora, la cultura andina era depositaria di tale sapere, e in passato si era spostata tra i mondi… anche troppo, tanto che aveva aperto, e poi richiuso, un passaggio dimensionale ad una razza serpentoide malefica (ancora serpenti nel ruolo di alieni cattivi... chissà da dove è iniziata tale credenza-tendenza-mito).
Lin Carter dovrà aiutare i suddetti uomini a risolvere il problema, ripresentatosi a causa di un “cattivo”, saltando da un mondo all’altro.

La porta sui mondi è molto avventuroso, ed è antico in ogni sua pagina: fantascienza vecchio stampo, con spiegazioni e spiegazioni, sovente noiose e pedanti, avventura di livello facile, rapporti sentimentali ugualmente facili e prevedibili, figura da macho coraggioso e figura da donna sensibile, etc.
Insomma, per buona parte è un libro che sa di vecchio.

E purtroppo non ha niente che lo sollevi, se non una certa "avventurosità" e la simpatia che fa sorgere verso i due protagonisti.

Insomma, La porta sui mondi di Rog Philips non offre niente di più se non una distrazione leggera e anni "50, da prima fantascienza.
Ed ecco spiegato come mai non avevo mai sentito nominare l'autore in questione.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le colline infernali - Sortilegio 1 (The Shamutanti Hills - Sorcery 1).
Scrittore: Steve Jackson.
Genere: librogame, fantasy, avventura.
Editore: E.L.
Anno: 1983.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Sortilegio è sempre stata una delle mie serie preferite all’interno del piccolo grande mondo dei librogame, se non forse la mia preferita in assoluto; a tale lista ristretta posso aggiungere Alla corte di Re Artù, Grecia antica, Misteri d’oriente, Sherlock Holmes… e in seconda fascia qualcos’altro come Blood sword, Lupo solitario, Guerrieri della strada.

Il libro di apertura di Sortilegio, collana famosa soprattutto per i titoli La città dei misteri e La Corona dei Re, è Le colline infernali, il quale rappresenta una sorta di apertura soft nel mondo di Sortilegio, che come descrive bene il titolo della collana descrive un mondo fantasy in cui la magia ha una grande importanza.

In realtà la serie può essere giocata sia come mago che come guerriero, e in questo secondo caso acquista grandemente semplicità, ma perde in possibilità e anche in facilità di esecuzione, visto che il percorso pare essere stato studiato soprattutto per i maghi… se non quasi esclusivamente per essi, come prova anche il corposo Libro della Magia, contenente una cinquantina di incantesimi da studiarsi a memoria, giacché il mago non è autorizzato a consultarlo durante l’avventura, e dunque deve sapere in anticipo quali esistono, a cosa servono e se necessitano di qualche oggetto per essere portati a compimenti, pena dei malus in termini di punti resistenza.

A parte gli incantesimi da studiare, le regole di gioco sono semplici, e prevedono solamente dei punti di abilità, resistenza e fortuna, e le stesse regole per il combattimento sono semplici; cosa ottima, giacché i regolamenti complicati hanno sempre rovinato, quando in parte e quando totalmente, le serie, persino quelle più promettenti.

Veniamo alla storia de Le colline infernali: il protagonista parte dalla porta di Cantopani, estrema propaggine del pacifico Regno di Analand, diretto alla Fortezza di Mampang, dove in futuro cercherà di recuperare la celebre Corona dei Re.
Per il momento, però, il so obiettivo è la città di Kharè, all’interno del territorio di Kakhabad, per arrivare alla quale dovrà superare le Colline Shamutanti, un posto in buona parte inesplorato e pieno di potenziali pericoli, ma anche di potenziali aiuti. A lui scegliere che strada scegliere…

Le colline infernali è un buon inizio di serie; non sta ai livelli dei libri che lo seguono, nemmeno dal punto di vista della corposità, ma presenta bene la serie di Sortilegio, e ha la sua bella atmosfera.
Le uniche cose che lasciano perplessi sono i nomi: si parte dal regno di "Analand" per attraversare il territorio di "Kakhabad"… un scelta che, anche a farlo apposta, non avrebbe potuto essere più ambigua.

