Il cammino del mago

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Titolo: La casa dell’alchimista (Das haus des alchimisten).
Scrittore: Gustav Meyrink.
Genere: grottesco.
Editore: Liberamente Editore.
Anno: 1932.
Voto: s.v.
Dove lo trovi: qui.


Inizio subito con due precisazioni riguardo a La casa dell’alchimista, ultimo lavoro di Gustav Meyrink.

La prima è che contavo di recensire il libro per il mio sito dedicato ai testi di genere esistenziale (com’è stato anche per Il golem, Il volto verde e La notte di Valpurga, che son sì romanzi, ma altamente esoterico-simbolici).
La seconda precisazione è anche il motivo per cui alla fine ho inserito il libro in questo blog: il romanzo è largamente incompleto, essendo stati scritti solo 3 capitoli sui 12 previsti.

Dei rimanenti si ha solo un’idea di massima, dal momento che l’autore austriaco aveva lasciato un “exposé” discretamente dettagliato, ossia un programma di come avrebbe voluto far procedere la storia… il quale peraltro si mostra discretamente diverso dall’esecuzione già nei pochi capitoli elaborati.

Per sopperire, almeno parzialmente, a tale brevità e mancanza, l’editore (non l'edizione presente in foto, visto che in rete non ho trovato l'immagine del libro in mio possesso) ha pubblicato anche il racconto L’orologiaio, accompagnato da un commentario intitolato La metafisica dell’orologiaio, di tale Arnold Keyserling.
Chiude il lotto un lungo commento di tale Gianfranco De Turris che porta il nome di Gustav Meyrink tra fantasia ed esoterismo.

A dire il vero, in apertura c’era anche una lunga biografia di Meyrink… tutto ciò volto a dare un certo numero di pagine alla pubblicazione monca, che peraltro non era stata indicata come monca, il che rappresenta una grave scorrettezza dell’editore, che basterebbe già a qualificare l’opera editoriale in senso negativo.

Per quanto mi riguarda, su circa 160 pagine di pubblicazione del volume La casa dell’alchimista, me ne interessava circa la metà, ossia quanto ha scritto Meyrink: il resto è un riempitivo che potrebbe risultare per alcuni interessante (anche se Meyrink andrebbe affrontato con la sapienza dell’iniziato, e certamente non con l’erudizione dell’intellettuale, com’è frequentemente), ma che non può comunque nascondere il fatto che si inganna il lettore… all’interno di un testo che dovrebbe essere evolutivo-spirituale, giacché l'autore in questione scriveva con l'intento di insegnare e ispirare, oltre che di intrattenere.

Parlando de La casa dell’alchimista, è davvero un peccato che Meyrink non abbia fatto in tempo a completare l’opera, poiché davvero essa si presentava come una delle sue più rappresentative. Anche perché egli non ci ha lasciato poi tanti romanzi, per cui uno in più sarebbe stato prezioso.

Stanti così le cose, non possiamo far altro che apprezzare quel che si legge nei capitoli scritti, nonché quel che si intuisce nel programma di scrittura: in quel poco c’era il miglior Meyrink, simbolico, affascinante, surreale, profondo, dallo slancio evolutivo pur in atmosfere decadenti o difficili (indimenticabile la sua Praga). 

Fosco Del Nero


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Titolo: Racconti agghiaccianti.
Scrittore: Gustav Meyrink.
Genere: orrore, grottesco, racconti.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1907-1927.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui


Di Gustav Meyrink finora ho recensito Il golem e Il volto verde.
Inoltre l’autore era comparso in una raccolta di racconti di genere orrorifico intitolata Fantasmi tedeschi… in modo alquanto curioso, visto che Meyrink in realtà è nato a Vienna, anche se poi ha vissuto una certa porzione della sua vita in Germania.

