Il cammino del mago

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Titolo: Jude l’oscuro (Jude the obscure).
Scrittore: Thomas Hardy.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1895.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui


Avevo a casa da decenni, ormai, il romanzo Jude l’oscuro, scritto da Thomas Hardy nel 1895. Probabilmente, da ragazzino, mi aveva attirato l’aspetto “oscuro” e ribelle promesso dal titolo e dalla sua fama, salvo poi non avermi mai chiamato alla lettura.

Alla quale ho proceduto ora, un po’ per curiosità e un po’ per chiudere finalmente quel portoncino rimasto aperto per così tanto tempo.

I risultati sono stati altalenanti, in tutto: intanto, il romanzo non mi ha catturato granché all’inizio, forse per l’eloquio al contempo naif e formale del periodo vittoriano, salvo poi riprendersi in seguito, una volta che gli eventi si sono “messi in moto” con una certa intensità… per poi infine precipitare nel suo finale davvero poco incoraggiante, il quale sembra quasi confermare la morale del tempo, piuttosto che smentirla come il testo aveva sembrato fare sino a poco prima della sua conclusione.

Passiamo alla trama sommaria: Jude Fawley vive in una regione immaginaria dell’Inghilterra occidentale, in un piccolo borgo. Sin da bambino sogna di elevarsi culturalmente e socialmente, fino a diventare un sacerdote, un curato o qualcosa di affine. A tal scopo, impegna molto del suo tempo libero nello studio dei sacri testi, del latino e di tomi religiosi, per prepararsi a quando potrà far domanda di ammissione in qualche collegio religioso… possibilmente nella città di Christminster (una sorta di Oxford), da lui lungamente e ampiamente sognata e idealizzata (pur se mai “corrisposto” in tal senso).

Nel mentre, porta avanti piccoli lavori, divenendo un abile scalpellino e sposando Arabella, per poi scoprire assai presto che si è trattato di un matrimonio di pessima fattura: lei è troppo rozza e materiale per i suoi gusti, mentre sua cugina Sue si dimostra assai più affine a livello di animo.
Ma a quel punto lui ha alle spalle un matrimonio con separazione, mentre la cugina viene corteggiata dall’anziano maestro Phillotson, vecchio insegnante di Jude stesso.

Un commento di fondo sulla trama: nel periodo di uscita del romanzo, fu giudicata, dagli ambienti religiosi e “per bene”, immorale… laddove al giorno d’oggi non smuoverebbe nemmeno il più fervente dei parroci, anche perché, a ben guardare, quello che è stato dipinto come un “romanzo immorale” è in verità una sorta di trattato sulla morale, senza alcunché di scabroso e, anzi, molte pontificazioni e molti sforzi di elevazione e impegno personale (pur se, a conti fatti, vanificati in ogni direzione, in omaggio alla morale del tempo, che in pratica schiaccia tutto il resto, compresi amore, affinità elettive, senso della giustizia e del decoro).

Credo che non leggerò mai più Jude l’oscuro: pur essendo molto intenso e appassionante a tratti, si perde parecchio nella sua componente morale-religioso-filosofica, per poi presentare al lettore una sorta di conto karmico davvero poco bello a vedersi. In effetti, il romanzo di Hardy se la gioca come uno dei finali più tristi e scoraggianti che abbia mai letto in un libro... contrariamente alla fama di "ribelle" che ha il romanzo, il quale ha comunque oggettivamente il suo valore (e narrativo e di memoria storica).

Fosco Del Nero


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Titolo: Il ritorno di Ayesha (The return of Ayesha).
Scrittore: Henry Rider Haggard.
Genere: fantasy, avventura, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1905.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui


Il ritorno di Ayesha è il seguito di Lei, altrimenti intitolato La donna eterna: quest’ultimo era stato scritto nel 1887, mentre il suo seguito è datato 1905: ben diciotto anni di distanza, dunque.
Il ciclo si completa infine con altri due romanzi, che però non sono mai stati tradotti in italiano.

Henry Rider Haggard è stato uno scrittore molto prolifico e al tempo molto famoso, soprattutto per il lungo Ciclo di Allan Quatermain (tra cui spicca il noto Le miniere di Re Salomone), così come per il Ciclo di Olaf Spadarossa.

Di mio, Ayesha è il suo quinto libro che recensisco, dopo La donna eterna, La collana del vagabondo, Bisanzio e La valle dei re; le valutazioni hanno oscillato tra il 6.5 e l’8, segno che Haggard mi è sempre piaciuto… soprattutto per la sua verve avventurosa, ma anche per un certo sottofondo psicologico.

Ma torniamo a Il ritorno di Ayesha: Orazio e Leo, invecchiati di circa vent’anni, stanno ancora viaggiando per il mondo alla ricerca di Ayesha, il cui precedente corpo hanno visto morire davanti ai loro occhi ma che danno per scontato sia ancora viva da qualche parte, data la sua natura immortale. Finiscono così in Asia, tra monasteri e antiche popolazioni.
In un luogo, in particolare, si parla di una Montagna Fiammeggiante abitata da un’invincibile Regina… e i due torneranno a rivisitare l’antica storia di Callicrate, di Amenartas, della sacerdotessa di Iside e del saggio consigliere.

In effetti, Il ritorno di Ayesha sa molto di già visto: in parte è un seguito e in parte è una riproposizione del romanzo che ebbe tanto successo in precedenza, pur con la modifica di nomi e situazioni.
Il testo è anche nettamente più lungo e, data la scrittura piuttosto verbosa di Haggard (ma più che sua era una tendenza di quel periodo), rischia di annoiare in certi frangenti, pur mantenendosi sempre sufficientemente interessante.

Nel passaggio tra l’avventura africana e quella asiatica si perde parecchia della forza del romanzo originale, anche se non mancano alcune scene di alto impatto, nonché alcune riflessioni valide sull’animo umano o su mitologie, culti e spiritualità.

Credo che, finora, avessi letto Il ritorno di Ayesha solo una volta, da adolescente, tanto che non ne ricordavo i contenuti, mentre La donna eterna l’avrò letto quattro o cinque volte, il che da solo dà un’idea del rispettivo valore dei due romanzi.

