Il cammino del mago

Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

Titolo: La furia dell’assassino - Trilogia dell’uomo ambrato 2 (Fool’s gold).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantasy, drammatico.
Editore: Fanucci.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui


Eccoci giunti al secondo romanzo della Trilogia dell’Uomo Ambrato, di Robin Hobb: La furia dell’assassino, che segue il precedente Il risveglio dell’assassino

… che a sua volta seguiva la Trilogia dei Lungavista, ossia L’apprendista assassinoL’assassino di corte e Il viaggio dell’assassino.

I luoghi e i personaggi delle due storie sono gli stessi, pur se a distanza di una quindicina d’anni, e nonostante in tale spazio temporale Robin Hobb ci abbia messo un’altra trilogia (leggibile a parte o insieme, secondo preferenze), ossia I mercanti di Borgomago.

Veniamo a noi e alla trama sintetica de La furia dell’assassino: Fitz Chevalier, oramai tramutatosi nel personaggio sotto copertura di Tom lo Striato, vive nuovamente a Castelcervo, dopo oramai molti anni, e collabora con Umbra negli affari del Regno. Sul trono siede Kettricken, vedova di Veritas, amato zio del ragazzo ora divenuto uomo, e dietro al trono sta Umbra, passato dal ruolo di assassino invisibile a quello di consigliere reale.

Salvato il giovane Devoto dal rapimento dei Pezzati, Fitz è comunque subissato di impegni e problemi: il ruolo fittizio di servitore di Messer Dorato (ossia il Matto), la collaborazione con l’ex mentore Umbra, le lezioni d’Arte prima a Devoto e poi a Ciocco, i contatti a distanza con la figlia di sangue Urtica, le intemperanze col figlio adottivo Ciocco, la relazione con Jinna, le minacce continue dei Pezzati, nonché risse da taverna, missioni diplomatiche e altro ancora (compresi antichi miti e rimembranze delle Navi Rosse).

In tutto ciò, non mancano gli screzi col Matto, con Umbra stesso, con Jinna e con Ciocco, per non parlare dei tentativi di assassinio.

Sarò sincero: dei cinque romanzi di Robin Hobb letti finora, questo è quello che mi ha coinvolto di meno, nel quale, anzi, ho visto in misura maggiore i difetti della scrittrice: una notevole lungaggine (anche se non succede niente, se ne vanno comunque centinaia di pagine), una certa predisposizione al melodramma (che differenza con gli scrittori fantasy maschi, sia nel bene che nel male), il medesimo schema di fondo (che ora è visibile e prevedibile, il che non aiuta la suspence).

Inoltre, ancor più che nei precedenti romanzi, l’autrice sembra si diverta a far capitare qualsiasi cosa spiacevole al suo protagonista: sembra quasi che abbia un conto in sospeso con lui (il quale, dal canto suo, mostra dei sensi di colpa per praticamente qualunque cosa, quasi tutti insensati). Peraltro, il protagonista stesso, quando potrebbe cavarsi d’impiccio semplicemente dicendo qualcosa (la verità, senza andare a cercare molto lontano), non lo fa, procurandosi problemi ancora maggiori (relazionali e non solo); la cosa è poco logica e anche leggermente snervante.
Va bene mettere fieno nella cascina dei problemi da affrontare, sia per la tensione scenica sia per macinare un certo numero di pagine, ma non bisogna abusare del meccanismo.

Per questi motivi, la valutazione de La furia dell’assassino è “solamente” discreta-buona e non ottima come nei quattro casi precedenti.

La Trilogia dell’Uomo Ambrato andrà a concludersi con Il destino dell’assassino.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: L’assassino di corte - Trilogia dell’uomo ambrato 1 (Fool’s errand).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantasy, drammatico.
Editore: Fanucci.
Anno: 2001.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui


Letta la Trilogia dei Lungavista, composta da L’apprendista assassinoL’assassino di corte e Il viaggio dell’assassino, comincio ora la Trilogia dell’uomo ambrato, la quale segue a distanza temporale il trittico precedente (avendo di mezzo, cronologicamente parlando, la Trilogia di Borgomago, che però non ho e che magari leggerò in futuro).

L’essere passato alla trilogia successiva è di per sé una valutazione molto positiva sull’autrice in questione, Robin Hobb, la quale sa scrivere, e molto bene… nonostante una discreta tendenza alla lungaggine.

Veniamo a Il risveglio dell’assassino: Fitz Chevalier, ribattezzatosi Tom lo Striato, si è ritirato in una sorta di eremo volontario, di cui fa parte il suo lupo Occhi di Notte, nonché il giovane Ticcio, ragazzino “consegnatogli” da Stornella, la cantastorie con cui Fitz aveva condiviso l’avventura del terzo romanzo, quella alla ricerca di Re Veritas (insieme al Matto, alla Regina Kettricken e alla vecchia Ciottola).

Fitz/Tom è invecchiato, come è invecchiato anche il lupo, oramai vicino alla morte. Tuttavia, una nuova avventura si affaccia alla porta di casa sua: il suo vecchio mentore Umbra gli chiede prima di educare nell’Arte l’erede al trono Devoto (che sarebbe anche suo figlio, per quanto in modo particolare), proposta a cui Fitz dice di no, e poi gli domanda di trovare lo stesso Devoto, nel mentre sparito. Forse è stato rapito, probabilmente dagli Spiritualisti, dal momento che si ipotizza che il ragazzo possieda lo Spirito… proprio come Fitz.

Il risveglio dell’assassino è un altro volumone targato Robin Hobb: in circa 600 pagine non è che succeda moltissimo, a dire il vero, dal momento che una buona metà se ne va nella descrizione della vita quotidiana di Fitz, nel suo dialogo interno, in qualche visita occasione, nei ricordi che condivide con i suoi pochi amici.
La seconda metà, invece, riguarda l’avventura alla ricerca di Devoto, comprendente recite, diplomazia, inseguimenti, azione, combattimenti… oltre che il solito dialogo interno di Fitz/Tom, nonché i dialoghi mentali col suo vecchio lupo.

Una volta abituatisi ai “tempi lunghi” di Robin Hobb (o ritmi lenti, che dir si voglia), i suoi romanzi scorrono che è un piacere: Il risveglio dell’assassino non fa eccezione, ma sapevo già in anticipo che la Trilogia dell’uomo ambrato avrebbe tenuto onore alla precedente Trilogia dei Lungavista.

Curiosamente, di fantasy non c’è moltissimo: se dal romanzo in questione eliminassimo la questione dello Spirito, ossia della connessione tra un essere umano  un animale, non vi sarebbe praticamente nulla di fantastico (giusto una scena con strane creature, ma dura poco ed è inessenziale al resto del libro).

In effetti, Robin Hobb, più che magia o combattimenti, descrive il mondo interiore del protagonista, nonché gli intrighi in cui egli si trova immerso. In ciò, si nota la mano femminile: anche le relazioni sentimentali sono assai più emotive che fisico-sessuali… un ulteriore medaglia per l’autrice, capace di mantenere ben viva l’attenzione del lettore pur senza il facile ricorso all’adrenalina o all’eccitazione (che distanza col grosso dei film contemporanei, per esempio).

In negativo, si nota il tocco femminile in un certo eccesso di melodramma umorale: la sfortuna, la tristezza, i bei tempi andati, il dovere, il sacrificio, la rassegnazione, etc. Forse un quarto del libro se ne va in ricordi e rimembranze, solitarie o con vecchi amici.

Nota positiva: il Principe Devoto è spiritualmente connesso con un animale chiamato foscogatto: mezzo punto in più solo per questo (un po’ per il “gatto”, un po’ per “fosco”)!