Questo curioso dettaglio a parte, Le colline infernali, Sortilegio e l’autore Steve Jackson sono promossi con ottimi voti.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le avventure di Gordon Pym (The narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket).
Scrittore: Edgar Alla Poe.
Genere: avventura, azione, thriller, fantastico.
Editore: Mondadori.
Anno: 1838.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Era da secoli che non mi leggevo qualcosa di Edgar Allan Poe… racconti, dunque, giacché Poe sosteneva la superiorità narrativa della forma breve, e dunque ha scritto quasi esclusivamente racconti e poesie.

Ma nella sua ricchissima produzione, a dispetto di un tempo di vita purtroppo breve, ci è finito un po’ di tutto: dai saggi a qualche romanzo.
Solo uno completo, a dire il vero, Le avventure di Gordon Pym, recensito in questo articolo. Laddove l’altro, Il diario di Julius Rodman, è rimasto sfortunatamente incompiuto per via della morte improvvisa dell’autore.

Ma veniamo per l’appunto a Le avventure di Gordon Pym. Edgar Allan Poe è noto soprattutto per i suoi racconti del grottesco, del mistero e del terrore, per cui era lecito attendersi anche da questo romanzo una componente di tipo spaventosa… che in effetti c’è, anche se non in modo orrorifico, e invece più legata agli eventi avventurosi raccontati nella storia, presentata come una storia di fatti realmente accaduti, anche se presumibilmente non reali ma inseriti in una cornice realistica per dare un effetto di maggior impressionabilità al lettore.

Comunque, la storia, per sommi capi, è la seguente: il giovane Arthur Gordon Pym si imbarca da clandestino a bordo della baleniera Grampus, assistito in ciò dall’amico Augustus, figlio del capitano della nave.
Sventura vuole però che un ammutinamento determini l’allontanamento del capitano, insieme ai pochi uomini a lui fedeli rimasti in vita, su una scialuppa, mentre i due ragazzi, Augustus e Arthur, rimangono sulla nave e partecipano a una sorta di contro-ammutinamento.
Le sventure sulla Grampus non sono però finite: un naufragio distrugge l’imbarcazione, e i pochi sopravvissuti, tra cui Arthur, vengono infine raccolti dalla goletta Jane Guy, che si dirigerà verso il Polo Sud alla ricerca di terre ancora inesplorate… e trovando effettivamente una terra non nota abitata da una popolazione che pare assai amichevole.

Devo dir la verità, anche se con un po’ di dispiacere relativo all’affetto per una delle letture della mia adolescenza (ho sempre provato simpatia per Poe e Lovecraft, col secondo che non a caso ha citato il primo in un suo romanzo): Le avventure di Gordon Pym è molto datato, e lo è in ogni senso.
Non solo per il discorso delle esplorazioni e delle terre non conosciute, con tanto di mare che diviene più caldo andando verso il Polo Sud, ma anche e soprattutto per la forma linguistica ed espressiva: il ritmo è lento e il testo è pesante, pieno com’è di descrizioni poco interessanti. Per dire, vi sono pagine e pagine su come si conduce una goletta, termini tecnici, etc.
E in generale tutto sa di molto ingenuo, dallo scontro con gli ammutinati allo scontro con gli indigeni.
Il finale, poi, che pare accennare a un’entità creatrice divina, è assolutamente campato per aria, e anzi si può quasi dire che non vi è finale, ma una brusca interruzione priva di ogni spiegazione, come illustra lo stesso Poe nella sua cornice che contiene il narrato.

Insomma, potevo tranquillamente fare a meno di leggermi Le avventure di Gordon Pym… ma senza dubbio ora posso dire che Poe era molto più forte in ciò che sosteneva essere la forma narrativa ideale, ossia il racconto.
D’altronde, preferendolo nettamente si sarà assai di più impratichito con quello, e difatti i risultati parlano abbastanza chiaro.
Magari in futuro mi rileggerò i suoi racconti, sperando di trovarli sempre belli, per quanto un po’ cupi (Il barile di Amontillado, Il cuore rivelatore, Hop-Frog, Re Peste, La maschera della morte rossa, Il ritratto ovale, Il pozzo e il pendolo, etc).