Fosco Del Nero


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Titolo: La foresta dei mitago (Mitago wood).
Scrittore: Robert Holdstock.
Genere: fantasy, avventura, sentimentale.
Editore: Mondadori.
Anno: 1984.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.


Avevo buone aspettative per La foresta dei mitago, sia per la fama del libro in sé, sia per la buona nomea di Robert Holdstock, colui che lo ha scritto nel 1984, il quale peraltro mi era nuovo come autore, dal momento che non avevo mai letto niente di lui.

Tuttavia, ahimé, le speranze sono andate tutte deluse, e anzi il libro mi ha in buona parte annoiato, tanto che senza una discreta dose di perseveranza non sarei arrivato alla fine delle sue 310 pagine.

Andiamo a tratteggiare la trama de La foresta dei mitago, ma non prima di aver detto che si tratta di un fantasy anomalo, oscillante tra avventura, sentimenti, mitologia: Stephen Huxley torna nella casa di famiglia dopo aver svolto il servizio militare, e vi trova suo fratello Christian; il padre invece, un uomo distante e misterioso, era morto nel frattempo, mentre la madre era deceduta tempo prima. I due dunque si ritrovano da soli, alle prese con i misteri di Ryhope Wood, il bosco che circonda la loro casa: un bosco teoricamente non troppo ampio, ma che si rivela molto più grande di quel che sembra, che pare muoversi come un’entità vivente, da cui escono fuori periodicamente degli esseri mitici, risalenti a tempi immemori, o forse a energie umane di tipo collettivo: archetipi, più che creature viventi normali.
Dopo poco tempo dall’inizio della storia, Christian scompare nel bosco, e Stephen non ne sa più nulla, fino a che, tempo dopo, non decide di partire in esplorazione insieme all’amico Harry Keaton; quel che vi troveranno dentro sarà sorprendente, e anche difficile da affrontare.

È luogo comune che Robert Holdstock, nel redarre il suo La foresta dei mitago, si sia rifatto alla teoria di C.G. Jung sull’inconscio collettivo, accanto al quale ha poi adagiato un’atmosfera boschiva e dal sapore celtico.
Il contenuto della foresta, e del libro stesso, opera certamente sul versante dell’inconscio del genere umano, ma altrettanto certamente vi aggiunge la proiezione delle energie della singola persona: la manifestazione che ne deriva è dunque in parte collettiva e in parte individuale, e il tutto come detto è servito in salsa celtica.

Se tale proiezione psichico-energetica è interessante come idea di fondo, e certamente ha attratto consenso a Holdstock, guadagnandogli i favori dei lettori fantasy più letterari e intellettuali, devo dire che a me, semplicemente, La foresta dei mitago ha annoiato. 

Un po’ perché accanto all’originale idea di fondo non c’è nient’altro che il banalissimo cattivo che rapisce la donna col buono che corre a liberare l’amata; un po’ perché lo stile narrativo è pesante e indolente, privo di ritmo; un po’ perché l’autore indugia su personaggi e fatti a mio avviso privi di mordente.
Sembra quasi una trattazione accademia che non un romanzo… e infatti Holdstock era un cattedratico e un ricercatore (zoologia, medicina e altre scienze). Che dire, si vede.

Anzi, se devo essere sincero mi chiedo come possa La foresta dei mitago essere da alcuni inserito tra le fila degli eccellenti romanzi fantasy: forse ad alcuni basta una vocazione intellettuale per gridare al capolavoro, dimenticandosi di bellezza visiva, caratterizzazione dei personaggi, trama, significati interiori ed evoluzioni.
Ma va bene comunque: ad ognuno il suo.

Di mio, credo proprio che non leggerò mai più Robert Holdstock.

Fosco Del Nero


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Titolo: Resurrezione (Voskresenie).
Scrittore Lev Nikolaevic Tolstoj.
Genere: drammatico, sentimentale, psicologico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1899.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Come sempre, le mie letture sono piuttosto ampie come generi, e si passa dal fantasy all’esistenziale, dalla fantascienza al drammatico, fino ai classici del passato, e oggi è proprio il caso di uno di questi, giacché siamo in compagnia di Resurrezione di Lev Nikolaevic Tolstoj, uno dei grandi autori russi… genere che confesso di aver frequentato poco in passato.

Tra l’altro, se si tratta di narrativa, essa conserva comunque un forte tessuto esistenzial-religioso, dal momento che Tolstoj aveva già compiuto la sua svolta cristiana, e cristiana nel vero senso della parola, tanto che lo scrittore russo ricevette scomunica dalla chiesa ortodossa dell’epoca, e addirittura con i proventi di Resurrezione finanziò una setta, ugualmente assai invisa tanto alla chiesa quanto al potere degli Zar, quella dei Duchobory, non a caso fuggiti dalla Russia fino al Canada, alla ricerca di un posto pacifico… ma avendo problemi anche lì per via del fatto che tendevano al pacifismo, alla vita in comune, al vegetarianesimo, all’astensione da alcol e fumo, al rifiuto della proprietà privata (terre comprese) e di una forte strutturazione sociale. 
Insomma, meno religione e più spiritualità vissuta, sia per codesti Duchobory che per Tolstoj, come testimonia anche il personaggio centrale di Resurrezione, libro assai corposo.