Terminato con Il risveglio dell’assassino, appuntamento con La furia dell’assassino.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Il viaggio dell’assassino (Assassin’s quest).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantasy, drammatico.
Editore: Fanucci.
Anno: 1997.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui


Dopo L’apprendista assassino e L’assassino di corte, ecco il terzo e ultimo romanzo della Trilogia dei Lungavista scritta dall'ottima Robin Hobb: Il viaggio dell’assassino

Trilogia in senso stretto: più che di tre romanzi differenti, stiamo parlando di un’unica storia, suddivisa in tre volumi, tanto che i primi due libri si segnalavano, in negativo, per dei finali praticamente assenti.

Tuttavia, se la storia è unica, i romanzi sono piuttosto differenti tra di loro: L’apprendista assassino è un romanzo di formazione, che mostra il protagonista della saga, Fitz Chevalier, quando è bambino; L’assassino di corte mostra invece complotti, intrighi politici e obiettivi dei vari personaggi; Il viaggio dell’assassino, come suggerisce il titolo (in effetti i tre titoli sono molto “onesti”), descrive il viaggio di Fitz, e in ciò il romanzo è certamente il più fantasy e tradizionale dei tre, con le sue avventure, le sue difficoltà, la sua ricerca… nonché il finale, tanto imponente quanto rapido, che fa succedere nel giro di poche pagine più di quanto non era successo nelle precedenti 750.

Tanto è lungo, difatti, Il viaggio dell’assassino: molto lungo, molto descrittivo, a tratti ripetitivo, molto impattante… tanto che il personaggio di Fitz, ma anche coloro che gli girano intorno, rischiano seriamente di entrare dentro il lettore.

Ecco in breve la trama del libro: Fitz è scampato alla morte, grazie al suo senso dello Spirito, “resuscitato” da Burrich e Umbra, pur se la sua coscienza è ancora lontana e va “richiamata”, essendosi fusa per un certo lasso di tempo con quella del lupo Occhidinotte
Ripristinata la sua umanità, inizia per lui un nuovo percorso: ufficialmente morto, con Regal sul trono e la sua Molly sparita chissà dove, il suo nuovo obiettivo è quello di uccidere lo zio usurpatore, e parallelamente di ritrovare l’altro zio, Veritas, a cui di diritto spetterebbe il trono dei Sei Ducati.

I quali sono stati in buona parte abbandonati, da Regal, al loro destino contro i pirati delle Navi Rosse, le loro incursioni e la successiva forgiatura, che rende gli esseri umani gusci vuoti simili a zombi. 
La missione è doppiamente difficile: sul piano fisico, perché ora Regal ha a disposizione un intero esercito; sul piano invisibile, perché Regal comanda la confraternita creata da Galen e ora capeggiata da Fermo, assai più forte nell’Arte rispetto a Fitz.

Com’era stato per i suoi due predecessori, ho divorato anche Il viaggio dell’assassino, leggendolo d giorno e di notte… segno principale della bontà di un romanzo.

Non che il libro sia esente da qualche difetto: avrebbe potuto essere più snello, in taluni casi è ripetitivo, sia nelle considerazioni emotive del protagonista sia negli eventi esterni (compresi tanti salvataggi all’ultimo secondo), è molto arbitrario in alcuni punti (per esempio, il lupo ha una coscienza e una capacità di ragionamento e di linguaggio praticamente pari a quella umana, mentre tutti gli altri animali sono praticamente snobbati)… e certamente non risparmia al lettore alcuni colpi bassi.

Intendiamoci, se si sono lette le Cronache del ghiaccio e del fuoco si è abituati a ben peggio… anche se qui la sofferenza è più intima, mentre nel caso dei libri di George Martin lo sconvolgimento era più “esteriore”, legato a eventi e morti di taluni personaggi.

A proposito delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, successive di alcuni anni: a quanto pare la Hobb aveva anticipato Martin sul tema della riconquista del potere cavalcando dei draghi al proprio servizio… anche se ne Il viaggio dell’assassino il discorso è assai più ampio.

Ad ogni modo, terminata la Trilogia dei Lungavista, inizierò subito con la Trilogia dell’Uomo Ambrato, una delle tre trilogie della Hobb aventi come protagonista Fitz Chevalier (quella seguente è la Trilogia di Fitz e del Matto).

Al di là delle preferenze individuali per determinate ambientazioni o narrazioni, c’è assolutamente da dire una cosa: Robin Hobb, come scrittrice, sa il fatto suo.

L’editore un po’ meno quando pubblica, a inizio libro, una mappa praticamente illeggibile: sgranata e “mangiata” nella parte centrale che unisce le due pagine di sinistra e di destra. Non hanno controllato prima di stampare?

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: L’assassino di corte - Trilogia dei Lungavista 2 (Royal assassin).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantasy, drammatico.
Editore: Fanucci.
Anno: 1996.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui


Dopo L’apprendista assassino, era scontato che passassi a L’assassino di corte, secondo romanzo della Trilogia dei Lungavista, a sua volta prima trilogia di altre due trilogie seguenti: la Trilogia dell’Uomo Ambrato e Trilogia di Fitz e del Matto.

Il passare dal primo al secondo romanzo è stato scontato sia perché avevo gradito molto il primo, sia perché avevo già il secondo, che a differenza del primo è assai più lungo: si è passati da 450 a 670 pagine del medesimo formato… e l’opera non ha minimamente risentito dell’aumento di volume, anzi, se possibile se ne è giovata.

Non c’è molto da dire, in verità: Robin Hobb sa scrivere maledettamente bene, sia nel senso della qualità narrativa, sia nel senso della sceneggiatura, diciamo così.

Ecco per l’appunto la trama sommaria de L’assassino di corte: Fitz, sopravvissuto al tentato assassinio da parte di Regal, torna a Castelcervo, pur se in ritardo rispetto al resto della spedizione salita nel Regno delle Montagne, e recupera le forze, riprendendo i suoi vari addestramenti: armi, piante, veleni, arte, etc.

Più degli addestramenti, tuttavia, lo tengono occupato i continui complotti dello zio, cui si aggiungono varie altre difficoltà: le varie spie sparse nel palazzo, gli adepti dell’arte fedeli al loro istruttore Galen, i problemi legati sia all’arte che allo “spirito”, ossia il legame con gli animali che il ragazzo ha e che è mal visto ovunque, la decisione di Veritas di intraprendere una missione alla ricerca degli Antichi, fatto che lascia Castelcervo inevitabilmente sguarnito… sia all’esterno, verso le Navi Rosse e le loro “forgiature”, sia all’interno, verso Regal e gli altri traditori.

Ormai ho letto moltissimi libri in vita mia; non so se per il numero, o per una soglia di qualità richiesta sempre più alta, sono pochi oramai quelli che mi “tengono incollato allo schermo”, e che magari mi fanno andare avanti a leggere sino alle due o alle tre di notte.
L’assassino di corte è stato uno di quei pochi, cosa che spiega la sua valutazione assai elogiativa.

Unico neo, com’era stato anche per il primo romanzo: il finale non è un finale quasi per niente, e anzi lascia praticamente tutto in sospeso. Personalmente, non amo molto questo tipo di “operazione psicologica”, ma tant’è.

Seguirà ora Il viaggio dell’assassino, un altro volumone enorme.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: L’apprendista assassino (Assassin’s apprentice).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantasy, drammatico.
Editore: Fanucci.
Anno: 1995.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Oggi recensisco L’apprendista assassino,  romanzo di Robin Hobb… ma prima, è necessaria una premessa.