Fosco Del Nero


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Titolo: Incontro con Rama (Rendezvous with Rama).
Scrittore: Arthur C. Clarke.
Genere: fantasy, avventura, esistenza.
Editore: Mondadori.
Anno: 1973.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Di recente mi son comprato, usato, un piccolo lotto di vecchi romanzi di fantascienza della collana UraniaSchiavi degli invisibiliIl segreto della doppia asciaUna famiglia marziana, La pietra sincronica, Terzo dal Sole e Incontro con Rama.

I primi quattro li ho già letti e mi sono piaciuti tutti, per cui mi sono avvicinato a Incontro con Rama speranzoso che l’effetto scia continuasse…
… incoraggiato in questo dal fatto Incontro con Rama era scritto da un big della fantascienza come Arthur C. Clarke, autore di quel 2001 – Odissea nello spazio che ha fatto la storia del cinema e della letteratura stessa.

Sfortunatamente, nonostante il blasone e la buona fama che circonda il romanzo, non mi è piaciuto troppo, per i motivi che poi dirò.
Per ora, invece, ne traccio la trama sommaria: l’11 settembre (evidentemente è un giorno in cui bisogna stare attenti al cielo) 2077 un grosso meteorite si abbatte sulla Pianura Padana, devastandola e uccidendo tantissime persone (stiano attenti dunque soprattutto gli italiani di quelle parti).
Per prevenire altri disastri di quel tipo, viene fondato il progetto Guardia Spaziale, incaricato di sorvegliare i cieli con un potentissimo radar. Il quale, molti anni dopo, nel 2130, effettivamente scova qualcosa che si sta dirigendo verso la Terra.
Dapprima si pensa sia un meteorite, ma poi si nota indubitabilmente che trattasi di oggetto artificialmente, di forma perfettamente cilindrica.
Si tratta dunque di un prodotto di una civiltà aliena, enorme peraltro, e per indagare in  merito viene spedita l’astronave Endeavour, guidata dal comandante Norton, il quale si troverà di fronte un mistero di non poco conto.

Incontro con Rama è romanzo che gode di buona fama presso i lettori della fantascienza più classica, ossia quella più mentale e scientifica.
E, in tal senso, il romanzo di Clarke rispetta tutti i suoi canoni: viaggio nello spazio, spiegazioni scientifiche, descrizioni fisiche minuziose e dettagliate, ignoto ed esplorazione.

In tutto ciò, la caratterizzazione dei personaggi è davvero scarsa, giacché, all’interno di questo scenario concettuale, si muovono figurine o poco più.
Inoltre il tutto sa terribilmente di freddo e di cerebrale… proprio come era buona parte della fantascienza degli anni “50-“60 e dintorni. 
Ancora, la storia è piuttosto lenta.

Come sempre dipende da cosa piace a chi legge: quando io penso alla fantascienza penso ad Isaac Asimov e ai suoi contesti sociali e politici assai compositi e ricchi, o penso a Jack Vance e alla sua ottima caratterizzazione dei personaggi, o ancora a Alfred Elton Van Vogt con i suoi ritmi rutilanti.

Arthur Clark, con le sue descrizioni sì dettagliate e minuziose, ma anche terribilmente noiose e lente, non rientra nelle mie corde.
Così come non amo gli scampoli, le visioni ridotte e analitiche, mentre preferisco quelle panoramiche, ampie e sintetiche.

In Incontro con Rama viene descritto nel dettaglio un dettaglio, per l’appunto: dettaglio spaziale e temporale, ma il puzzle generale non è minimamente affrontato, tanto che la storia sostanzialmente termina senza che il lettore ne sappia di più rispetto all’inizio.

Insomma, Incontro con Rama dimostra che Arthur C. Clarke, pur bravo nel suo genere, non è il mio autore… e probabilmente è per questo motivo che esso non era ancora stato recensito sul blog e che non lo avessi mai letto prima di ora.