Eccone in grande sintesi la trama: il Principe Dmitri Nechljudov ha tutto, ricchezze, educazione, fama, possibilità di carriera e di matrimonio prestigiosi, e difatti è in procinto di sposarsi con una giovane di alta società come lui.
Un fatto, tuttavia, lo sconvolge, e lo spinge a riconsiderare tutta la sua vita, passata a futura: egli finisce a fare il giurato in un processo nel quale riconosce la giovane Katjusa Maslova, che fu il suo primo amore e la sua prima conquista quand’era ragazzino e si trovava nella tenuta di campagna delle zie, presso Niznij Novgorod, nella quale egli soleva passare le estati. Al tempo, sedotta la ragazza, le lasciò dei soldi e non ne seppe più niente. 
Ricostruendo la sua storia, seppe in seguito che essa era rimasta incinta, per questo era stata mandata via dalle sue zie, aveva cercato dei lavori per tirare avanti e si era ridotta a prostituirsi in mancanza di altro e in mancanza di denaro. Il figlioletto era morto di lì a poco.
Ecco che Dmitri Nechljudov si sente colpevole della deriva che ha preso quella giovane donna e si impone di aiutarla: economicamente e anche col matrimonio.
Dapprima la ragazza, che nel mentre è stata severamente condannata ai lavori forzati in Siberia, ne prova fastidio, oltre che gran sorpresa, ma poi accetta la presenza e l’aiuto di quell’uomo gentile e generoso, per cui riprende a provare l’affetto che provava un tempo… per quanto la storia si concluderà in modo non lineare.

Resurrezione in sostanza racconta una doppia resurrezione, e non solo una sola: quella sociale di Katiusa, che ridiviene persona a modo dopo essere sprofondata negli abissi del mondo della prostituzione, e quella interiore-spirituale di Dmitri, che ridiviene anche lui persona a modo dopo essere sprofondato negli abissi della superficialità e della ricerca del mero piacere.

Anzi, si può senz’altro dire che delle due la più rilevante è la seconda, che peraltro si conclude con i Vangeli, di cui vengono citati alcuni famosi passi che parlano di non giudizio, di accettazione, di amore e compassione verso tutto e tutti.

In tal senso, il romanzo ha persino una componente esistenziale, per quanto in poche frasi e tra le righe: esistenzial-spirituale e non religiosa, intendiamoci. E, in tal senso, è una lettura edificante anche da questo punto di vista.

Per il resto, Resurrezione è un testo molto lungo e a tratti un poco pesante, per quanto si tratta comunque di una lettura di valore, sia storico, che letterario che interiore.

Fosco Del Nero


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Titolo: Liza di Lambeth (Liza of Lambeth).
Scrittore: William Somerset Maugham.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1897.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Essenzialmente le mie letture oscillano tra tre generi: la letteratura esistenziale, i romanzi di genere fantastico e i classici dei grandi autori del passato, in questo ordine di preferenza.
Di grandi classici ne leggo pochi, ma ogni tanto qualcuno arriva, ed è il caso odierno, con Liza di Lambeth di William Somerset Maugham.

Maugham peraltro è un autore con una qualche vicinanza col primo genere, come provano romanzi come Il filo del rasoio (che non ho letto, ma di cui ho visto la bella conversione cinematografica) o Il mago (che lessi da ragazzino, e che solo a posteriori seppi essere stato disegnato sulla figura dell’esoterista Aleister Crowley).

Tuttavia, il romanzo recensito non ha affatto contenuti esistenziali, ma piuttosto sociali e drammatici. Liza di Lambeth peraltro è il primo scritto dell’autore e, grazie al successo che ebbe fin da subito, lo convinse a lasciare la carriera di medico per dedicarsi a quella di scrittore, che avrebbe portato avanti fino alla fine della vita.

Ecco la trama sintetica di Liza di Lambeth: siamo in un sobborgo di Londra, Lambeth per l’appunto, alla fine del diciannovesimo secolo, e siamo alle prese col micromondo proletario e operaio di un quartiere ben preciso, quasi mondo nel mondo, dove tutti si conoscono bene e in cui il giudizio sociale è tanto forte da determinare i destini di una persona.
Almeno è quanto il romanzo sembra tratteggiare, nell’accompagnare la relazione adulterina tra la giovane Liza, appena diciottenne, e il maturo Jim, quasi quarantenne… relazione che terminerà in dramma, per l’appunto.

Laddove invece il libro era iniziato con un’atmosfera gioiosa, quasi da sagra di paese, con Liza, da tutti conosciuta e ambita perché bella, che sgambettava per le strade del rione, ballando e cantando insieme agli altri ragazzi e ragazze della zona.

Al tempo Liza di Lambeth fece scalpore per la sua schiettezza nel raccontare una storia realistica, profondamente calata in un contesto sociale non degradato, ma certo non nobiliare, e nemmeno agiato. La critica di allora si divise nella considerazione di questo romanzo breve, mentre il pubblico apprezzò, tanto che la fama non tardò ad arrivare per Maugham.

Personalmente, ho gradito a sufficienza questo libro, anche se a dire il vero non amo troppo drammi e contro-drammi.
Ma, se capiterà, concederò un’altra chance a William Somerset Maugham, scrittore di valore.

Fosco Del Nero


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Titolo: La porta sui mondi (Worlds within).
Scrittore: Rog Philips.
Genere: fantascienza, avventura, sentimentale.
Editore: Libra.
Anno: 1950.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Il romanzo recensito questa volta porta il titolo de La porta sui mondi, ed è datato 1950.

Si tratta di un romanzo di fantascienza, fantascienza in stile classico come andava di moda in quegli anni, scritto da tale Rog Philips, che non avevo mai avuto l’occasione di leggere e che nemmeno, a dirla tutta, conoscevo di nome.

Quanto all’edizione, era stato pubblicato nel 1979 dalla casa editrice Libra, al tempo nota proprio per le pubblicazioni di fantascienza, ma in seguito deceduta (credo abbia cambiato nome un paio di volte e poi non so che fine abbia fatto).

Ad ogni modo, gli altri libri che avevo letto tratta da tale collana, denominata Saturno, erano di qualità assai bassa (La stella fuggiasca e Il vagabondo dell’infinito, entrambi di Vargo Statten, I figli di Medusa di Theodore Sturgeon), per cui speravo che questo ne avrebbe risollevato le sorti… speranza vana, purtroppo, e a questo punto era proprio la collana ad avere un target di un certo tipo e piuttosto basso.