Tempo fa mi era stato regalato un romanzo fantasy: L’assassino - Il ritorno. Lo lessi nonostante fosse il settimo, in ordine di lettura, di una lunga saga, suddivisa  in tre trilogie: la prima è la Trilogia dei Lungavista, la seconda la Trilogia dell’Uomo Ambrato, la terza la Trilogia di Fitz e del Matto.

Lo lessi per la buona fama dell’autrice e mi piacque talmente tanto che decisi seduta stante di leggermi tutti i libri precedenti, che quindi mi procurai.
L’apprendista assassino è per l’appunto il primo romanzo della prima trilogia, la Trilogia dei Lungavista.

È un testo lungo circa 450 pagine, molto denso, con molti personaggi, molti eventi e molta “passione”.
In effetti, credo sia un libro difficile da ignorare, nel senso che per forza suscita qualcosa dentro in lettore, per un verso o per l’altro.

Eccone la trama sommaria: Chevalier è l’erede al trono, primo di tre fratelli (gli altri sono Veritas e Regal), del Regno dei Sei Ducati, ma un dì abdica e si ritira con la moglie, Dama Pazienza, nell’eremo di Giuncheto.
Subito dopo, un bambino viene condotto a Castelcervo, la capitale del regno, e presentato come figlio illegittimo di Chevalier; il bambino viene allevato dallo stalliere ed ex braccio destro dell’ex erede al trono, Burrich, ma da tutti viene considerato una sorta di vergogna pubblica, a causa della quale l’erede al trono, nonché il più portato per la reggenza, ha dovuto/voluto abdicare (per la vergogna? Per proteggere il bambino? Per qualche altro motivo?).

Il piccolo, più tardi chiamato Fitz (anche se i più continuano a chiamarlo “il bastardo”), viene addestrato alla cura degli animali, e poi anche all’uso delle armi, alla lettura e alla scrittura… e infine anche nella cosiddetta “arte”, una sorta di dono psichico che Fitz dimostra di avere (con il quale si può sia manipolare la volontà altrui, che connettersi con gli animali), ma che l’insegnante Galen, che lo ha in sommo odio, fa in modo che venga mal direzionato.

L’altro insegnante del ragazzo, Umbra, lo stima assai di più e lo educa, su volere del Re Sagace, al lavoro di spia-assassino-avvelenatore, il cui primo incarico si dimostrerà alquanto problematico, imbattendosi anche in un tentativo di tradimento.

Non c’è molto da dire: Robin Hobb scrive molto, molto bene, e il suo intreccio è appassionante e ben ragionato. Non stupisce che L’apprendista assassino abbia così ben indirizzato la Trilogia dei Lungavista e la successiva carriera della scrittrice statunitense.

Detto questo, appuntamento col secondo romanzo: L'assassino di corte.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Jude l’oscuro (Jude the obscure).
Scrittore: Thomas Hardy.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1895.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui


Avevo a casa da decenni, ormai, il romanzo Jude l’oscuro, scritto da Thomas Hardy nel 1895. Probabilmente, da ragazzino, mi aveva attirato l’aspetto “oscuro” e ribelle promesso dal titolo e dalla sua fama, salvo poi non avermi mai chiamato alla lettura.

Alla quale ho proceduto ora, un po’ per curiosità e un po’ per chiudere finalmente quel portoncino rimasto aperto per così tanto tempo.

I risultati sono stati altalenanti, in tutto: intanto, il romanzo non mi ha catturato granché all’inizio, forse per l’eloquio al contempo naif e formale del periodo vittoriano, salvo poi riprendersi in seguito, una volta che gli eventi si sono “messi in moto” con una certa intensità… per poi infine precipitare nel suo finale davvero poco incoraggiante, il quale sembra quasi confermare la morale del tempo, piuttosto che smentirla come il testo aveva sembrato fare sino a poco prima della sua conclusione.

Passiamo alla trama sommaria: Jude Fawley vive in una regione immaginaria dell’Inghilterra occidentale, in un piccolo borgo. Sin da bambino sogna di elevarsi culturalmente e socialmente, fino a diventare un sacerdote, un curato o qualcosa di affine. A tal scopo, impegna molto del suo tempo libero nello studio dei sacri testi, del latino e di tomi religiosi, per prepararsi a quando potrà far domanda di ammissione in qualche collegio religioso… possibilmente nella città di Christminster (una sorta di Oxford), da lui lungamente e ampiamente sognata e idealizzata (pur se mai “corrisposto” in tal senso).

Nel mentre, porta avanti piccoli lavori, divenendo un abile scalpellino e sposando Arabella, per poi scoprire assai presto che si è trattato di un matrimonio di pessima fattura: lei è troppo rozza e materiale per i suoi gusti, mentre sua cugina Sue si dimostra assai più affine a livello di animo.
Ma a quel punto lui ha alle spalle un matrimonio con separazione, mentre la cugina viene corteggiata dall’anziano maestro Phillotson, vecchio insegnante di Jude stesso.

Un commento di fondo sulla trama: nel periodo di uscita del romanzo, fu giudicata, dagli ambienti religiosi e “per bene”, immorale… laddove al giorno d’oggi non smuoverebbe nemmeno il più fervente dei parroci, anche perché, a ben guardare, quello che è stato dipinto come un “romanzo immorale” è in verità una sorta di trattato sulla morale, senza alcunché di scabroso e, anzi, molte pontificazioni e molti sforzi di elevazione e impegno personale (pur se, a conti fatti, vanificati in ogni direzione, in omaggio alla morale del tempo, che in pratica schiaccia tutto il resto, compresi amore, affinità elettive, senso della giustizia e del decoro).

Credo che non leggerò mai più Jude l’oscuro: pur essendo molto intenso e appassionante a tratti, si perde parecchio nella sua componente morale-religioso-filosofica, per poi presentare al lettore una sorta di conto karmico davvero poco bello a vedersi. In effetti, il romanzo di Hardy se la gioca come uno dei finali più tristi e scoraggianti che abbia mai letto in un libro... contrariamente alla fama di "ribelle" che ha il romanzo, il quale ha comunque oggettivamente il suo valore (e narrativo e di memoria storica).

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Peter Camenzind (Peter Camenzind).
Scrittore: Hermann Hesse.
Genere: drammatico, psicologico, esistenziale.
Editore: Mondadori.
Anno: 1904.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Hermann Hesse è famoso soprattutto per le sue opere più mature: Siddharta (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930), Il giuoco delle perle di vetro (1943).
Tuttavia, egli ha scritto molto, e fin dalla gioventù; il libro recensito oggi, Peter Camenzind, è stato scritto quando l’autore aveva 27 anni.

Hesse ha avuto una vita difficile e travagliata, e ciò si evince chiaramente dai suoi testi, così come in essi si scorge chiaramente la sua ricerca, la sua aspirazione, il suo anelito verso qualcosa di più alto e meno miserevole.

Senza dubbio ciò si nota nei testi più avanzati, che sono avanzati sia in senso cronologico che in senso esistenziale, come ad esempio Il giuoco delle perle di vetro, sorta di summa della ricerca interiore del letterato, ma si intravede con nettezza anche in questo Peter Camenzind.

Ecco in sintesi la trama del breve romanzo di Hesse: Peter Camenzind è un giovane nato in un piccolo paese svizzero di montagna, Nimikon, e che ha una spiccata predilezione per la natura, l’aria aperta e il vagabondaggio. Non ci vorrà molto prima che egli, dotato di una cultura nettamente superiore rispetto ai suoi compaesani, lasci il paese, per finire a vivere in vari posti, da Zurigo a Basilea, fino all’Italia centro-settentrionale.
Alcune delusioni amorose, nonché una sorta di incapacità di fondo di vivere, lo portano prima ad eccedere con l’alcol e poi a una vita riservata e quasi monacale… e non a caso egli finisce anche ad Assisi a studiare la vita e le virtù di San Francesco, in primis la compassione, che riuscirà poi ad applicare nella sua vita, pur tra altre delusioni e piccole felicità.