Come suggerisce il titolo del libro oggetto della recensione odierna, Racconti agghiaccianti, anche in questo caso abbiamo a che fare con dei racconti e con il genere dell’orrore… tedesco o austriaco che sia.

Il formato è quello economico della Newton Compton divenuto col tempo famoso: 100 pagine, 1000 lire… bei tempi, anche se sovente le traduzioni o la qualità di stampa lasciava a desiderare.

Ad ogni modo, Racconti agghiaccianti comprende dieci racconti, i seguenti: 
- La maschera di gesso,
- I cervelli,
- L’urna di S. Gingolph
- Il segreto del Castello di Hathaway,
- Castroglobina,
- Il bramino,
- Il gabinetto delle figure di cera,
- L’anello di Saturno,
- Le piante orribili,
- Danza macabra.

Sarò sincero: mi sono procurato questo libro non tanto per il genere letterario del racconto breve, che non ho mai amato, né per il genere del terrore, ma per la fama di Meyrink di autore esoterico. In effetti, sia Il golem che Il volto verde sono pregni di concetti e simboli, come suppongo gli altri suoi romanzi.

Questi suoi racconti invece sono insipidi: un po’ di grottesco e un po’ di spaventevole, ma niente di notevole.

Forse egli riservava le sue conoscenze dell’occulto solo ai romanzi… confido almeno che sia così, poiché mi sono già procurato La notte di Valpurga e La casa dell’alchimista: due titoli che promettono bene in tal senso.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il golem (Der golem).
Scrittore: Gustav Meyrink.
Genere: fantastico, grottesco, esoterico.
Editore: Newton.
Anno: 1914.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui


Non avevo letto niente di Gustav Meyrink, se non fosse qualche raccontino grottesco-orrorifico quando ero ragazzino… ma era inevitabile che ci arrivassi, prima o poi, considerando i temi della sua narrativa, ch’è sì narrativa con tanto di trama, ambientazioni e personaggi, ma che è altrettanto esoterismo, dal momento che i suoi testi son parecchio pregni di simbolismi e temi esistenziali.

Partiamo dalle basi: ho letto il libro edito dalla Newton e contenente, oltre al Golem, una ricca introduzione sulla figura di Meyrink, nonché due brevissimi racconti: La morte violetta e La storia del leone Aligi.
Quasi tutto lo spazio è tuttavia dedicato a Il golem, per cui trascurerò i due racconti, i quali in effetti son poca roba rispetto al romanzo in questione… pur proponendo temi interessanti anch’essi (uno è il classico racconto del leone che si crede una pecora, per quanto con una morale differente; l’altro un originale racconto di un’epidemia planetaria partita dal Tibet).

Ecco la trama sommaria de Il golem: le vicende prendono il via quando un uomo, a Praga, scambia per errore il suo cappello con quello di tale Athanasius Pernath, un intagliatore di prete preziose che vive nel ghetto ebraico della città… come conseguenza, il primo uomo vive come in un sogno un passato periodo della vita di Pernath, indotto in ciò dal suo cappello e da qualche fluido magico-mnemonico.
Il lettore si troverà così immerso egli stesso nel ghetto ebraico, con tutti i suoi personaggi e le sue credenze, tra cui quella del golem, un essere mitico che comparirebbe in taluni momenti e che sarebbe portatore di sventura, tant’è che tutti lo temono.
Oltre a Pernath, l’uomo che ha confuso i cappelli, e con lui il lettore del libro, conoscerà il perfido Wassertrum, il buon Hillel e sua figlia Miriam, lo studente Charousek, la Contessa Angelina e altri ancora… soprattutto personaggi sporchi e infidi, dall’assassino al poliziotto.
In effetti, tutta Praga, e non solo il ghetto ebraico, è dipinta con toni lugubri e oscuri, e con un lessico a dir poco vivido: forse Meyrink è l’autore che ho letto che più si distingue in questo senso.