Ma vediamo la trama de La porta sui mondi, che mescola ad idee fantascientifiche alcune credenze o mitologie di vari popoli del mondo, soprattutto indios sudamericani: un bel giorno una bella ragazza, tale Edona, bussa alla porta di Lin Carter, inseguita da due omoni. Ovviamente l’uomo fa per difenderla, e subito dopo scopre che la Terra in cui aveva vissuto fino a quel momento – la nostra, per intenderci – non era l’unica, ma coesisteva con altre in realtà parallele, concentriche ma di differenti dimensioni quanto a grandezza del pianeta, della Luna, del Sole, etc.
In sostanza, c’è una Terra 1, una Terra 2, una Terra 3, una Terra 4, una Terra 5 e anche un sesto spazio dimensionale.
Ora, la cultura andina era depositaria di tale sapere, e in passato si era spostata tra i mondi… anche troppo, tanto che aveva aperto, e poi richiuso, un passaggio dimensionale ad una razza serpentoide malefica (ancora serpenti nel ruolo di alieni cattivi... chissà da dove è iniziata tale credenza-tendenza-mito).
Lin Carter dovrà aiutare i suddetti uomini a risolvere il problema, ripresentatosi a causa di un “cattivo”, saltando da un mondo all’altro.

La porta sui mondi è molto avventuroso, ed è antico in ogni sua pagina: fantascienza vecchio stampo, con spiegazioni e spiegazioni, sovente noiose e pedanti, avventura di livello facile, rapporti sentimentali ugualmente facili e prevedibili, figura da macho coraggioso e figura da donna sensibile, etc.
Insomma, per buona parte è un libro che sa di vecchio.

E purtroppo non ha niente che lo sollevi, se non una certa "avventurosità" e la simpatia che fa sorgere verso i due protagonisti.

Insomma, La porta sui mondi di Rog Philips non offre niente di più se non una distrazione leggera e anni "50, da prima fantascienza.
Ed ecco spiegato come mai non avevo mai sentito nominare l'autore in questione.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le querce di Albion (The forest house).
Scrittore: Marion Zimmer Bradley.
Genere: fantasy, drammatico, sentimentale.
Editore: Superpocket - Longanesi.
Anno: 1993.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Da poco mi sono letto Le nebbie di Avalon, il classico di Marion Zimmer Bradley, oscillante tra fantasy, mitologia e storia, senza contare gli elementi sentimentali e drammatici.

Posto che mi è piaciuto moltissimo (non è caso è additato spesso come capolavoro), mi sono andato a leggere anche Le querce di Albion, altro libro di Marion Zimmer Bradley che avevo a casa da ormai molti anni, e che avevo sempre ignorato.

Anche questo, peraltro, è un tomo mica da ridere, per quanto meno voluminoso del suo predecessore: passiamo dalle 700 pagine de Le nebbie di Avalon alle 500 de Le querce di Albion. Tra l’altro, dire predecessore in questo caso non è del tutto preciso, giacché, se è vero che Le querce di Albion segue il collega di dieci anni (1983-1993), è vero pure che all’interno del Ciclo di Avalon si inserisce cronologicamente prima (dal 500 d.C. circa al 100 d.C. circa).

Quindi, niente Morgana o Artù, e invece Eilan, Dieda, Lhiannon, Caillean, Ardanos, Bendeigid, Gaio, Macellio Severo, e altri ancora, sia sul fronte druidi britanni, sia sul fronte soldati romani.

Siamo dunque nella Britannia appena colonizzata dai romani, che stanno ancora faticando per conservare un delicato equilibrio, tenendo conto dell’influenza dei druidi e del popolo potenzialmente ribelle.

In un quadro che è decisamente più Britannia che non Roma, per quanto non manchino accenni e visite nella stessa Roma, seguiamo soprattutto le vicende di Eilan da un lato e di Gaio dall’altro. La prima è una ragazza avviata come sacerdotessa, mentre il secondo è il figlio di un prefetto romano di stanza a Londinium, ossia la Londra di quei tempi, avviato dal canto suo a una brillante carriera militare e politica.

Le querce di Albion non è male, e difatti ho letto tutte le sue 500 pagine, però non ha la profondità e l’impatto de Le nebbie di Avalon, che lo sopravanza di parecchie lunghezze.

Sarà forse per il minor carisma di Eilan rispetto a Morgana, sarà forse per un contesto meno interessante, sarà forse per la banalità della storia d’amore che fa da filo conduttore nell’intera storia, la quale in fin dei conti risulta piuttosto prevedibile, sta di fatto che, per quanto il libro sia ben scritto e abbia dei momenti interessanti, nel complesso è decisamente meno potente e fluido del suo predecessore-successore.

Ad ogni modo, Le querce di Albion si guadagna comunque una sufficienza, e Marion Zimmer Bradley si conferma scrittrice di livello.

Fosco Del Nero


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Titolo: La cacciatrice di fate (The falconer).
Scrittore: Elizabeth May.
Genere: fantastico, horror, sentimentale.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2013.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Mi è arrivato La cacciatrice di fate in regalo e me lo sono letto al volo, praticamente senza sapere nulla dell’autrice o persino del genere.
L’unica cosa facilmente intuibile dal titolo e dalla quarta di copertina (tra l’altro molto belle entrambe le pagine) era che si trattava di un romanzo fantastico con uno sfondo d’azione, se non proprio orrorifico.

La storia, scritta dalla giovane Elizabeth May, è la seguente: Aileana è una nobile ragazza scozzese la quale, nel 1844, passa il suo tempo in modo molto diverso dalle sue coetanee, tutte attente ai balli e alle proposte di matrimonio.

Lei difatti combatte e uccide le fate, dal giorno in cui una fata ha ucciso in modo barbaro sua madre, e proprio di fronte ai suoi occhi, inducendo peraltro alcune persone a pensare che proprio la figlia fosse l’assassina.

Aileana è aiutata nella sua impresa di vendetta da Kiaran, a sua volta fata, e del genere più potente e affascinante, tanto che i sentimenti della ragazza nei suoi confronti ondeggiano tra fastidio (per il fatto che egli stesso è una fata e per i suoi tanti segreti e silenzi) e attrazione (per il fascino magnetico che emana). 
Ad aiutarla, anche Derrick, un pixie, ossia una piccola fata, che vive peraltro nel suo armadio.