Fosco Del Nero

Titolo: La pietra sincronica (The secret of synchronicity).
Scrittore: Jonathan Fast.
Genere: fantascienza, avventura, esistenza.
Editore: Mondadori.
Anno: 1977.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Capita ogni tanto che mi compri dei piccoli lotti di vecchi romanzi Urania, degli anni “60 o “70, scelti a volte a caso, a volte dando un’occhiata ai contenuti.
Certo, si tratti di libri usati e vecchi di decenni, ma in compenso si pagano poco, e ogni tanto si trova qualche gemma.

Beh, la “pesca” di questa volta è stata molto fortunata, a giudicare almeno dai primi quattro che ho letto: Schiavi degli invisibili, Il segreto della doppia ascia, Una famiglia marziana e il romanzo recensito oggi, La pietra sincronica.
Tutti e quattro buoni romanzi, e su quattro addirittura tre con significati oltre il testo letterale e la mera avventura: il primo prende le mosse dalle pubblicazioni di un medium al tempo molto famoso e si addentra nella vita invisibile, il secondo contiene evidenti riferimenti pagano-magici, e il quarto, ossia quello di oggi, s’ispira ad alcune teorie di Jung, nonché ad alcuni principi esistenziali, e ci costruisce intorno un’avventura fantastica.
Quanto al terzo, niente esoterismo, ma in compenso era il più divertente del lotto.

La sfida globale tra i quattro la vince proprio La pietra sincronica di Jonathan Fast, autore peraltro mai sentito… e del quale infatti mi sa che in italiano non è stato pubblicato quasi niente: questo libro e un altro.
Peccato.

Veniamo prima alla trama sommaria del romanzo, e poi ne descriviamo i veri contenuti: siamo sul pianeta Slabour, dove, come suggerisce il nome (misto di “slave” e di “labour”), vige una situazione sostanziale di schiavitù: il boss Callow sfrutta il lavoro di tanti ragazzini, portati lì con l’inganno, ed estrae dalle miniere del pianeta, una roccia disabitata e polverosa in cui non piove mai, una pietra assai preziosa.
Stefin è il protagonista della storia, uno di quei ragazzini attirati lì in modo truffaldino e finiti a fare i muratori a vita… una vita breve, giacché la polvere della miniera rovina rapidamente la salute.
Egli però non si è rassegnato come gli altri, e vuol fuggire.
Finisce così prima in una nave spaziale di lusso, poi sul pericoloso pianeta Junglabesh (un misto tra "jungle" e "Bangladesh"?), poi nel pianeta Nova Center ("nuovo centro"; questa traduzione è chiara), poi in giro per la galassia a recuperare navi spaziali perdute, e poi di nuovo nei pianeti già visitati, come a chiudere un cerchio…

… e in un modo molto più stretto di quanto qualsiasi lettore avrebbe potuto immaginare, nonostante le premesse dell’opera scritte in quarta di copertina, che accennavano alle teorie di Jung e al ruolo della sincronicità nell’esistenza dell’essere umano.

Il libro, peraltro, è condito di principi esistenziali presi a prestito dalle tradizioni spirituali orientali, come provano anche i vari nomi di cui il testo è cosparso: Bode Satva, Siva Nanda, Manas Ananda (ossia "risvegliato", "saggezza" e qualcos'altro).
E di mezzo c’è anche una sorta di pietra filosofale, nonché il viaggio fuori dal corpo, la conoscenza a distanza, il principio di dualità, la reincarnazione e l’oblio, i veli di Maya, la dicotomia tra mente e spirito, la fiducia nell’esistenza, e ovviamente le sincronicità di cui al titolo, col tutto che va a comporre un buon romanzo breve di fantascienza, che tuttavia sale di almeno due livelli (anche tre probabilmente) per via dei contenuti importanti che presenta.

Onestamente, insospettabile, tanto che dubito che mi dimenticherò mai de La pietra sincronica di Jonathan Fast, e anzi probabilmente in futuro andrò a rileggermelo.
E ora vediamo gli ultimi due titoli del lotto: Incontro con Rama (dal titolo promette bene) e Terzo dal Sole.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le sorgenti del Nilo - Time machine 2 (Search for the Nile - Time machine).
Scrittore: R.W. Walker.
Genere: librogame, fantascienza, avventura, storia.
Editore: E.L.
Anno: 1986.
Voto: 7.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Dopo aver recensito il primo libro della serie Time machine, ossia L’età dei dinosauri, eccoci qui col secondo: Le sorgenti del Nilo, scritto da tale R.W. Walker, mai incontrato in altri librogame e dunque non un autore di spicco del settore (al tempo, e parliamo degli anni “80).