Altro fattore per cui si distingue è la ricchezza di contenuti e di simbolismi: la kabbalah, i tarocchi, principi esistenziali, magia, esoterismo.
In particolare, i tarocchi hanno largo spazio ne Il golem, sia gli arcani maggiori citati direttamente (il Bagatto, l’Appeso), sia gli altri giacché, tra quelli citati e i vari simboli della storia, in pratica compaiono quasi tutti i ventidue archetipi, se non proprio tutti.

Più in generale, tuttavia, il racconto ammicca al percorso di risveglio dell’essere umano: in esso viene descritta la classe umana più miserevole, quella che sta a mezza via e quella che è già risvegliata; in mezzo a ciò, c’è la storia del golem, l’“uomo meccanico”, come viene definito da Meyrink. Tutto piuttosto chiaro, dunque, e peraltro anche kabbalah e tarocchi sono strumenti evolutivo-spirituali.

A tal proposito, cito una frase estrapolata dal libro, una per tutte, che ben esemplifica l’essenza vera del testo: “Quando un uomo si alza dal letto, è convinto di aver dismesso il sonno come se fosse un vestito; e non sa di essere vittima di un sonno ancora più profondo di quello da cui si è appena destato. Non c’è che un vero risveglio”.

Personalmente non amo molto i toni cupi e le descrizioni delle bassezze umane, tuttavia con Il golem Meyrink si è guadagnato la lettura di almeno un altro suo libro: forse Il domenicano bianco, forse La notte di Valpurga o forse Il volto verde, tutti romanzi famosi.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il paradiso degli orchi (Au bonheur des ogres).
Scrittore: Daniel Pennac.
Genere: commedia, drammatico, giallo, grottesco.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1985.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Anni fa un amico, sapendo che mi piaceva molto Stefano Benni (di cui ho letto Terra!, Elianto, La compagnia dei Celestini, Il bar sotto il mare, Bar sport), mi aveva consigliato di leggere i libri di Daniel Pennac, che a suo dire somigliavano parecchio all’autore italiano.
Così, presi un suo libro a caso: Il paradiso degli orchi

… la cui quarta di copertina è in effetti scritta dallo stesso Benni, segno che il mio amico non diceva fandonie.

Tuttavia, quando anni fa iniziai a leggerlo, non mi prese e lo misi da parte.
Ho riprovato ora, con risultati un po’ migliori, anche se non trascendentali.

Iniziamo da cosa non ho gradito: lo stile di scrittura molto scarno, quasi telegrafico, con tante frasi brevissime, spesso composte da soli sostantivi e aggettivi, senza verbi. Ovviamente è una scelta stilistica, e ogni autore si sceglie il suo stile, ma di mio non ho gradito molto questo stile di Pennac.

Il libro, pur non lunghissimo (200 pagine), ci mette un po’ a decollare, e anzi nelle prime pagine si presenta ostico, un po’ per lo stile scarno di cui sopra e un po’ per i tanti personaggi e nomi introdotti: insomma, ci ho messo un po’ ad orientarmi… e quasi quasi mollavo anche stavolta!

Un’altra cosa che non mi ha convinto troppo è il finale; un po’ confuso, un po’ improvvisato, poco convincente. Altra cosa: non amo le tematiche drammatiche e pesanti, e qua tra omicidi e pedofilia tecnicamente si sarebbe in pieno dramma... se non fosse che Pennac la butta tutta sull’ironia e sul grottesco, cosa che praticamente impedisce di prendere la storia sul serio.

Nel complesso Il paradiso degli orchi non mi è dispiaciuto: superato l’empasse iniziale, il libro prende velocità, e tra Malaussène, la sorella Clara, la “zia” Julia, il cane Julius e tutto l’ambaradan che vi è intorno, è difficile annoiarsi.