La cacciatrice di fate, stringi stringi, rientra nel filone del moderno romanzo fantastico per adolescenti in stile Twilight; solo che in questo caso non ci sono vampiri affascinanti, ma fate affascinanti. Entrambe le categorie uccidono, e in ambo i casi una giovanissima ragazza umana si infatua di un esponente della categoria assassina… che però non è cattivo.

A salvare La cacciatrice di fate dalla sua banalità di fondo è il buon livello di scrittura dell’autrice, col romanzo che scivola via volentieri, molto ben dosato nelle sue scene e molto ben scritto dal punto di vista linguistico.

La sufficienza mediana risultante da tutto ciò è però persa per via del finale: a fine libro ci si rende conto che La cacciatrice di fate non è un romanzo, ma il primo capitolo di una storia. Cioè, per intenderci, non termina, ma si ferma bruscamente nel bel mezzo dell’azione, senza alcun finale, neanche parziale, cosa che ritengo grave e anzi poco rispettosa nei confronti del lettore.

Ad ogni modo, ora che sapete questo, decidete pure se vi va di leggere il libro di Elizabeth May.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’amore non muore mai (Siempre te amare).
Scrittore: Hernan Huarache Mamani.
Genere: amore, spiritualità.
Editore: Uno Editori.
Anno: 2012.
Dove lo trovi: qui.


Dopo una recensione (Superanima Sette - La scuola celeste, di Jane Roberts), ecco di nuovo una preview, stavolta in compagnia di Hernan Huarache Mamani, scrittore molto noto a livello mondiale e amato soprattutto dal genere femminile.

Grazie specialmente a romanzi toccanti come La profezia della curandera o La donna della luce, che hanno letteralmente fatto il giro del mondo, entrando nel cuore di chi ama i sentimenti profondi, di chi apprezza cultura e ambientazioni andine (Mamani è peruviano), ma anche di chi è orientato a una visione della vita meno materiale e spirituale, data l’eredità sciamanica di cui Hernan Huarache Mamani è depositario.

“Questa è la storia reale di due esseri che vissero e si amarono al di là delle parole.
L’incontro di due anime unite per sempre.
Attraverso la storia di Anton e Karen entreremo nel tempio dell’amore eterno.” Così recita il libro stesso, andando così a identificare con precisione il genere del libro, tra amore e spiritualità.

L’amore non muore mai non è dunque, banalmente, una storia d’amore, ma una storia di anime intrecciate, di destini e di bellezza della condivisione…

… a dispetto delle difficoltà sociali che i due protagonisti del libro hanno grandemente vissuto, e che in piccolo affrontano probabilmente molte storie d’amore.

L’insegnamento che traspare dal libro è proprio questo: l’amore deve essere puro e incondizionato, scevro da calcoli o convenienze sociali.
E quando l’amore è incondizionato, apre la strada alla bellezza nella propria vita.

Ma probabilmente i fan di Hernan Huarache Mamani non avranno bisogno di commenti per leggersi anche L’amore non muore mai.
Nel caso lo siate, o comunque vogliate leggere anche voi questo autore, buona lettura.

Fosco Del Nero


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Titolo: La profezia della curandera (Kantu - El poder de la mujer).
Autore: Hernan Huarache Mamani.
Genere: amore, spiritualità.
Editore: Piemme.
Anno: 2000.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna su Libri e Romanzi è dedicata a un libro che mi è stato regalato, da cui mi aspettavo molto ma che al contrario mi ha in parte deluso, tanto da meritarsi solo una sufficienza risicata: parlo de La profezia della curandera di Hernan Huarache Mamani, un libro tutto al femminile e non a caso noto soprattutto tra il gentil sesso.

Partiamo dal genere: l’argomento è abbastanza chiaro, amore e sentimenti, anche se si esplica in modo particolare, data l’ambientazione e le frequentazioni della protagonista della storia, al centro di un percorso di crescita personale e di riscoperta del potere femminile.

Kantu, infatti, questo il suo nome, si rivolge al curandero Condori e poi alla curandera Mama Maru per superare la sua dipendenza da Juan, giovane e affascinante uomo per il quale la ragazza ha perso la testa e che si approfitta di lei sapendo del suo debole per lui.

Se questo era il motivo inziiale del suo percorso, la giovane finirà per scoprire molto di più, affinando i suoi sensi, potenziando la sua energia, facendo salire il serpente addormentato nel suo primo centro energetico.

Gli insegnamenti di Condori e Mama Maru sono dunque dei veri e propri insegnamenti iniziatici, tanto che Kantu diverrà essa stessa una curandera, una donna tanto potente quanto capace di guarire gli altri.

Il romanzo è tutto al femminile, si diceva, non solo perché la protagonista è donna, ma anche e soprattutto perché sottolinea l’importanza dell’energia femminile, secoli addietro ben più importante e destinata ad essere riscoperta e rivalorizzata…

… proprio come la sessualità, ci dice Mamani, che maschera i suoi personaggi dietro nomi di fantasia pur sottolineando che si tratta di una storia vera.

A chi può piacere La profezia della curandera di Hernan Huarache Mamani?
Certamente alle donne che vogliono riscoprire la forza della femminilità, certamente alle donne vittime di una delusione amorosa, ma anche a tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno un debole per il Perù e per la cultura andina.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il piacere.
Scrittore: Gabriele D’Annunzio.
Genere: decadentismo, drammatico, sentimentale.
Editore: Mondadori.
Anno: 1889.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Proseguiamo, almeno per il momento, l’alternanza triangolare tra romanzi classici, romanzi fantastici (o comunque di svago) e libri di crescita personale: negli ultimi tempi abbiamo avuto sul primo versante Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Madame Bovary e I Malavoglia, sul secondo Il castello d’acciaio, Il mago di campagna, Ardusli e gli gnomi dell’Appennino e Hyperion, e sul terzo La decima illuminazione, L’altro volto di Gesù, Akhenaton, il folle di Dio, La storia di Edgar Cayce e Gli annali dell’akasha.

Riequilibriamo i numeri con un classico, uno dei romanzi italiani più famosi di tutti i tempi: Il piacere, di Gabriele D’Annunzio.