Cominciamo intanto col dire che Peter Camenzind è un libro scritto bene, cosa non scontata (in generale, dico, mentre con i grandi autori si va quasi sempre sul sicuro). 
La seconda cosa da dire è che il romanzo ha una nota di fondo di tristezza e di senso di incompletezza che lo rende assai malinconico, nonostante ciò che il protagonista sviluppa nella sua vita… e qualcosa sviluppa, anche se non tantissimo, e certo non tutto.

Va da sé che il percorso di Camenzind è il percorso dello stesso Hermann Hesse, o perlomeno il suo percorso fino a quel momento… e in effetti, contando che non si tratta di un autore qualunque ma di un autore impegnato in un sentiero di ricerca interiore, sarebbe il caso di leggersi i suoi libri in ordine cronologico… cosa che non farò dal momento che ho già qui Siddharta e Narciso e Boccadoro, mentre d’altronde Il giuoco delle perle di vetro l’ho ascoltato in un lungo audiolibro, per cui è come se l’avessi letto (ma un giorno leggerò anche quello).

Curiosità: nello stesso anno di pubblicazione di Peter Camenzind, Hesse ha pubblicato un saggio biografico su San Francesco d’Assisi, a riprova della sua ricerca e della tendenza autobiografica dei suoi romanzi.

Andando a concludere, ho gradito discretamente Peter Camenzind, ma più per gli aspetti letterari e culturali che non contenutistici. Per quelli, mi attendo un Hermann Hesse più “avanti” nei suoi libri successivi, a partire da Siddharta che leggerò a breve (anche di quello in passato avevo ascoltato, e più volte, un audiolibro integrale, per cui di fatto lo conosco già bene).

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Avanti nel tempo (Flashforward).
Scrittore: Robert J. Sawyer.
Genere: fantascienza, drammatico, psicologico.
Editore: Fanucci Editore.
Anno: 1999.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Sono arrivato ad Avanti nel tempo, romanzo di Robert J. Sawyer, dalla serie tv Flashforward, la quale era stata interrotta dopo una sola stagione, e ciò nonostante un incipit tra i più brillanti, originali e intelligenti che io abbia mai visto, tanto che ero rimasto al contempo stupito e deluso che la serie non fosse andata avanti. Più che stupito, in realtà: proprio stupefatto.

D’accordo, la serie forse non era la migliore serie televisiva mai prodotta, né il cast il più autorevole, ma mi era parso davvero uno spreco non portare avanti quell’idea di partenza così originale e potenzialmente ricca di evoluzione.

A distanza di anni mi son così comprato il libro che l’aveva originata, Avanti nel tempo di Robert J. Sawyer, per l’appunto.

Il quale, fortunatamente, si è dimostrato una storia piuttosto differente da quella sceneggiata nella serie televisiva, che dunque era stata fortemente arrangiata.
Nella trasposizione è rimasto un solo protagonista in comune, peraltro piuttosto diverso come carattere e storia, e dal resto è stato preso spunto ma senza che la trasposizione fosse rigida e fedele.

Un altro vantaggio del libro era quello di avere un finale, mentre la serie tv si era conclusa con un colpo di scena che avrebbe dovuto portare alla seconda stagione, tuttavia mai finanziata.

Ecco la trama sommaria di Avanti nel tempo: un giorno ogni singola persona sulla Terra perde i sensi, e tutte nello stesso istante, perdendo conoscenza per poco più di due minuti e trasferendo la propria coscienza nel se stesso di ventuno anni nel futuro.
La cosa, forse causata da un innovativo esperimento al CERC di Ginevra, ha ovviamente causato incidenti di vaste proporzioni, e un numero incalcolabile di morti, tra coloro che sono morti in incidenti aerei o stradali e coloro che sono morti semplicemente cadendo dalle scale che stavano salendo. 
A dirigere l’esperimento, il cui scopo era quello di trovare il bosone di Higgs, vi erano Lloyd Simcoe e Theodosis Procopides, i quali dopo l’incidente si chiedono se esso sia stato causato o meno proprio dal loro esperimento.
Mentre loro si interrogano su ciò, il resto del mondo si interroga su quanto ha visto nelle proprie visioni del futuro: c’è chi si è visto con un partner diverso, chi si è visto vecchio e cadente, chi si è visto ricco e chi povero… e anche chi non si è visto, presumibilmente coloro che di lì a ventuno anni sarebbero morti.
La domanda di fondo è però una: il futuro è già scritto, destino fisso e ineluttabile, o si può modificare?

La struttura essenziale di Avanti nel tempo è la stessa di Flashforward, ma cambia molto nei dettagli: personaggi, eventi e soprattutto l’evoluzione degli eventi, dal momento che lo sceneggiato televisivo, come si usa spesso, aveva introdotti molti spunti in più per poter realizzare una serie lunga parecchie stagioni… cosa poi non avvenuta, e infatti la serie si è interrotta praticamente priva di finale e di risposte.

Avanti nel tempo invece un finale ce l’ha, ma è davvero pacchiano e semplicistico, non degno del brillante spunto di partenza… che in effetti è tanto brillante da rischiare di rendere scarso qualunque cosa gli si accosti subito dopo. 

Anche il dilemma destino-libero arbitrio si è risolto nel modo più prevedibile e scontato per l’ottica dell’uomo moderno, che essenzialmente è addormentato però pretende di avere libero arbitrio su ogni cosa e che niente sia scritto… beata illusione.

Globalmente parlando, Avanti nel tempo è un discreto romanzo, ben scritto e ben portato avanti, ma che non dà all’incipit assolutamente fantastico uno svolgimento all’altezza. Peccato. 

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: La spada infranta - Saga della spada delle rune 3 (Broken blade).
Scrittore: Ann Marston.
Genere: fantasy, avventura, drammatico.
Editore: Tea.
Anno: 1998.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Avevo cercato La spada delle rune in quanto mi era stato consigliato come testo fantasy scritto molto bene, e giacché mi ero procurato il volume con l’intera trilogia di Ann Marston, ossia La spada delle rune, Il Re d’Occidente e La spada infranta, e giacché il primo romanzo mi era piaciuto discretamente, avevo proseguito la lettura col secondo e col terzo.

Ma, ahimé, il secondo e il terzo mi sono piaciuti meno del primo, che già avevo valutato come non imperdibile.

Effettivamente, i libri sono scritti davvero bene, con un linguaggio pulito, ordinato e molto descrittivo, tuttavia a non avermi impressionato non è stato lo stile, ma proprio il contenuto.

La spada infranta si sposta un paio di decenni dopo Il Re d’Occidente, il quale a sua volta seguiva di un paio di decenni La spada delle rune, col risultato che ogni libro ha descritto le avventure di una generazione, con genitori e nonni divenuti man mano sfondo.

La protagonista centrale di questa storia è Brynda al Keylan, figlia di Keylan, sorella di Brennan e Behancoran di Tiegan, paladini dell’isola di Celi e nemici degli invasori Maedun, che già avevano tentato l’invasione in passato, respinti, e che ci riprovano ora, forti di una Francia potente, di un Hakkar ancora più potente e di un infido Mikal che fungerà da grimaldello. Sul terreno di battaglia due eserciti contrapposti, ma soprattutto due magie contrapposte, una dolce e gentile e l’altra aggressiva e mortifera.