Da cui la valutazione più che sufficiente.
E anzi devo dire che alcune battute o scene fulminanti mi hanno fatto ridere non poco.
Tuttavia, il libro ha dentro un’energia un po’ bassa, tra la tematica della pedofilia e le bruttezze della vita del protagonista, che mi impedisce di assegnargli una valutazione maggiore.
Insomma, dal confronto è uscito vincitore Benni, più fanciullesco e fantasioso, e con dei contenuti umani a mio avviso maggiori.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il leviatano (Levitathan).
Scrittore: Robert Anton Wilson, Robert Shea.
Genere: fantastico.
Editore: Shake Edizioni.
Anno: 1975.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Ormai parecchio tempo fa sul blog era apparsa la recensione de L’occhio nella piramide  il primo libro della trilogia degli Illuminati, scritta negli anni 70 dal duo Robert Shea e Robert Anton Wilson e diventata una saga culto di nicchia della letteratura underground americana. Il primo libro non mi aveva entusiasmato, tanto che sulle prime non avevo pensato di continuare la saga con secondo e terzo libro.

Poi, però, mi sono deciso, e ho letto prima La mela d'oro e poi Il leviatano.
Il secondo “episodio” mi ha deluso anch’esso, mentre col terzo è andata un poco meglio.

Ciò che non mi era piaciuto nel primo libro, pur in presenza di argomenti interessanti e con uno sfondo di verità (siamo sul genere cospirazionistico, per quanto portato in narrativa), era un ritmo narrativo spezzettato e non troppo coinvolgente.

Il secondo libro, invece, mi aveva lasciato perplesso, oltre che per lo stile di cui sopra, anche per un eccessivo complicarsi dell’intreccio, troppo caotico perfino per questo genere di narrazione.

Il terzo ha chiuso le danze, e lo ha fatto in un modo, ovviamente, spettacolaristico, visto che la trama andava avanti alzando sempre l’asticella, sparandola sempre più grossa man mano, e in questo modo diluendo gli elementi di verità senza dubbio presenti nella storia in un coacervo di bizzarrie decisamente narrative, e poco reportistiche.

È così che Hagbard Celine con il suo equipaggio bislacco, tra le bellissime Mavis e Stella (le?), George Dorn, Joe Malik, Harry Coin, etc, non solo affronta una possibile ecatombe a livello mondiale, ma trova anche il tempo per fare due chiacchiere con il Leviatano del titolo, con i colpi di scena che si susseguono uno dietro l’altro.

Un po’ troppo, come detto, e un po’ troppo in stile spettacolarismo americano, per quanto questo terzo e conclusivo libro della trilogia degli Illuminati (per chi non lo sapesse, gli Illuminati sarebbero un gruppo di persone di antiche famiglie che cospirano da lungo tempo per rendere l’umanità sempre più schiava e sottomessa su vari livelli) sciolga un po’ tutti i nodi della storia, anche se non in un modo che potrebbe piacere a tutti i lettori.
Anzi, credo a dirla tutta che ai lettori appassionati del filone non piacerà molto.

Il leviatano si è meritato una valutazione un poco maggiore ai miei occhi per via delle ricche appendici finali, a tratti molto interessanti.

Bene, detto tutto: leggetevi L’occhio nella piramide e vedere se lo stile di Robert Shea e Robert Anton Wilson fa per voi…

Fosco Del Nero


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Titolo: Via da Gormenghast (Titus alone).
Scrittore: Mervyn Peake.
Genere: grottesco.
Editore: Adelphi.
Anno: 1970.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Via da Gormenghast è il terzo e ultimo libro della trilogia di Mervyn Peake, scrittore inglese assai noto in madrepatria, ma decisamente di meno al di fuori. Almeno da noi, considerando che nemmeno un grande appassionato di narrativa fantastica e surreale come me lo conosceva fino a poco tempo fa.

Il primo libro della trilogia, Tito di Gormenghast, mi aveva letteralmente abbacinato, per via soprattutto di un linguaggio ricchissimo, come forse mai mi era capitato di leggere in vita mia, nonché di un’altrettanto ricca congerie di personaggi caratterizzati in modo eccellente.