Scritto nel 1889, Il piacere è stato, oltre che il più importante romanzo di D’Annunzio, anche il manifesto simbolo del decadentismo italiano, corrente culturale e letteraria in aperta rottura con il precedente positivismo intellettuale e naturalismo-verismo letterario (si veda soprattutto Giovanni Verga).

Tutto questo in una sorta di gioco di alternanze, dato che il positivismo-naturalismo ha di fatto separato le due correnti del romanticismo (per Europa cito Wolfgang Goethe, per l’Italia Ugo Foscolo) e del decadentismo, certamente differenti ma aventi comunque in comune una certa esaltazione delle emozioni e della vita vissuta.

Vita vissuta che, ne Il piacere diventa un vero e proprio culto per l’estetismo.
Il protagonista della storia, il dandy aristocratico Andrea Sperelli, sorta di soggettivazione letteraria dello scrittore stesso, difatti vive la vita come un’arte, col senso estetico che prevale su tutto, compresa la morale, dando luogo alla prima figura di eroe decadente italiano.

Il libro è diviso in quattro parti, suddivisi a loro volta in continui flashback, nei quali in sostanza si ripercorre la vita del giovane Sperelli, tra arte e amore.
Il romanzo mette in evidenza una dietro l’altra le sue numerose amanti: Elena, Ippolita, Maria, etc.

Il piacere è ambientato a Roma e dintorni negli anni tra il 1885 e il 1887, in un contesto politico turbolento, che fa da sfondo alle vicende di Andrea Sperelli.

Al di là del proprio gusto personale, che come dico sempre può far pendere verso D’Annunzio o verso Verga, verso Pirandello o verso Foscolo, vi è da dire che all'epoca il Vate ebbe un successo straordinario, non solo per i suoi libri, ma proprio come stile di vita, tanto da costituire una sorta di star ante litteram, sapendo costruire intorno a sé un’immagine e uno stile immaginifico e avventuroso e coltivando un vero e proprio pubblico “dannunziano”.

In quel contesto, probabilmente l’aspetto letterario passava in secondo piano.
Dovendo giudicare Il piacere in sé e per sé, comunque, va sottolineato come lo stile narrativo assai ampolloso e descrittivo oltre misura può affascinare o al contrario annoiare secondo i propri gusti, così come la figura di Andrea Sperelli e del suo stile di vita può interessare o al contrario infastidire.

Di mio, ai tempi in cui lessi Il piacere per la prima volta, ossia al liceo, gradii moltissimo il libro di Gabriele D’Annunzio, anche se poi devo dire che tale gradimento è andato un po’ scemando con gli anni.

Fosco Del Nero


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Titolo: Madame Bovary (Madame Bovary).
Scrittore: Gustave Flaubert.
Genere: realismo, naturalismo, drammatico, sentimentale.
Editore: Mondadori.
Anno: 1856.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Tra i classici che si leggono al liceo c’è quasi invariabilmente Madame Bovary, il primo è più famoso romanzo di Gustave Flaubert (di cui ho già recensito Novembre), scritto nel 1856 al culmine del periodo illuminista-scientista-razionalista.

La corrente letteraria in cui esso si iscrive è quella del realismo, improntata al realismo più smaccato e contrapposta invece agli ideali romantici, a lungo dileggiati nel corso del testo.

Madame Bovary, pur avendo come personaggio centrale Emma Bovary, è in realtà un ritratto dello stesso Flaubert, nonché del periodo in cui esso è iscritto, fatto di razionalismo e scientismo, con al contrario una poco velata critica alla borghesia, alla religione, all’emotività in generale.

Ecco la trama per chi non la conoscesse: Emma è una giovane donna la quale, alla ricerca del benessere materiale e della felicità, sposa Charles Bovary, un ufficiale sanitario di mediocre talento ma sufficientemente agiato.

Il suo desiderio di vivere una vita brillante e il suo odio per la noia e per il viver comune la porterà tuttavia a gestire in modo disinvolto le proprie relazioni e le proprie finanze, che il marito, il quale l’adora, le lascia gestire.

Il risultato è drammatico su tutta la linea, sorta di prova letteraria dei prodromi alla base del romanzo (razionalità su romanticismo, istinto contro viver quieto).

Madame Bovary peraltro è stato ispirato a Flaubert dagli eventi reali accaduto a tale Delphine Delamare, donna di provincia di cui i giornali dell’epoca parlarono qualche anno prima della pubblicazione del libro.

Da tale fatto reale lo scrittore ha tatto un romanzo ormai storico, famoso per la sua cinicità e che già all’epoca gli valse il processo per oltraggio alla morale.

La novità narrativa di Gustave Flaubert, precursore del naturalismo, è stata quella di raccontare, oltre alle vicende, anche i pensieri, i sentimenti e i desideri di Emma Bovary.
Come spesso capita nel caso dei classici (penso per esempio ai nostri D’Annunzio, Verga, Pirandello, Manzoni, etc), il gusto individuale per questo o quell’autore, questa o quella corrente letteraria fa la differenza nel definire gradevole o meno un’opera.
A me Madame Bovary è sempre piaciuto, nonostante non sia certamente una lettura troppo allegra.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’amore qualunque cosa significhi (Whatever love means).
Scrittore: David Baddiel.
Genere: commedia, sentimentale, drammatico.
Editore: Barbera Editore.
Anno: 1999.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna è dedicata a un libro che attendevo con ansia di leggere: L’amore qualunque cosa significhi.

Un po’ il titolo e un po’ la copertina rosata con in bella vista un’immagine fumettosa di una ragazza darebbero a intendere che si tratti di una commedia femminile in stile I love shopping (genere che peraltro mi diverte molto), mentre si tratta al contrario di una commedia al maschile, sia perché chi la ha scritta è un uomo, sia perché l’impronta è molto maschile.

Anzi, a dirla tutta l’autore del libro è David Baddiel, di cui avevo già recensito l’esilarante È ora di dormire, che non avevo esitato a definire una sorta di I love shopping al contrario, ossia una commedia brillante assolutamente al maschile, per l’appunto.