Se lo schema del libro è rimasto il medesimo, e suppongo che rimarrà tale per tutti i libri della serie Time machine, è cambiata, e parecchio anche, l’ambientazione: siamo passati dalla ricerca di una specie di dinosauro-uccello alla ricerca delle sorgenti del Nilo all’incirca nel periodo 1870-1880.

In tale ricerca peraltro ci imbattiamo anche in personaggi noti della storia, come David Livingstone (“Il dottor Livingstone, suppongo”), oppure l’esploratore Henry Stanley.
Ambientazione: l’Africa centrale, tra il Lago Vittoria, il Lago Titicaca, il fiume Congo e ovviamente il fiume Nilo da cui il titolo del libro.

Dico la verità: pur essendo lo schema di gioco il medesimo del precedente volume di Time machine (semplice, senza costruzione di personaggi, senza dadi, senza punti di vario tipo, senza oggetti o soldi, con la sola scelta tra due paragrafi per andare avanti), questo secondo libro mi è piaciuto di più: forse perché più vivace, forse perché scritto meglio, forse perché calato in un contesto storico più recente e quindi più “umano” (nell’altro caso avevamo intorno solo dinosauri, uccelli e protomammiferi).

Tanto mi è piaciuto Le sorgenti del Nilo, che è sicuro che mi legga anche il terzo volume della serie,  ossia Sulle navi pirata, il quale già col titolo promette un ulteriore e deciso cambio di ambientazione…

… ma d’altronde la serie spazierà tra Re Artù e Atlantide, per cui la varietà non manca, e pur mantenendosi assai semplice sia come struttura che come stile, si presta ad essere sia vivace sia didattica, cosa particolarmente adatta ai ragazzini.

Al prossimo librogame. 

Fosco Del Nero


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Titolo: Una famiglia marziana (Podkayne of Mars).
Scrittore: Robert Heinlein.
Genere: fantascienza, avventura.
Editore: Mondadori.
Anno: 1963.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Conosco Robert Heinlein fin da adolescente, allorché leggevo molti testi di fantascienza, in cui sovente trovavo suoi racconti.
Non a caso, egli, assieme ad alcuni altri personaggi, come Asimov, Van Vogt e altri ancora, è stato tra i protagonisti della cosiddetta "Età dell’oro della fantascienza", essenzialmente le due decadi degli anni “40 e “50, con la sua carriera di scrittore che è durata comunque ben più a lungo, fino a tempi recenti.

Tuttavia, se ne avevo letto svariati racconti, trovati in questa o in quella antologia (quasi tutte curate da Asimov, chissà perché…), e se ne avevo apprezzato anche alcune conversioni cinematografiche (Starship troopers – Fanteria dello spazio, Predestination), di lui avevo letto un solo romanzo, ossia Universo… e peraltro non mi era nemmeno piaciuto molto.

Per questo motivo, son stato lieto di dargli una nuova occasione con un altro romanzo breve, di cui avevo scorto qualche commento positivo in rete: Una famiglia marziana, scritto nel 1963 e che, a dire della quarta di copertina, rappresentava il primo romanzo di fantascienza con una protagonista femminile.

Ora, non ho così tanta conoscenza del genere da poter affermare se ciò sia vero o falso, ma comunque effettivamente la protagonista del libro è una ragazza, tale Podkayne Fries, una ragazzina carina e sveglia, che ci racconta le sue avventure sotto forma di diario scritto, o di registrazione audio.

Ed ecco la trama sommaria di Una famiglia marziana: Podkayne è una signorina di buona famiglia che vive su Marte e che desidera ardentemente fare un viaggio sulla Terra. I suoi genitori, però, entrambi professionisti importanti e per di più ora alle prese con dei neonati, sono occupati, tanto che viene in soccorso lo zio Tom, senatore della Galassia, il quale si propone di accompagnare Podkayne e in fratello minore Clark in un viaggio su una nave galattica, diretta prima su Venere e poi sulla Terra.
Il viaggio sarà a dir poco movimentato, giacché Podkayne, detta Poddy, è una ragazza assai vivace, e poiché il suo fratello minore è ancora più sveglio di lei, e in più cinico, mentre lo zio è personaggio assai importante, cercato tanto da politici quanto da sovversivi.