L’elemento migliore de La spada infranta, e dell’intera Saga della spada delle rune, è proprio il linguaggio: elegante, preciso, mai fuori posto, anche se pure, per suo stile, ricco di subordinate e molto descrittivo, cosa che potrebbe non piacere a tutti. Anche la tensione emotiva del narrato è sufficientemente vivida.

Veniamo ora ai contro, che sono più dei pro.
La trama tutto sommato è trascurabile, con un popolo che lotta contro l’altro da decine di anni, e i figli che ereditano dai genitori una certa missione.
I personaggi sono molti ma non tutti ben caratterizzati, tanto che si tende a fare confusione tra di loro, anche per via di nomi di persona molto simili e non tanto chiari (Tiernyn, Tiegan, Brynda, Brennen, Keylan, Kerri, etc, senza contare quelli un po’ ridicoli come Francia in questo romanzo oppure Mouse nel primo libro).
Alcuni momenti della trama-sceneggiatura sono forzati, e questo vale per l’intera trilogia (ad esempio, prigionieri che fuggono per via della grande ingenuità dei rapitori).
Il mondo descritto è sufficientemente credibile, ma non molto profondo a livello di cultura, racconti, elementi secondari: è come se la telecamera seguisse solo la vicenda del protagonista e il resto non esistesse.
La storia, in definitiva, non è troppo originale: c’è spada, c’è magia, ci sono buoni e ci sono cattivi, tutto qui.

Il che è andato anche abbastanza bene nel primo romanzo, La spada delle rune, dal momento che esso si presentava vivace e gustoso soprattutto per il rapporto conflittuale tra due dei tre protagonisti, ma che è andato meno bene nei due seguiti. Probabilmente l’autrice nel terzo romanzo ha cercato di correre ai ripari, proponendo un rapporto conflittuale tra un uomo e una donna simile a quello del primo libro, e che nel secondo mancava, ma non riuscendo totalmente nel suo intento. 

Insomma, nel complesso la Saga della spada delle rune non è un’opera malvagia, e anzi si distingue per una scrittura di ottimo livello qualitativo, ma non impressiona né si distingue in nessun altro modo, risultando alla fine una trilogia di valore sufficiente o poco meno, certamente non irrinunciabile.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Il Re d’Occidente - Saga della spada delle rune 2 (Kingmaker’s sword).
Scrittore: Ann Marston.
Genere: fantasy, avventura, drammatico.
Editore: Tea.
Anno: 1997.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Da poco ho recensito il romanzo fantasy La spada delle rune, primo libro della trilogia che porta il medesimo nome scritta da Ann Marston.

Il romanzo mi era piaciuto per certi versi (scrittura pulita ed elegante; personaggi ben caratterizzati; trama vivace; discreto umorismo) e per altri no (stile po’ ampolloso e a tratti pedante; eventi non sempre convincenti; sceneggiatura a momenti noiosa), guadagnandosi una valutazione più che sufficiente ma non di più, fatto che di suo non mi avrebbe portato alla lettura del secondo romanzo…
… se non fosse che secondo e terzo romanzo erano già inclusi nell’unico volume che ho acquistato, intitolato per l’appunto La saga della spada delle rune.

Ecco dunque la recensione de Il Re d’Occidente, secondo libro della saga, la qual effettua la coraggiosa operazione di fare un salto avanti alla generazione successiva, proponendo così i figli come protagonisti, e non più i genitori.

A Kian e Kerri, coppia che vivacizzava il primo romanzo, succedono così i loro figli: Keylan, Tiernyn e Donaugh, ognuno avente un compito importante, tra reggenza e magia.
Il nemico però è rimasto lo stesso: non tanto i razziatori saesnesi, quanto i maghi maedun, comandati da Hakkar e pronti all’invasione.
A tali protagonisti principali si aggiungono degli altri personaggi secondari di discreta importanza: Eliade, Elesan, Francia (Ann Marston ogni tanto mette dei nomi davvero inadeguati: nel primo libro era stata la volta di Mouse e Drakon, nonché di diversi nomi che ricordavano nomi di luoghi de Il signore degli anelli).

Il problema principale de Il Re d’Occidente, tuttavia, non è qualche nome poco efficace, ma una perdita di spessore rispetto a La spada delle rune, che già non era un romanzo fantasy-epico irresistibile.
I personaggi stavolta sono caratterizzati meno bene, e talvolta hanno nomi simili che non aiutano l’identificazione; la storia è più dispersiva e poco convincente; l’umorismo è scomparso mentre è rimasta una serietà di fondo un po’ pesante e pedante nel lessico.
Forse l’autrice intendeva dare un senso più epico al secondo romanzo e alla serie in generale, ma il risultato è stato quello di renderla più pesante e noiosa… o, almeno, io ho percepito in questo modo il secondo libro rispetto al primo.

Il Re d’Occidente di Ann Marston si guadagna dunque una valutazione meno che sufficiente e interlocutoria…
… confidando nel fatto che il terzo e conclusivo romanzo della trilogia, La spada infranta, rialzi le sorti della narrazione.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: La spada delle rune - Saga della spada delle rune 1 (Kingmaker’s sword).
Scrittore: Ann Marston.
Genere: fantasy, avventura, drammatico.
Editore: Tea.
Anno: 1996.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna è dedicata a un romanzo fantasy, il primo di una trilogia, scritta da un’autrice che finora non conoscevo: il libro è La spada delle rune, la saga porta il medesimo nome, e la scrittrice è Ann Marston.

Andiamo a vedere come è andata, cominciando da un accenno sintetico della trama: siamo in un contesto fantastico e fortemente fantasy, di quel fantasy tendente all’heroic fantasy, con spada e magia. Il mondo è inventato, tuttavia lo stile dei popoli che vi abitano sa molto di Scozia, con tanto di tartan, kilt, capelli rossi, etc.
Il protagonista centrale de La spada delle rune è un ragazzo che da piccolo viveva come schiavo; veniva chiamato Mouse e il suo padrone, tale Drakon, era naturalmente cattivo e perfido, tanto da aver seviziato e ucciso davanti ai suoi occhi la ragazza di cui Mouse, adolescente, era innamorato, perché essa era destinata proprio a Drakon e gli era stata così “rubata”.
Quanto a Mouse, era destinato a diventare un eunuco… cosa che lo spinge a fuggire.
Dopo la sua fuga, incontrerà Cullin, un guerriero nobile, Kerri, una guerriera altrettanto nobile, e, sorpresa, scoprirà presto che è nobile di nascita pure lui, di nome Kian… e non solo, visto che di mezzo ci sono spade magiche, profezie, e altro ancora.

Detto della trama, diciamo ora qualcosa dei contenuti de La spada delle rune.
L’incipit, le primissime pagine, non è particolarmente accattivante, anche per via di un linguaggio il quale, seppur pulito e preciso, e anzi globalmente evocativo, risulta spesso ampolloso e pesante, e a tratti noioso. Fortemente descrittivo, sovente si perde nelle sue descrizioni… può piacere o meno, e a me non piace troppo, visto che io tendo più all'essenza che alla forma.
I nomi scelti dapprincipio fanno sorridere: Mouse e Drakon sono tra il banale e il ridicolo, mentre Isgard e Mendor ricordano troppo i tolkeniani Isengard e Mordor. In seguito tutto va ad assumere contorni più caratteristici e a mio avviso assai più efficaci.
Anche se l’esclamazione “Hellas”, ossia il nome antico della Grecia, lascia parecchio perplessi per dei guerrieri di stile scozzese.

Mi sono piaciuti di più invece i dialoghi, credibili e, da quanto entra in campo il personaggio femminile di Kerri, anche dotati di un certo humor, cosa che allenta un po’ la tensione della narrazione. Piuttosto intensa, cosa positiva, e anche piuttosto drammatica, fatto questo abbondante e sospettosamente forzato: molte morti, e spesso cruente, e violenze varie più o meno gratuite.