Ergo, mi attendevo da questo suo nuovo libro, che segue di tre anni il precedente (tra l’altro, David Baddiel è molto noto nei paesi anglosassoni per via di alcuni show televisivi di successo), un prodotto molto simile…

… trovandomi in questo assai deluso.

Difatti, L’amore qualunque cosa significhi, pur non disdegnando alcuni spunti ironici, mantiene un profilo più basso, meno da commedia brillante e più da romanzo sentimentale, fino ad arrivare in pieno nel genere drammatico nella parte finale del libro, assolutamente triste.

Ad ogni modo, ecco in sintesi la trama di L’amore qualunque cosa significhi: Joè è sposato da tempo con Emma; i due, molto felici in passato, stanno attraversando un periodo di crisi, tanto che lei finisce per cominciare una relazione con Vic, il migliore amico di Joe.
Il quale, da canto suo, una notte finisce nel letto di Tess, la ragazza di Vic.

I rapporti tra di loro si intrecceranno in modo bizzarro, e sfortunatamente molto triste...

Come detto, mi attendevo una cosa e ne ho avuto un’altra, e questo è colpa non dello scrittore, ma di chi ha confezionato il prodotto (copertina, commenti, quarta di copertina, etc).

Il libro in sé può certamente essere apprezzato, magari soprattutto da chi ama drammi e storie intense, pur non disprezzando ogni tanto qualche puntata di ironia, visto che David Baddiel ce l’ha nel sangue (e per questo ho adorato È ora di dormire!).

Da sottolineare inoltre che chi ama Londra e la cultura inglese troverà molti riferimenti alla vita di quelle latitudini (musica, tv, etc), al contrario incomprensibili per chi non ha tale esperienza personale.

Il mio giudizio finale sul romanzo è un 6 stretto, ben lontano dalla valutazione entusiastica di È ora di dormire, che sarà certamente il libro di David Baddiel che rileggerò in futuro (e difatti l’ho già letto più di una volta).

Fosco Del Nero


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Titolo: La collana del vagabondo (The wanderer’s necklage - Part 2).
Scrittore: Henry Rider Haggard.
Genere: fantasy, fantastico, avventura, sentimentale.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1914.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Da poco ho recensito la prima parte della saga di Olaf Spadarossa di Henry Rider Haggard, uno degli scrittori cui sono rimasto più affezionato dall’adolescenza, periodo in cui mi sono appassionato alla narrativa fantastica.

Di Haggard, scrittore divenuto celebre e apprezzato già in vita, mi ricordo sempre con piacere il long seller La donna eterna, compreso il suo seguito Il ritorno di Ayesha, letti molti anni fa e riletti un paio di volte nel mentre.

Di Bisanzio, invece, ossia il libro che recensisco quest’oggi, questa è “solo” la seconda lettura.
Bisanzio a sua volta è il sequel de La collana del vagabondo, per l’appunto il romanzo breve recensito di recente, rispettivamente seconda e prima parte del ciclo di Olaf Spadarossa, altrimenti noto proprio col nome de La collana del vagabondo, concluso dalla terza e ultima parte, La valle dei re.

Haggard ha uno stile di scrittura assai semplice e scorrevole, che cattura il lettore e lo porta fino al compimento dell’opera.
Il genere è una sorta di fantasy spurio, in cui l’elemento fantastico è sì presente, ma più che altro come spunto per narrare le vicende.
In Bisanzio stesso, peraltro, così come nella prima parte della saga, vi è appena un paio di spunti fantastici, mentre la gran parte dell’opera si concentra sui personaggi principali e le loro relazioni.

Anzi, il tutto va ad assumere quasi un sapore socio-psicologico, laddove il focus del libro è sulle vicende diplomatiche di palazzo, tra lo stesso Olaf e l’imperatrice Irene, suo figlio Costantino, l’ancella Martina e la dama Eliodora, passando per il capitano Jodd e l’eretico Barnaba.

Ne emerge una sorta di arazzo, vivace e colorato, fatto di tanti personaggi e interessi contrastanti.

Bisanzio non ha forse lo spessore o la lunghezza del grande capolavoro, ma ha comunque un fascino e una scorrevolezza innegabili, elementi che difatti costituiscono i principali tratti distintivi di Haggard, scrittore che strizza l’occhio al fantastico, ma in modo leggero.

Non a caso, Bisanzio, così come La donna eterna, mi sono rimasti nel cuore da tanti anni.
Henry Rider Haggard è uno scrittore che merita di essere letto, dunque, specialmente se si è appassionati di letteratura epica, fantasy, o fantastica in generale.

Fosco Del Nero


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Titolo: La collana del vagabondo (The wanderer’s necklage - Part 1).
Scrittore: Henry Rider Haggard.
Genere: fantasy, fantastico, avventura, sentimentale.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1914.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


La recensione di oggi è dedicata a uno scrittore che è comparso già una volta su Libri e Romanzi: Henry Rider Haggard, di cui ho già recensito il classico, e bellissimo, La donna eterna.

Di Haggard peraltro in passato avevo letto anche il seguito de La donna eterna, ossia Il ritorno di Ayesha, oltre che i romanzi brevi componenti il miniciclo di Olaf Spadarossa.
Non ho viceversa letto i testi per cui egli è diventato famoso, celebre persino, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, sarebbe a dire la saga di Allan Quatermain, in primis Le miniere di Re Salomone.

Peraltro, oggi ci concentriamo proprio sul primo romanzo dedicato a Olaf Spadarossa, ossia La collana del vagabondo, prima di tre parti del ciclo, seguita da Bisanzio e da La valle dei re.

Haggard è uno scrittore che mi piace molto: pur senza essere trascendentale né nella trama né nello stile, possiede un’efficacia di narrazione decisamente fuori dal comune.
Non è un caso, difatti, che molti dei suoi romanzi sono diventati dei classici della letteratura a livello mondiale.

Lessi La collana del vagabondo per la prima volta anni fa, ma non mi impressionò tantissimo, pur non dispiacendomi; lo scritto era interessante, tanto come ambientazione quanto come caratterizzazione dei personaggi, ma al testo mancava qualcosa.