Ciò che contraddistingue Una famiglia marziana non è tanto la trama, quanto la grande effervescenza del narrato in prima persona: Heinlein, tramite la sua Poddy, rivela freschezza e ironia non da poco, e anzi a tratti il romanzo è irresistibile.
Perde un poco nel finale, che pare forzato e nemmeno in linea con quanto proposto fino a quel momento.

E inoltre perde qualcosa anche dal punto di vista del tempo: Podkayne è presentata sì come intelligente e di facile apprendimento, ma la morale di fondo è che gli uomini sono comunque più intelligenti di lei (il fratellino Clark, nella fattispecie), e che le donne dovrebbero dedicarsi solo a curare la famiglia e a fare figli (è proprio detto a chiare lettere).
Insomma, Una famiglia marziana sarà anche il primo romanzo di fantascienza con una protagonista femminile, ma non è certamente il primo privo di pregiudizi di genere sessista… ma, d’altronde, parliamo di un uomo nato nel 1907, per cui è tutto abbastanza in linea con quei tempi.

Curiosamente, nel romanzo è presente la tematica del razzismo sociale, dal momento che Poddy è di razza mista, e tale razzismo è segnalato in modo negativo.
Evidentemente nel mentre la razza umana ha fatto passi avanti riguardo al sessismo…
… e ora è impegnata nel campo dell’animalismo. Passo passo, si fa tutto.

Tornando a Una famiglia marziana, vado a chiudere: romanzo breve gradevolissimo, pervaso da un umorismo davvero gradevole, che probabilmente mi rileggerò in futuro almeno un’altra volta. 
E così mi son letto anche un romanzo di Robert A. Heinlein che mi è piaciuto.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il cannocchiale d’ambra - Queste oscure materie 3 (The amber spyglass).
Scrittore: Philip Pullman.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Salani.
Anno: 1995.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Eccomi arrivato al terzo e conclusivo romanzo della trilogia Philip Pullman Queste oscure materie, dopo La bussola d'oro e La lama sottile.

Dal primo romanzo, peraltro è stato tratto l’omonimo film con Nicole Kidman, Daniel Craig, Dakota Blue Richards ed Eva Green: un cast di tutto rispetto per un film ad alto budget, il quale da solo testimonia il buon successo del libro da cui è stato tratto.

In effetti, il primo libro della trilogia si fa notare in positivo, mentre con i due seguenti purtroppo si assiste ad un netto calo della qualità, con questo terzo libro che è l’apice basso della saga di Pullman.

Ma tratteggiamo ora grossomodo la trama de Il cannocchiale d’ambra: Lyra Belacqua, che era stata rapita al termine del secondo volume, è tenuta addormentata in una grotta dalla madre Marisa Coulter, sua madre, per proteggerla dal Magisterum, che, resosi conto del ruolo cruciale della ragazzina nelle sorti dell’intera creazione (non solo il loro mondo, ma tutti i mondi, compreso il nostro ed altri ancora), sta tentando di ucciderla. 
Lei cerca dunque di proteggerla, per quanto a suo modo (rendendola incosciente e tenendola addormentata e prigioniera... simbologia piuttosto interessante); anche il padre Lord Asriel si muove per trovarla e proteggerla, inviando due spie gallivespiane (ossia due esseri umani minuscoli e dotati di un potente veleno), il Cavalier Tialys e Lady Salmakia.
La sta ovviamente cercando anche Will Parry, il quale, appena perso il padre, ha visto sottrattagli anche la sua fidata compagna di avventure.
Nell’ambaradan rientrano anche Mary Malone, le solite streghe, i soliti orsi corazzati, ma anche il regno dei morti con le guardie arpie, i mulafa, angeli di una fazione e di un’altra fazione… e persino il Creatore e Metatron, il suo attendente.