Difatti, personaggi come il dottor Floristrazio, il maggiordomo Lisca, le gemella Cora e Clarice, mamma Stoppa, il conte Sepulcrio, lo scaltro Ferraguzzo, la giovane Fucsia e tanti altri non possono non rimanere impressi nella memoria, ed essere letti con avidità quando si partecipa alle loro vicende.

Il secondo romanzo, Gormenghast, mi era piaciuto anch’esso, per quanto un poco di meno

Questo terzo, Via da Gormenghast, perde ancora qualcos’altro, tanto in termini linguistico-espressivi, quanto in termini di caratterizzazione. Tra l’altro, è piuttosto diverso dal formato dei precedenti, con paragrafi più snelli e rapidi, e la narrazione generale che perde un po’ di corposità per la grande spezzettatura.

Non è probabilmente un caso che Mervyn Peake sia morto proprio mentre scrivera il suddetto libro, lasciandolo incompleto. Il lavoro finito sarebbe stato certamente diverso dalla compilazione postuma eseguita da editori ed eredi.

Meglio di niente, certamente, e il lettore affezionatosi alla figura di Tito De’ Lamenti, settimo conte di Gormenghast, avrà così l’occasione di conoscere nuovi personaggi come Musotorto, Giuna o Ziita, e assistere al processo di crescita di Tito, protagonista di un viaggio esteriore e interiore…

… che purtroppo si concluderà in modo rapido d poco convincente, un po’ forzato.

Ovviamente non so se finale e altre parti fossero farina del sacco di Mervyn Peake o se siano stati aggiunti per dare una parvenza di completezza a questo terzo romanzo (che tra l’altro è molto più breve dei suoi due predecessori), sta di fatto che ho sentito molto forte la distanza dai primi due romanzi, e in particolare dal scintillante Tito di Gormenghast.

Il mio consiglio comunque è semplice e rimane lo stesso: qualsiasi sia il vostro genere letterario preferito, compratevi Tito di Gormenghast di Mervyn Peake e leggetelo. Il secondo seguirà di sua iniziativa…

Fosco Del Nero


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Titolo: Il mago (The magician).
Scrittore: William Somerset Maugham.
Genere: fantastico, horror, gotico, decadentismo.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1908.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


La vita spesso è curiosa.
Per esempio, è curioso come molti anni fa, alla ricerca di libri di letteratura fantastica, mi sia imbattuto ne Il mago di William Somerset Maugham, senza sapere minimamente chi lo aveva scritto e soprattutto quale personaggio lo aveva ispirato…

… per finire in questo periodo della mia vita a leggere libri sul personaggio in questione, utilizzando anche i tarocchi da egli disegnati.

Il personaggio di cui sopra è il discusso esoterista inglese Aleister Crowley, che per l’appunto dopo un incontro ha ispirato a Maugham la figura letteraria di Oliver Haddo, avventuriero ed occultista, il mago del titolo per l'appunto, il quale ingaggia una sorta di battaglia mentale con Arthur Burdon, talentuoso chirurgo, persona pragmatica che va a scontrarsi con forze che pensava non esistessero.

Siamo all’inizio del Novecento (e in effetti il romanzo è stato scritto nel 1908), e ci muoviamo tra le occidentalissime Inghilterra e Francia, passando però anche per Oriente e Africa, in un turbinio dei sensi e dei significati.

Il mago riprende molte tematica tipiche del romanticismo, come amore e sentimenti, viaggi ed esplorazioni, un certo senso del grottesco, e vi aggiunge elementi dal romanzo grottesco, se non proprio gotico-orrorifico (da certi Il mago è stato affiancato persino a Dracula di Bram Stoker), profilando una sorta di scontro tra la mentalità pratico-scientista e le nuove frontiere dell’immaginifico, del decadentismo e, per l’appunto, dell’occultismo.