Forse perché lo lessi separatamente dal suo seguito, laddove in Italia le varie parti sono state dapprincipio pubblicate isolatamente, riunite in un secondo tempo in un unico volume da Editrice Nord (il volume contenente il trittico si chiama Olaf Spadarossa).

Non a caso, La collana del vagabondo mi sembrò più una buona introduzione che non una storia a sé stante… e non a caso il suo seguito, Bisanzio, mi piacque decisamente di più.

Ma veniamo in breve alla trama: Olaf è il secondogenito di un nobile casato della Danimarca di molti secoli fa.
Ragnar è il suo fratello maggiore, Steinar il suo fratello di latte, Freydisa la sua nutrice di un tempo… e Iduna la Bella la ragazza di cui si è innamorato all’istante.
Evento che porterà con sé morti e sciagure, nonché l’inizio di una grande avventura.

Il fantasy di Henry Rider Haggard e di Olaf Spadarossa è un fantasy schietto e lineare, privo delle contorsioni inter-relazionali di Martin o del tono fiabesco di Tolkien, forse più vicino agli scontri epico-bellici di Eddison, anche se mantiene una componente più individualistica e meno collettiva.

Forse il paragone più adatto è un altro classico del passato, ossia Robert Ervin Howard, anche se in H.R. Haggard la matrice magico-orrorifica è minore, e non funge tanto da centro, quanto da spunto per sviluppare le avventure del suo eroe.

Lettura da non perdere per gli amanti della letteratura fantastica old style.

Fosco Del Nero


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Titolo: Ballata di ogni donna (Any woman's blues).
Scrittore: Erica Jong.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Bompiani.
Anno: 1989.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Questo è il secondo romanzo che recensisco di Erica Jong, dopo Paura dei cinquanta, che di fatto ne costituisce un seguito, posto che i libri della Jong, pur non essendo strettamente interrelati l’uno con l’altro, praticamente ne rappresentano lo specchio esistenziale, e dunque cronologicamente seguono la vita della loro autrice.

Predecessore di entrambi, non a caso, è il best seller Paura di volare (1973).

Due parole sulla scrittice: Erica Jong si è fatta un nome a livello internazionale grazie a due fattori:
- il parlare della vita reale, descrivendo il punto di vista femminile su relazioni e problemi vari,
- parlarne in modo assolutamente schietto e verace.

La protagonista del romanzo è Leila Sand (sorta di alter ego della scrittrice), pittrice di mezza età alla ricerca di se stessa.
Leila parla apertamente della sua vita, e soprattutto delle sue esperienze sessuali e sentimentali, che hanno lasciato alcuni strascichi negativi.

Essa si imbatterà poi nel giovane e bello Dart Donegal, con cui avvierà una relazione molto fisica e passionale, che la farà soffrire parecchio, specie per la tendenza del ragazzo al libertinaggio.

Leila si deprime e s’immalinconisce, tanto da bere troppo e da finire tra gli alconisti anonimi, sostenuta in questo dall’amica Emmie.

Poi si riprenderà, migliorando un poco la sua situazione.

Ballata di ogni donna è in buona sostanza un romanzo di formazione e di autoanalisi.
Un’autoanalisi fredda e spietata, con le debolezze della protagonista (sostanzialmente, alcol, sesso e fragilità caratteriale) messe in bella vista.

È un romanzo peraltro che trasuda vita da ogni pagina.
Dietro il linguaggio e le situazioni talmente realistiche da risultare a volte crude, si nasconde l’esistenza di una donna alla ricerca del suo equilibrio esistenziale.

Interessante e appassionante, tale libro piacerà soprattutto a coloro che apprezzano i sentimenti veri e sinceri, scevri dal manierismo e dal politically correct di buona parte della letteratura contemporanea.

Rivelatrici, in tal senso, sono le scene di sesso, descritte da Erica Jong con grande dovizia di particolari (diciamo che la scrittrice descrive l’esterno come descrive l’interno, ossia con grande schiettezza).

Fosco Del Nero


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Titolo: Manuale di caccia e pesca per ragazze (The girls' guide to hunting and fishing).
Scrittore: Melissa Bank.
Genere: commedia femminile, commedia, sentimentale.
Editore: Sperling.
Anno: 1999.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Ormai l’elenco delle commedie femminili che ho recensito è abbastanza lungo, fatto non sorprendente dato che, come spesso sottolineato, adoro il genere alla I love shopping.

Finora, sono passati sul mio comodino i vari: Devo comprare un mastinoAl diavolo piace, Colazione da Tiffany Trott, Nome e indirizzo: sconosciuti, Amore al cioccolato, I love shopping e i suoi seguiti…

Oggi recensisco un altro romanzo del medesimo genere, ossia una commedia umoristico-sentimentale incentrata sulle vicende di una giovane donna alle prese con i soliti problemi: l’amore, la bellezza, il lavoro, le amicizie.

Il titolo del libro è Manuale di caccia e pesca per ragazze, mentre la sua autrice è Melissa Bank.

Al centro del cerchio stavolta c’è Jane, con i suoi desideri e le sue delusioni amorose.

Per quanto il romanzo venga presentato come brillante e divertente, cosa che farebbe pensare a un esponente all’altezza di quelli citati a inizio articolo, occorre dire che il tono del libro è meno ironico e più sentimentaloide, con le vicende che non coinvolgono più di tanto.

Manuale di caccia e pesca per ragazze è a tratti insipido, a tratti struggente; non si fa notare per una straordinaria espressività o per il vivace umorismo, ma punta più che altro sui contenuti emotivi, che solo a momenti sono tratteggiati con efficacia.

Prende così vita la storia senza eccessi di Jane, una ragazza-donna “normale”, ben lontana dal’esuberanza di Becky Bloomwood e socie.

Il problema è che in tal modo il libro né diverte e né appassiona, rimanendo nella mediocrità e forse a metà strada tra diversi target di pubblico (dramma sentimental-patetico o commedia brillante-umoristica?).

Insomma, prima di Manuale di caccia e pesca per ragazze di Melissa Bank leggetevi gli altri che ho citato, e magari anche qualcun altro…

Fosco Del Nero


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