Un po’ troppo, come eccessivo e fuori luogo è il riferimento che in questo libro Philip Pullman fa alla religione: angeli, Metatron, il Creatore, e tutti dipinti in modo a dir poco opinabile, per non dire proprio fuorviante. 

Insomma, ciò che nel primo libro era un delicato riferimento all’anima (i daimon, l’energia vitale), nei libri secondo e terzo diviene una crociata vera e propria contro Dio-Chiesa-religione-fanatici religiosi.
Mi spingo a dire che, in tal senso, il libro sbanda proprio, come sbanda un poco anche nel senso della trama, troppo confusionaria: dei tre romanzi della trilogia, Il cannocchiale d’ambra è il più lungo, con ben 430 pagine, e anche il meno scorrevole e meno appassionante, tanto che l’ho finito in lungo tempo e senza molta voglia, mentre il primo era scivolato via rapido rapido e appassionato.

Peccato: a conti fatti, la saga Queste oscure materie non ha avuto una degna conclusione, e tutto sa molto di raffazzonato e di propagandistico.
Avevo comprato due saghe in contemporanea: una era La saga di Terramare di Ursula Le Guin, e l’altra era Queste oscure materie di Philip Pullman: ha vinto la prima in modo netto, ma di quest’ultima ci teniamo almeno il fascinoso La bussola d'oro.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il segno della doppia ascia (Sign of the labrys).
Scrittore: Margaret St. Clair.
Genere: fantasy, fantascienza.
Editore: Mondadori.
Anno: 1963.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi recensisco un libro di un’autrice che non solo non avevo mai letto, ma che nemmeno conoscevo, di cui ho comprato un testo praticamente a caso: parlo di Margaret St. Clair e del suo Il segno della doppia ascia.

Non stupisce che non l’avessi mai sentita, per diversi motivi: intanto quando scriveva, negli anni Cinquanta e Sessanta, le donne che riuscivano a imporsi nel settore della fantascienza e della letteratura fantastica in generale erano assai poche… e alcune di quelle poche utilizzavano pseudonimi maschili per avere pari opportunità rispetto ai loro colleghi uomini, cosa che per l’appunto ha fatto anche Margaret St. Clair.
In secondo luogo, essa ha scritto più racconti che romanzi, e di mio sono attratto assai più dai romanzi che non dai racconti.
Infine, di quei pochi romanzi scritti, solo due sono stati pubblicati in Italia, e per l’appunto Il segno della doppia ascia è uno di tali due (l’altro è I danzatori di Noyo).

Genere de Il segno della doppia ascia, libro di circa 170 nel classico formato portatile ed economico degli Urania degli anni Sessanta: un meticcio tra fantasy e fantascienza, e anzi assai più tendente al primo, visto che di mezzo vi sono streghe e poteri magici, tanto che mi sono stupito della pubblicazione nella collana Urania, come noto destinata esclusivamente alla fantascienza.

Ed ecco la trama de Il segno della doppia ascia: siamo in un futuro non meglio precisato, e l’umanità, dopo una feroce epidemia che ha decimato il genere umano, si è rifugiata nel sottosuolo, costruendo tanti livelli sotterrai, proprio come se fossero enormi piani, uno sotto l’altro.
Sewell vive per l’appunto in uno di queste livelli, in cui per certi versi regna l’abbondanza: vi sono tantissimi alloggi, quasi tutti inoccupati data la moria causata dall’epidemia, così come vi sono scorte di viveri per decenni, forse persino secoli, messe da parte per tante persone e ora utili solo a poche.
Se di qualcosa vi è abbondanza, di qualcos’altro vi è penuria: del contatto umano, per esempio, giacché un prodromo dell’epidemia è stato che il genere umano ha preso ad aver fastidio intenso per la presenza e la vicinanza delle altre persone, tanto che anche le attività lavorative vengono svolte in modo distaccato.
Ma c’è di più: in questo mondo futuro vi è la magia, e ciò che è la cosa più simile a un governo attualmente presente, ossia l’FBY, sta cercando di catturare streghe e stregoni per dissezionarli e capire a cosa devono i loro poteri, in modo da attivarli anche su di loro.
Magia da un lato e chimica dall’altro… e la parola chimica non è affatto malvagia da associare a questo libro, che ha nel suo incipit proprio la descrizione di un fungo che cresce sulle pareti delle rocce del sottosuolo e che costituisce il cibo preferito di Sewell…
… e che l’intero romanzo sia una serie quasi ininterrotta di visioni spesso vicine agli effetti di sostanze allucinogene non può esser certo un caso.