Passiamo alla trama: la storia fila via bene, e la trama è interessante, anche se tutto sommato leggera, nel senso che non succede moltissimo, e buona parte delle 270 pagine del testo di formato medio sono impiegate dalla descrizione sensoriale e visiva delle cose, che come detto a tratti mi è risultata pedante e noiosa.

Globalmente, comunque, ho sufficientemente gradito La spada delle rune.
Non so se, avendo avuto tra le mani solamente questo primo romanzo, mi sarei procurato anche i due successivi, ossia Il Re d’Occidente e La spada infranta, giacché non reputo tale lettura irrinunciabile per un fan del fantasy… ma avendoli già inclusi nel volume-trittico che ho acquistato, li leggerò senz’altro.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Le trombe di Gerico - Trilogia templare 2 (The templare trilogy - 1 - The trompex of Jerico).
Scrittore: Nicholas Wilcox.
Genere: drammatico, avventura.
Editore: Edizioni Il Punto d’Incontro.
Anno: 2000.
Voto: 3.5.
Dove lo trovi: qui.


Tempo fa avevo letto e recensito I falsi pellegrini, romanzo d’avventura con sfondo storico scritto da Nicholas Wilcox e facente parte di una trilogia, la Trilogia templare, di cui mi erano stati dati in regalo i primi due libri: I falsi pellegrini, per l’appunto, e Le trombe di Gerico, oggetto della recensione odierna.

Il romanzo, pur se probabilmente immerso in una sorta di revisionismo, col fattore storico che era solo sfondo e rivisitato a piacimento, tanto più che si parlava dell’ordine dei Templari, tutt’ora avvolto nel mistero e sul quale dunque è quasi impossibile redigere documenti storici in quanto a obiettivi, credo interno, scioglimento, eventuale sopravvivenza, etc, si presentava gradevole dal punto di vista meramente narrativo, tanto che si era guadagnato una sufficienza, pur se stretta.

Molto probabilmente, se non avessi già avuto a casa il suo seguito, non avrei considerato la trilogia degna d’esser continuata… ma lo avevo, per cui ecco qui la recensione de Le trombe di Gerico, che si sposta dal quattordicesimo secolo al ventesimo secolo, nel bel mezzo della seconda Guerra Mondiale, che è lo sfondo storico di questo secondo romanzo della trilogia.

Passo subito alle due motivazioni che stanno alla base della debacle rispetto al primo libro.
La prima delle due è squisitamente narrativa: i protagonisti di questo secondo romanzo, semplicemente, sono meno carismatici e meno interessanti di quelli del primo romanzo, e già questo fa tutta la differenza del mondo.

La seconda delle due è forse persino più grave della prima, e consiste in ciò che avevo già intravisto nel primo libro, e che qua è portato all’ennesima potenza.
D’accordo, dai romanzi a sfondo storico non ci si aspetta “storicità” saggistica e storiografica, ma Le trombe di Gerico rasenta il ridicolo… e non nella questione dell’arca dell’alleanza, che diviene ciò che si accenna che fosse nella Bibbia, ossia un’arma vera e propria (questa, anzi, è forse la cosa più storica del libro), quanto nel modo spudorato in cui Wilcox presenta rispettivamente vincitori e perdenti della guerra.
D’accordo, la storia la scrivono i vincitori, lo si sa, ma c’è un limite a tutto: qua Churchill è buono, Eisenhower è buono, i tedeschi ovviamente sono cattivi, spregevoli, volgari, brutti e sporchi, mentre gli ebrei sono povere vittime... ma neanche tanto visto che dalla loro hanno la cabala e l’arca dell’alleanza. 

Peggio: i tedeschi sono invischiati fino al collo nell’esoterismo nero… mentre la cabala bianca degli ebrei fa vincere la guerra agli Alleati.

Romanzo ridicolo, letteralmente inchinato, prono, al revisionismo storico operato dall’Occidente in questi decenni, che tuttavia prima o poi sarà smascherato dalla storia perché, come diceva Buddha, “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

E con questo libro Nicholas Wilcox entra nella lista dei “cattivi”. 

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: I custodi di Slade House (Slade House).
Scrittore: David Mitchell.
Genere: fantastico, drammatico.
Editore: Frassinelli.
Anno: 2015.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


David Mitchell è un nome difficile da scordare dopo che si è letto (e prima ancora, visto al cinema) Cloud Atlas - L’atlante delle nuvole, un romanzo che più che un romanzo è una sinfonia.

Dunque, altri suoi libri, come questo I custodi di Slade House, non possono non essere accostati con aspettative di originalità e di profondità… che in questo caso sono state solo in parte soddisfatte, e vedremo perché.

Come prima cosa, gli estremi: I custodi di Slade House, edito da Frassinelli, è un libro di circa 230 pagine di stampa  media, di genere difficilmente definibile: siamo chiaramente nel fantastico, e siamo in mezzo ad una storia di fantasmi, come peraltro anticipa il titolo stesso del libro, che in originale è semplicemente Slade House in omaggio all’antico modo di intitolare le storie di fantasmi o di case possedute.

Tuttavia, tutto quello che c’è nel mezzo è originale e inaspettato… proprio come ci si aspetterebbe da David Mitchell, scrittore certo non banale; uno di quegli scrittori, anzi, che ti sa sorridere pensando o sentendo quel luogo comune per cui tutto sarebbe stato già detto o scritto.

E invece no.

Ecco in sintesi la trama de I custodi di Slade House, libro che si suddivide in cinque parti, distanti ciascuna nove anni, e aventi ciascuna un diverso protagonista centrale… nonché due coprotagonisti, per dirla così, coloro che poi sarebbero i “custodi” di Slade House (ma custodi da che punto di vista? Il titolo italiano è un po’ campato per aria, occorre dire): Slade House è un’antica casa padronale, con palazzo e rigoglioso giardino, situata nel bel mezzo di Londra, che ha una caratteristica interessante, tra le altre: non dovrebbe esistere, giacché era stata colpita dai bombardamenti tedeschi nella seconda guerra mondiale e, una volta distrutta, sulle sue ceneri erano state costruite altre vie e altri palazzi.

Eppure, esiste, e ogni qualche tempo qualcuno la vede e vi si avventura dentro, trovandovi diversi personaggi, che però son tutti riconducibili a Jorah e Norah Grayer, due gemelli nati più di un secolo prima e ancor ben vivi… a differenza di coloro che si sono avventurati in Slade House.

I custodi di Slade House, pur avendo una trama che sarebbe tecnicamente da horror, non lo è nella sostanza, anche per via dello stile acuto e brillante di David Mitchell, che non dico che fa sembrare il tutto una commedia, ma poco ci manca.

Lo stile di Mitchell è peraltro il criterio con cui l’opera va valutata, o meglio, con cui la valuterà il singolo lettore: se lo stile è gradevole agli occhi di chi legge, risulterà gradevole tutta l’opera, che ne è letteralmente impregnata, e viceversa.
Persino l’originalità della storia si inchina a tale fattore, dal mio punto di vista.

Personalmente, io ho gradito l’uno e l’altro, anche se devo dire che Cloud Atlas - L’atlante delle nuvole sta su un livello superiore rispetto a questo I custodi di Slade House, libro comunque di buon valore e altra prova del talento letterario e immaginifico di David Mitchell.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: I falsi pellegrini - Trilogia Templare 1 (The templare trilogy - 1 -  The false pilgrims).
Scrittore: Nicholas Wilcox.
Genere: drammatico, storico, avventura.
Editore: Edizioni Il Punto d’Incontro.
Anno: 2000.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.