Ecco in breve la trama: Arthur e Margareth stanno per sposarsi, ma il litigio del primo con Oliver Haddo, figura assai misteriosa, portano alla fine dell'idillio tra i due a causa di un incantesimo effettuato da Haddo.
Da qui i due uomini inizieranno una sorta di guerra a distanza, il cui obiettivo concreto è la giovane donna, ma il cui senso di fondo è lo scontro epocale tra i due modi di concepire la vita.

Il lettore, va da sé, tiferà per Arthur, sia per diritti di “precedenza”, sia perché man mano che si sfogliano le pagine, emerge da Oliver Haddo la figura di un personaggio sadico e cattivo, perfettamente conscio del male che fa agli altri, nonché ansioso di sacrificare il sangue umano per ricreare esseri viventi in laboratorio per suo diletto (e in questo senso il romanzo ricorda, oltre che Dracula, anche Frankenstein).

Nel complesso, Il mago di William Somerset Maugham è un romanzo che si legge d’un fiato, al contempo accattivante e inquietante, di buona qualità, che però, per il suo genere e i suoi contenuti particolari, non potrà necessariamente piacere a tutti.

Fosco Del Nero


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Titolo: Racconti.
Scrittore: Ernst Theodor Amadeus Hoffmann.
Genere: racconti, grottesco, orrore.
Editore: Fabbri Editori.
Anno: 1820 ca.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Una delle ultime recensioni comparse su Libri e Romanzi è stata quella dei Notturni di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, poliedrico artista vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento e brillante esponente del romanticismo europeo.

Quello, per intenderci, tipicamente nordico, fatto di immaginazione, surrealismo, senso del grottesco, se non quando proprio di senso dell’orrore.

Elementi tutti che Hoffmann ricalca perfettamente con i suoi racconti dalle atmosfere cupe, ombrose, inquietanti, dal tratto tipicamente gotico.

Se l’altra volta è stata la volta della raccolta dei Notturni della Newton Compton, stavolta è la volta della raccolta Racconti della Fabbri Editori, che, se è vero che è composta da soli quattro racconti, è pur vero che presenta una qualità media altissima.

I racconti in questione sono Il vaso d’oro, Il consigliere Krespel, L’uomo della sabbia e La scelta della sposa, dei quali sono l’ultimo faceva parte anche della raccolta precedente.

In ambo i casi, la datazione si aggira nella decade tra il 1810 e il 1820.

E, sempre in ambo i casi, siamo di fronte a delle signore raccolte, con più racconti la prima, con una lunghezza media maggiore la seconda, nella quale E.T.A. Hoffmann dà vita a diverse situazioni straordinarie che trascinano i protagonisti nella loro bizzarria.

Personalmente apprezzo molto il genere narrativo gotico-grottesco di Hoffmann, autore al contempo creativo ed evocativo, ma va da sé che molto dipende dal gusto personale.

Il livello di questi Racconti è comunque indiscutibilmente ottimo.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’occhio nella piramide (The eye in the pyramid).
Scrittore: Robert Shea, Robert Anton Wilson.
Genere: fantastico, cospirazionismo, avventura.
Editore: Shake Edizioni Underground.
Anno: 1975.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


“Gli autori sono completamente incompetenti… non hanno nessuna idea di stile o scrittura. Comincia come un giallo, poi passa alla fantascienza, poi parte con il soprannaturale ed è pieno delle più dettagliate informazioni su dozzine di argomenti terribilmente noiosi.
E la sequenza temporale è completamente sfasata, in un’imitazione molto pretenziosa di Faulkner e Joyce.
Peggio ancora, ha delle scene di sesso volgari, sicuramente buttate dentro solo per vendere, e gli autori, dei quali non ho mai sentito parlare, hanno il supremo cattivo gusto di inserire delle figure politiche vere in questa purea e fingono di scoprire una vera cospirazione.”