In tutto questo bailamme, che assomiglia come detto a un trip da LSD (d’altronde, gli anni erano quelli, Wikipedia inserisce tra gli interessi di Margaret St. Clair la stregoneria, il nudismo e il femminismo, un po’ a completare il quadro), finiscono chiamati in causa non solo le streghe e i funghi, non solo i viaggi allucinogeni, non solo il futuro FBI ed eventuali catastrofi epidemiche, ma persino il diavolo.

Da notare che, differentemente dalla letteratura fantascientifica di quegli anni, qui hanno un ruolo importante due donne, che difatti sono le “buone”, mentre gli uomini sono sempre cattivi, protagonista a parte (e qua torniamo alla fantascienza scritta da uomini e a quella scritta da donne): Kyra e Despoina, quest’ultima la strega che l’FBY sta cercando a tutti i costi (e così abbiamo anche il tema della "caccia alle streghe").

Valutazione sommaria: Il segno della doppia ascia non è malaccio. Ha degli elementi interessanti, anche se ogni tanto si perde nelle sue allucinazioni o nei suoi numerosi livelli, e risulta difficile da seguire, fatto che diminuisce inevitabilmente il livello di coinvolgimento.

Curiosità: ogni tanto, qui e là, spuntano fuori quelli che sembran riferimenti esoterico-magico-massonici… e anche qui, considerando gli interessi dell’autrice, la cosa non sarebbe una sorpresa.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’età dei dinosauri - Time machine 1 (Search for dinosaurs - Time machine).
Scrittore: David Bischoff.
Genere: librogame, fantascienza, avventura, storia.
Editore: E.L.
Anno: 1984.
Voto: 6.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Finora non avevo mai letto un librogame della serie Time machine: da ragazzino non ne avevo mai comprato, probabilmente perché appartenevano alla categoria dei librigame sottili, come anche Detective Club o Avventure stellari, i quali infatti avevo ugualmente ignorato perché mi sembravano meno convenienti nel rapporto tra prezzo e dimensioni.

Rimedio ora, da grande, con la lettura de L’età dei dinosauri, il primo libro della serie Time machine, scritto da tale David Bischoff nel 1984.

Il titolo della serie e il titolo del libro, abbinati, dicono praticamente tutto: il protagonista dell’opera è in possesso di una macchina del tempo, e si deve recare di volta in volta in un certo periodo storico al fine di verificare qualcosa, ciò in cui consiste la sua missione.

In questo caso, si tratta di individuare un particolare animale, vissuto nel periodo dei dinosauri, sorta di punto mediano tra i dinosauri volanti di allora e i moderni uccelli.
Ecco che il protagonista del libro, ossia noi, si troverà a volare i vari periodi storici delle ere dei dinosauri al fine di scovare il fantomatico dinosauro-uccello.

Le regole del librogame in questione sono davvero semplicissime: non c’è da costruire un profilo, non vi sono dadi o punti da distribuire, né oggetti da cercare e portarsi appresso, ma c'è solo da scegliere tra un paragrafo e un altro, fino alla conclusione della storia.
Non si può nemmeno morire, ma al massimo si rimane rallentati e si deve riprendere da un punto già passato, fino ad imboccare la via che ci farà uscire dal labirinto.

Come detto, il libro è sottile, per cui si legge discretamente velocemente… anche se in realtà c’è la possibilità di doverlo leggere tutto, cosa al contrario insolita per i librigame con più vie possibili, in cui dunque tanti paragrafi rimangono inesplorati.

Personalmente, ho gradito discretamente L’età dei dinosauri, e in generale la struttura della serie Time machine: è leggera ma al contempo vivace e anche didattica, molto adatta a insegnare qualcosa di un certo periodo storico ai più piccoli… ma anche ai grandi.
Appuntamento con il volume successivo, Le sorgenti del Nilo.

Fosco Del Nero


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