Bentrovati su Libri e Romanzi per una nuova recensione: dedicata, quest’ultima, al libro I falsi pellegrini, scritto da Nicholas Wilcox e primo romanzo della Trilogia templare.

Il nome della trilogia, ma anche del libro, fa intuire dove ci si sta recando e in quale contesto: parliamo di cavalieri templari, di crociate, di Terra Santa e di persone che si fingono pellegrini.

Per un motivo non da poco, e anzi persino fantastico-mitologico: recuperare l’arca dell’alleanza di cui si parla nella Bibbia e consegnarla all’ordine dei Templari, in difficoltà dopo che il suo gran maestro, così come tutti cavalieri che non sono riusciti a fuggire, è stato imprigionato dal Re di Francia e dal Papa, complici in tale intento.
La missione di recupero è affidata a due soli cavalieri, Vergino e Beaufort, cui si aggiungono come collaboratori un giovane, Luca, e il suo servo, Huevazos.
Ovviamente, come da copione, tale missione è contrastata: gli avversari dei Templari, per pararsi da questo eventuale colpo, mandano loro dietro tale Lotario de Voss, cavaliere tedesco di raro cinismo e cattiveria… il quale peraltro pare avere un conto aperto con Beaufort, risalente ai tempi di Acri, quando la città cadde e finì in mano saracene.

Detto della trama sommaria, che ci porterà in giro tra Europa, Asia Minore e Africa, veniamo al commento del testo: l’ambientazione è bella e credibile, e la ricostruzione storica buona (ovviamente al netto di eventi e personaggi inventati).
I personaggi sono caratterizzati discretamente, anche se in modo leggermente stereotipato…
… e in effetti questo è il difetto principale del libro: è tutto un po’ stereotipato: i buoni cavalieri in missione, il bravo ragazzo aiutante che si innamora della brava ragazza in difficoltà, il servo fedele ma un po’ gretto, il cattivo tedesco (chissà perché nella metà della letteratura i cattivi sono sempre tedeschi), gli intrighi di palazzo, tradimenti e contro-tradimenti.

Insomma, I falsi pellegrini non porta molta originalità e innovazione, per utilizzare un eufemismo.

E, come dico sempre, quando un’opera non si distingue per originalità, deve per forza distinguersi per un’ottima esecuzione.
I falsi pellegrini  ce la fa a cavarsela?

Direi di sì, almeno per conquistarsi una stretta sufficienza, nel senso che la scenografia è ben tinteggiata, e mantiene vivo un accettabile livello di interesse nel lettore.

Sufficienza risicata, dicevo, e nulla più, tanto che non sarei andato a leggermi gli altri due libri della trilogia (ma non si usa più scrivere libri singoli, si va per forza alle trilogie, quadrilogie, pentalogie, etc?)… se non avessi già avuto a casa, regalatomi, pure il secondo libro, Le trombe di Gerico (per la cronaca, la trilogia si chiude con Il sangue di Dio).

Appuntamento col secondo romanzo, dunque, per quanto sarà difficile che Nicholas Wilcox mi convinca a leggere pure il terzo.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Resurrezione (Voskresenie).
Scrittore Lev Nikolaevic Tolstoj.
Genere: drammatico, sentimentale, psicologico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1899.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Come sempre, le mie letture sono piuttosto ampie come generi, e si passa dal fantasy all’esistenziale, dalla fantascienza al drammatico, fino ai classici del passato, e oggi è proprio il caso di uno di questi, giacché siamo in compagnia di Resurrezione di Lev Nikolaevic Tolstoj, uno dei grandi autori russi… genere che confesso di aver frequentato poco in passato.

Tra l’altro, se si tratta di narrativa, essa conserva comunque un forte tessuto esistenzial-religioso, dal momento che Tolstoj aveva già compiuto la sua svolta cristiana, e cristiana nel vero senso della parola, tanto che lo scrittore russo ricevette scomunica dalla chiesa ortodossa dell’epoca, e addirittura con i proventi di Resurrezione finanziò una setta, ugualmente assai invisa tanto alla chiesa quanto al potere degli Zar, quella dei Duchobory, non a caso fuggiti dalla Russia fino al Canada, alla ricerca di un posto pacifico… ma avendo problemi anche lì per via del fatto che tendevano al pacifismo, alla vita in comune, al vegetarianesimo, all’astensione da alcol e fumo, al rifiuto della proprietà privata (terre comprese) e di una forte strutturazione sociale. 
Insomma, meno religione e più spiritualità vissuta, sia per codesti Duchobory che per Tolstoj, come testimonia anche il personaggio centrale di Resurrezione, libro assai corposo.

Eccone in grande sintesi la trama: il Principe Dmitri Nechljudov ha tutto, ricchezze, educazione, fama, possibilità di carriera e di matrimonio prestigiosi, e difatti è in procinto di sposarsi con una giovane di alta società come lui.
Un fatto, tuttavia, lo sconvolge, e lo spinge a riconsiderare tutta la sua vita, passata a futura: egli finisce a fare il giurato in un processo nel quale riconosce la giovane Katjusa Maslova, che fu il suo primo amore e la sua prima conquista quand’era ragazzino e si trovava nella tenuta di campagna delle zie, presso Niznij Novgorod, nella quale egli soleva passare le estati. Al tempo, sedotta la ragazza, le lasciò dei soldi e non ne seppe più niente. 
Ricostruendo la sua storia, seppe in seguito che essa era rimasta incinta, per questo era stata mandata via dalle sue zie, aveva cercato dei lavori per tirare avanti e si era ridotta a prostituirsi in mancanza di altro e in mancanza di denaro. Il figlioletto era morto di lì a poco.
Ecco che Dmitri Nechljudov si sente colpevole della deriva che ha preso quella giovane donna e si impone di aiutarla: economicamente e anche col matrimonio.
Dapprima la ragazza, che nel mentre è stata severamente condannata ai lavori forzati in Siberia, ne prova fastidio, oltre che gran sorpresa, ma poi accetta la presenza e l’aiuto di quell’uomo gentile e generoso, per cui riprende a provare l’affetto che provava un tempo… per quanto la storia si concluderà in modo non lineare.

Resurrezione in sostanza racconta una doppia resurrezione, e non solo una sola: quella sociale di Katiusa, che ridiviene persona a modo dopo essere sprofondata negli abissi del mondo della prostituzione, e quella interiore-spirituale di Dmitri, che ridiviene anche lui persona a modo dopo essere sprofondato negli abissi della superficialità e della ricerca del mero piacere.

Anzi, si può senz’altro dire che delle due la più rilevante è la seconda, che peraltro si conclude con i Vangeli, di cui vengono citati alcuni famosi passi che parlano di non giudizio, di accettazione, di amore e compassione verso tutto e tutti.

In tal senso, il romanzo ha persino una componente esistenziale, per quanto in poche frasi e tra le righe: esistenzial-spirituale e non religiosa, intendiamoci. E, in tal senso, è una lettura edificante anche da questo punto di vista.

Per il resto, Resurrezione è un testo molto lungo e a tratti un poco pesante, per quanto si tratta comunque di una lettura di valore, sia storico, che letterario che interiore.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: Liza di Lambeth (Liza of Lambeth).
Scrittore: William Somerset Maugham.
Genere: drammatico, sentimentale.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1897.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Essenzialmente le mie letture oscillano tra tre generi: la letteratura esistenziale, i romanzi di genere fantastico e i classici dei grandi autori del passato, in questo ordine di preferenza.
Di grandi classici ne leggo pochi, ma ogni tanto qualcuno arriva, ed è il caso odierno, con Liza di Lambeth di William Somerset Maugham.