Questa potrebbe benissimo essere la recensione del libro di oggi, ossia L’occhio nella piramide, scritto a quattro mani da Robert Anton Wilson e Robert Shea e facente parte della cosiddetta trilogia de Gli Illuminati... se non fosse per un piccolo dettaglio: si tratta di uno stralcio del suddetto libro, immagino volutamente inserito ipotizzando in modo ironico un’eventuale recensione negativa.

Ebbene, devo dire che gli autori non ci sono andati molto lontani, visto che, in effetti:
- la struttura del libro non è molto efficace e coinvolge poco il suo lettore,
- il numero di informazioni e nomi citati è eccessivo per un testo che non è un saggio di divulgazione ma un romanzo,
- la sequenza temporale poco aiuta il lettore a raccapezzarsi nel tutto, che già è complesso e contorto per conto suo (tra nomi, eventi e linee temporali ci si perde spesso),
- potrebbe ipotizzarsi ciò per le numerose scene di sesso incluse.

Va tuttavia detta un’altra cosa: se è vero che L’occhio nella piramide è un romanzo, è pur vero che uno dei suoi motivi di base è la descrizione di una cospirazione mondiale che molti ritengono vera, ossia quella di Illuminati, Nuovo Ordine Mondiale, etc.

In tal senso, il libro fa i nomi, e li fa tutti, da Washington a Hitler, da Bierce a Lovecraft, da Kennedy a Roosevelt, da De Molay a Weishaupt, da Marx ai Rothschild, da Carlo Magno a Crowley, passando per i vari Osiride, Quetzalcoatl, etc.

Ad ogni modo, lasciando perdere le cospirazioni mondiali e rimanendo sul mero libro, abbiamo una storia vivace ma non particolarmente incisiva o divertente, e peraltro, come detto, a tratti difficile da seguire per via del bailamme di nomi, eventi, luoghi, allucinazioni, ipotesi e controipotesi.

Insomma, il romanzo di Robert Anton Wilson e Robert Shea non è proprio pessimo, ma magari è il caso di leggerlo solo se siete appassionati dell’argomento o, al contrario, ignorando l'enorme mole di riferimenti e concentrandovi solo sull'aspetto da avventura.
Anche se, a onor del vero, L'occhio nella piramide gode di ottima fama, e anzi ha vinto anche dei premi... insomma, vedete voi se vi ispira.

Fosco Del Nero


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Titolo: Notturni (Nachtstucke).
Scrittore: Ernst Theodor Amadeus Hoffmann.
Genere: grottesco, fantastico, gotico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1816-1817.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna è dedicata a un artista multiforme, uno dei più grandi esponenti del romanticismo europeo: torniamo indietro nel tempo, dunque, precisamente al periodo a cavallo tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, e ancora più precisamente per occuparci di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, spesso chiamato, per ovvie esigenze di brevità, E.T.A. Hoffmann.

Peraltro, si tratta di un autore già comparso sul sito per via del volume Fantasmi tedeschi, in cui comparivano alcuni racconti, in parte suoi e in parte di Gustav Meyrink.

Hoffmann, si diceva, è stato un artista poliedrico: scrittore, compositore, pittore, e persino giurista, è divenuto celebre già in vita, e in campo letterario ha dato il meglio di sé con alcuni racconti e romanzi dal sapore decisamente gotico-grottesco, se non proprio di tenore esoterico-occultista: citiamo, tra gli altri, Il gatto Murr e Gli elisir del diavolo.

Grande successo e notorietà ebbero, e mantennero nel tempo, anche i suoi Racconti notturni, che poi costituiscono il testo oggetto della presente recensione.

Tra di essi, a mio avviso, si trovano alcune gemme della letteratura, forse poco note al pubblico italiano sia perché il romanticismo fu un movimento letterario e culturale prettamente nordico-europeo, sia per il genere decisamente bizzarro, affiancato alla propensione di Hoffmann per le materie occulte.

