Titolo: Il volo del pellicano.
Scrittore: Giovanni Francesco Carpeoro.
Genere: giallo, thriller, esoterico.
Editore: Melchisedek Edizioni.
Anno: 2016.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi vi propongo la recensione di un libro un po’ particolare: Il volo del pellicano, scritto da Giovanni Francesco Carpeoro.
Il libro in questione è particolare per diversi motivi.

Intanto, per il genere, una narrativa con sfondo esoterico, e anzi i due termini si invertono, con la narrativa che diventa sfondo e logge massoniche e sette varie che divengono primo piano.

In secondo luogo, si tratta di un libro con un’appendice lunghissima: ben 130 pagine, contro le 370 del testo narrato… più di un terzo del testo vero e proprio, dunque, fatto affatto trascurabile.

Ancora: vengono tirati in ballo numerosi personaggi reali, più o meno famosi: da Giorgione a Francesco Bacone, da Nicholas Flamel a Paracelso, da Tommaso Campanella a Salvador Dalì, da Bach a Caravaggio… anche con teorie piuttosto coraggiose e intriganti.

Ma veniamo alla trama essenziale de Il volo del pellicano: Giulio Cortesi, un grafico quarantenne i cui più grandi interessi sono la cucina e la palestra, suo malgrado si trova alle prese con diversi misteri inattesi.
Il primo è l’abbandono da parte della moglie (inatteso per lui, ma in realtà chiaro fin dalla prima comparsa della moglie); il secondo è un gruppo di curiosi personaggi interessati a tematiche esoteriche e più o meno immersi in appartenenze massoniche, dal professor Mercurio al professor Mairanini, da Fra' Tommasino all’architetto Solfo, fino alla quaterna Nicoletti-Quartieri-Carcopino-Franchi.
Il tutto si affiancherà a un omicidio… che tuttavia, a conti fatti, risulterà assai poco esoterico e assai molto egoico, per dirla così.

Detto della trama sommaria, veniamo al commento vero e proprio al romanzo.
La prima cosa che salta all’occhio è una punteggiatura a dir poco sciagurata, una delle peggiori mai viste in un libro, capace da sola di rovinare il gusto per la lettura.

La seconda cosa, ugualmente evidente, è una certa ingenuità dell’autore, che incappa sovente nell’errore tipico del narratore inesperto, costruendo dialoghi assolutamente non credibili e inserendo in essi informazioni in modo altrettanto non credibile.

Altro fatto che stona terribilmente: le lunghe, ripetute e tediose ricette di cucina, del tutto fuori luogo in un testo di questo genere, e che sarebbero probabilmente fuori luogo in qualunque altro testo… fuorché un ricettario di cucina.

Andiamo avanti: le caratterizzazioni dei personaggi sono piuttosto deboli e banali, e vanno dal commissario pratico e tutto d’un pezzo all’erudito ed elegante appassionato di arte.
Essi, peraltro, si incontrano e avviano relazioni in modo ugualmente poco verosimile… e sto utilizzando un eufemismo.

Ultima cosa, ma questa è un’osservazione legata ai miei interessi: il romanzo si autodefinisce “un thriller alchemico-esoterico”, ma non è né l’una cosa né l’altra: non è un thriller perché non ha il passo e la tensione del thriller, essendo piuttosto una commedia gialla piuttosto blanda.
E non è alchemico-esoterico perché, se pure parla a lungo di logge massoniche e appartenenze varie, non ha contenuti alchemico-esoterici, aggettivazione che si può attribuire solo a testi che per l’appunto propongono contenuti di tipo evolutivo-alchemico-esistenzial-spirituale, se cogliete la differenza.

Se dovessi descriverlo a chi non lo avesse letto rapportandolo a testi più famosi, direi di sicuro Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Umbero Eco… ma Il volo del pellicano non ha né la carica da thriller d’azione del primo, né la sapienza erudita del secondo, di cui sembra per l’appunto la versione popolana… e anche qui sto usando un eufemismo.

Paradossalmente, la parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la ricca appendice storico-biografica sui vari personaggi appartenenti al gruppo dei Rosa Croce… che peraltro è anche scritta meglio del romanzo: che l’autore abbia più talento da saggista che da narratore?
Ad ogni modo, è proprio l’appendice che solleva un poco la valutazione dell’opera, che altrimenti sarebbe stata più bassa.
In merito, tuttavia, emergono varie perplessità sulle ipotesi relative ai quadri, ma questo lascia il tempo che trova, e per l’appunto si è nel campo delle ipotesi.

Insomma, si sarà capito: in generale non ho gradito molto Il volo del pellicano, che al contrario mi è risultato non interessante per quasi tutta la sua non irrilevante durata (parlo ora del romanzo, ossia l’opera vera e propria)… e nel dir questo sono anche dispiaciuto per l’autore, Giovanni Francesco Carpeoro, che senza dubbio lo ha scritto con impegno e passione, cosa evidente.
E, lo ripeto casomai la cosa possa essere utile come consiglio, molto meglio la parte saggistica di quella narrativa.

Fosco Del Nero


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Titolo: Nel regno dei demoni - Firewolf 3 (Sagas of the demonspawn - Demondoom).
Scrittore: J.H. Brennan.
Genere: librogame, fantasy.
Editore: E.L.
Anno: 1985.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Eccoci al terzo libro della serie Firewolf, serie di librogame scritta dal mitico J.H. Brennan, già autore di altre serie celebri come Alla corte di Re Artù od Horror classic, nonché autore di romanzi “normali”. Di lui ad esempio ho letto il romanzo La guerra degli elfi.

Dico subito che Nel regno dei demoni è quello che mi è piaciuto di meno tra i primi tre episodi, per quanto anche Il barbaro ribelle e Le cripte del terrore non mi abbiano entusiasmato.
Tra l’altro, questo terzo volume si apre con un avviso: ossia che si tratta della più difficile delle tre avventure… e già le due precedenti si erano segnalate per un regolamento complicato e per una difficoltà sull’orlo dell’impossibilità, tanto che avevo rinunciato al gioco normale e avevo proceduto alla lettura “liscia”.

Ebbene, Nel regno dei demoni è incredibile da questo punto di vista, talmente tanto che ho seriamente pensato che la cosa fosse uno scherzo da parte di Brennan, che come risaputo ha un senso dell’umorismo assai particolare. Per dirne una, l’avventura neanche è cominciata e al primo paragrafo ci si trova di fronte un avversario tosto, forte quasi quanto noi… e col prosieguo del libro la situazione non migliorerà, anzi!

Detto della giocabilità assurda, viene confermato anche l’altro carattere distintivo della serie Firewolf, ossia l’essere assai più vicina al romanzo normale degli altri suoi colleghi: le scelte sono davvero poche, e di fatto nessuna importante, nel senso che c’è un solo senso di trama, e le varie scelte proposte sono specchietti per allodole.

L’ambientazione è sempre quella fantasy, tra spada e magia (kappa e spada, si diceva un tempo, e poi si è detto heroic fantasy)… e ovviamente un filo di umorismo, non spiccato come in Alla corte di Re Artù, ma comunque visibile.

Nel regno dei demoni, tuttavia, mi è piaciuto meno dei suoi due predecessori, e non solo per il discorso della giocabilità impossibile (cui avevo rinunciato già in precedenza), ma proprio per la trama, meno interessante rispetto ai due librigame che avevano dato il via alla serie.

Vedrò come andrà col volume conclusivo, Le radici del male (titoli sempre molto forti, come si usava al tempo con i librigioco, ma curiosi se abbinati a trame così ironiche e leggere come quelle di Brennan).

Fosco Del Nero


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