Maugham peraltro è un autore con una qualche vicinanza col primo genere, come provano romanzi come Il filo del rasoio (che non ho letto, ma di cui ho visto la bella conversione cinematografica) o Il mago (che lessi da ragazzino, e che solo a posteriori seppi essere stato disegnato sulla figura dell’esoterista Aleister Crowley).

Tuttavia, il romanzo recensito non ha affatto contenuti esistenziali, ma piuttosto sociali e drammatici. Liza di Lambeth peraltro è il primo scritto dell’autore e, grazie al successo che ebbe fin da subito, lo convinse a lasciare la carriera di medico per dedicarsi a quella di scrittore, che avrebbe portato avanti fino alla fine della vita.

Ecco la trama sintetica di Liza di Lambeth: siamo in un sobborgo di Londra, Lambeth per l’appunto, alla fine del diciannovesimo secolo, e siamo alle prese col micromondo proletario e operaio di un quartiere ben preciso, quasi mondo nel mondo, dove tutti si conoscono bene e in cui il giudizio sociale è tanto forte da determinare i destini di una persona.
Almeno è quanto il romanzo sembra tratteggiare, nell’accompagnare la relazione adulterina tra la giovane Liza, appena diciottenne, e il maturo Jim, quasi quarantenne… relazione che terminerà in dramma, per l’appunto.

Laddove invece il libro era iniziato con un’atmosfera gioiosa, quasi da sagra di paese, con Liza, da tutti conosciuta e ambita perché bella, che sgambettava per le strade del rione, ballando e cantando insieme agli altri ragazzi e ragazze della zona.

Al tempo Liza di Lambeth fece scalpore per la sua schiettezza nel raccontare una storia realistica, profondamente calata in un contesto sociale non degradato, ma certo non nobiliare, e nemmeno agiato. La critica di allora si divise nella considerazione di questo romanzo breve, mentre il pubblico apprezzò, tanto che la fama non tardò ad arrivare per Maugham.

Personalmente, ho gradito a sufficienza questo libro, anche se a dire il vero non amo troppo drammi e contro-drammi.
Ma, se capiterà, concederò un’altra chance a William Somerset Maugham, scrittore di valore.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: I racconti degli Arabeschi.
Scrittore: Nikolaj Vasilevic Gogol.
Genere: racconti, fantastico, drammatico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1835.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Di recente, avendo un poco di tempo libero (il che detto così suona quasi come una battuta, dal momento che ho tutto il tempo libero del mondo), mi sono preso un libriccino piccolino della Newton Compton (vi ricordate quelli neri che vendevano decenni fa a 1.000 lire o ad una cifra simile?): la scelta è caduta su un autore russo, che non mi pare di aver mai letto: Nikolaj Vasilevic Gogol.

E, precisamente, su I racconti degli Arabeschi, tre racconti discretamente famosi che, insieme ad altri due (Il naso e Il cappotto), vanno a comporre la collection chiamata solitamente I racconti di Pietroburgo.

I tre racconti in questione sono: Il ritratto, Il Corso Neva, Il diario di un pazzo, che messi insieme fanno un centinaio di pagine piuttosto fitte, quindi forse 150 di una stampa più normale e meno tirata.

Dei tre a mio avviso il più interessante è proprio il primo, Il ritratto, che è una sorta de Il ritratto di Dorian Gray in miniatura. O, almeno, mi ha seppur vagamente ricordato la celebre opera di Oscar Wilde.
Il protagonista è il pittore Cartkov, che tramite varie peripezie, orlate anche di un elemento sovrannaturale, passa dalla condizione di pittore indigente e poco considerato, a pittore di gran fama e pregio… salvo poi vedere il lato negativo della medaglia che si era scelto per sé.

Anche Il Corso Neva propone come protagonista un artista, Piskarev, anch’egli di carattere assai debole, quasi come fosse una costante dell’arte e del creatore di arte.
Tra l’altro, un’altra costante è una sorta di riferimento ideale all’Italia, vista come terra d’arte e bellezza per eccellenza.
Il racconto è bello nel suo inizio, davvero accattivante, ma poi diviene a mio avviso un po’ banale.

L’ultimo racconto di questo piccolo lotto è Il diario di un pazzo
… e come si può notare dal titolo anche stavolta il protagonista si mostra persona dal carattere assai debole e fragile, e anzi qua ci muoviamo proprio nella pazzia, messa per iscritto peraltro.
Il protagonista stavolta non è un artista, ma l’impiegato Ivanovic… ma devo dire che il racconto è abbastanza insulso.

Insomma, nel complesso I racconti degli Arabeschi di Nikolaj Vasilevic Gogol non mi hanno entusiasmato, ma solamente interessato a tratti, un po’ per le vicende curiose del primo racconto e un po’ per l’eloquio decisamente fuori dal tempo moderno.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Titolo: I figli di Medusa (The cosmic rape).
Scrittore: Theodore Sturgeon.
Genere: fantascienza, drammatico.
Editore: Libra.
Anno: 1958.
Voto: 3.5.
Dove lo trovi: qui.


La fantascienza è uno dei miei primi amori letterari di quando ero adolescente, ed anzi è probabilmente il genere letterario che ha nutrito la mia passione per la lettura quando ero ragazzino… che nell’età matura si è via via spostato verso il fantasy (almeno per la letteratura, la saggistica la considero a parte).

Dunque, ogni tanto mi rileggo un libro di fantascienza, di solito pescando tra i grandi autori degli anni d’oro della fantascienza o del periodo seguente.
Gente come Asimov, Del Rey, Van Vogt, Silverberg, per intenderci.

Stavolta ho pescato un autore che conoscevo di nome da lungo tempo, ma di cui non avevo mai letto un romanzo, ma solo un racconto, inserito da Asimov nel volume Le grandi storie della fantascienza - 1: Theodore Sturgeon.

Devo dire che non mi è andata troppo bene con il libro scelto, e che anzi I figli di Medusa si è rivelato uno dei romanzi che ho letto con più noia e meno piacere.

Ecco in grande sintesi la trama: Medusa è una sorta di entità aliena che ingloba in sé interi pianeti, aggiungendoli alla sua “mente alveare”.
Arrivata sulla Terra, cerca di fare la stessa cosa con l’uomo, ma non tiene conto della natura profondamente individuale della razza umana, e il suo piano di conquista, avviato tramite lo “strumento” Dan Gurlick, un uomo alcolizzato che ingerisce inavvertitamente una spora di Medusa divenendo parte di essa, non va proprio come aveva desiderato.

Il romanzo, pur avendo tale trama unitaria, di fatto pare più una sorta di somma di singoli racconti, giacché affronta l’evento dell’avvento di Medusa narrando le vicende di vari personaggi, per buona parte slegati tra di loro.
Questo è già un primo problema, poiché all’opera manca così una forza unitaria.

Il secondo grande problema del libro è che, semplicemente, non prende: parte in modo lento, continua lento e finisce lento, non decollando mai.
E difatti questo non è considerato, ho letto, uno dei romanzi principali di Sturgeon (spero che gli altri siano decisamente migliori).

Altra cosa, questa personale: non ho gradito affatto lo stile di Sturgeon, che anzi a tratti mi ha indispettito.
Oddio, indispettito no, non esageriamo, però l’ho trovato piuttosto sciatto: né elegante né efficace.

Insomma, I figli di Medusa di Theodore Sturgeon si classifica come uno dei romanzi di fantascienza, ma diciamo pure in assoluto, più noiosi che abbia mai letto… e che ho finito solo perché era breve.

Fosco Del Nero


Per rimanere aggiornato con le recensioni di Libri e Romanzi, iscriviti al feed!

Argomenti