Ad ogni modo, mi permetto di segnalare i vari L'uomo della sabbia, La chiesa dei gesuiti di G., La casa disabitata.
Completano l’opera Ignaz Denner, Il Sanctus, Il maggiorasco, Il voto, Il cuore di pietra.

Elemento comun denominatore di questi racconti, il descrivere la vita come un contrasto tra luce e tenebre, bene e male; un mondo talmente pericoloso che in esso spesso l’uomo soccombe per mano di forze più potenti, che si agitano in cupe atmosfere notturne.

Il livello medio dei racconti di E.T.A. Hoffmann è ottimo, anche se, come sempre, il gusto e la propensione individuale faranno la differenza nel gradimento complessivo.

Buona lettura.

Fosco Del Nero


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Titolo: Racconti dell’incubo.
Scrittore: Edgar Allan Poe.
Genere: grottesco, horror, fantastico.
Editore: Rizzoli.
Anno: vari.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Oggi recensisco un libro di uno dei miei scrittori preferiti da sempre, uno di quelli che, anche se non frequento spesso (sia perché c’è così tanto di bello da leggere sia perché mi sono un po’ allontanato dall'horror), mi rimane comunque nel cuore: parlo di Edgar Allan Poe, indimenticato maestro del genere grottesco-fantastico-orrorifico.

Stiamo tornando dunque parecchio indietro nel tempo, visto che lo scrittore americano è nato nel 1809 e morto nel 1849 (dando così corpo al luogo comune per cui sene vanno presto sempre i migliori… e a tal riguardo cito anche H.P. Lovecraft e R.E. Howard).

Il testo in questione è la raccolta Racconti dell’incubo, che contiene ben 17 racconti dello scrittore di Boston.

Tra questi, alcuni tra i suoi più famosi e celebri: La cassa oblunga, Il ritratto ovale, Metzengerstein, Re Peste, L’uomo della folla, Racconto delle Ragged Mountains, William Wilson, La sfinge, Perdita di fiato.

Il filo conduttore, anche se sarebbe persino ozioso riferirlo, è quel senso del grottesco, del folle, del terrorifico e dell’ansiogeno che caratterizza i racconti di Poe.

Poe, ricordiamolo, sosteneva la superiorità del genere narrativo breve, l’unico per il quale il lettore poteva mantenere la sospensione volontaria dell’incredulità per tutta la sua durata, cosa ovviamente non possibile con i romanzi (a meno di non leggersi, ovviamente, quattrocento pagine senza interruzioni).
Ecco perché nella ricca produzione di Poe (racconti, poesie, saggi di critica, etc) figura un solo romanzo, ossia Le avventure di Arthur Gordon Pym.

Da sottolineare alcuni altri fattori.
Da un lato la grande ricerca stilistica (fatto per cui Edgar Allan Poe ha in un certo modo anticipato i vezzi letterari ma anche culturali del decadentismo europeo, non a caso ripreso da autori quali Baudelaire); dall’altro i numerosi significati allegorici, di cui sono cosparsi i vari racconti.

In effetti, leggere Poe non significa solo leggere un racconto, ma finanche partecipare a una visione… che spesso è una visione di incubo, o comunque di angoscia, raramente affrontata direttamente, ma aggirata, avvicinata e annusata.

Inquietudine, dunque, ma anche ambientazioni affascinanti e pregnanti, col risultato finale che è quello di uno scrittore la cui abilità di evocare lo strano e il grottesco è rimasta forse ineguagliata in tutta la storia delle letteratura.

Ovviamente, consigliato (anche se, per mio gusto personale, molti dei suoi gioielli non sono presenti in questa antologia; cito, en passant, Il barilozzo di Amontillado, Il gatto nero, Il pozzo e il pendolo, Hop frog, La maschera della morte rossa, etc).

Fosco Del Nero


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