Titolo: La lama sottile - Queste oscure materie 2 (The subtle knife).
Scrittore: Philip Pullman.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Salani.
Anno: 1997.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Una volta letto La bussola d’oro, primo romanzo della saga Queste oscure materie, di Philip Pullman, era inevitabile che leggessi anche La lama sottile, il secondo romanzo della trilogia in questione…
… non fosse altro per il fatto che avevo comprato il volume contenente tutte e tre i romanzi.

Romanzi che, a quanto pare, sono collegati piuttosto strettamente l’uno all’altro, tanto che non è il caso di leggerseli separatamente, ma solo, per l’appunto, come saga intera.

Difatti, come La bussola d’oro si era interrotto nel bel mezzo dell’azione (e che azione: Lord Asriel che apre una porta su altri mondi), così La lama sottile finisce mentre qualcosa sta succedendo, tanto che non si sa bene che fine abbia fatto la protagonista Lyra.

Che in questo libro, tuttavia, è “solo” co-protagonista, visto che deve dividere la scena con Will, che anzi avvia le danze, con la ragazzina che subentra in seguito, per poi fare squadra col ragazzo.
Ecco appunto la trama sommaria de La lama sottile: Will è un ragazzino che vive nella Oxford del nostro mondo, e che ha numerosi problemi, a cominciare da una madre non sempre lucida mentalmente, continuando poi con degli strani uomini che li perseguitano alla ricerca di qualche segreto di suo padre, scomparso molti anni orsono. Fuggendo da essi, il ragazzo finisce a Cittagazze, una città in un altro mondo, dove si trovano quasi solo bambini, visto che gli adulti sono cacciati e sostanzialmente uccisi dai cosiddetti Spettri, entità invisibili ai bambini e che si nutrono dell’energia degli adulti, rendendoli praticamente vegetali, vivi ma morti.
Il caso vuole che a Cittagazze sia finita anche Lyra, dopo essere passata in un portale aperto da Lord Asriel nel suo mondo, quello in cui era ambientato La bussola d’oro: i due si incontreranno e, dopo un abbrivio un po’ ostile, faranno comunella, aiutandosi nei rispettivi obiettivi… che in breve tempo andranno a coincidere.

Confluiranno nella storia anche Mary Malone, scienziata del nostro mondo, Stanislaus Grumman, viaggiatore interdimensionale, e la solita signora Coulter, che poi è la madre di Lyra, e che a quanto pare è sempre sul pezzo.
E ovviamente il daimon di Lyra Pantalaimon.
E le streghe, e il solito pilota Lee Scoresby.
Ah, e anche dei misteriosi angeli.
Niente orsi corazzati, invece, e nemmeno Gyziani.

Devo dirlo: rispetto a La bussola d’oro, La lama sottile fa un deciso passo indietro: la trama si infittisce, ma non nel senso positivo del termine: il tutto diviene un po’ contorto, poco fluido. E, per larghi versi, poco credibile.
D’accordo che siamo nel fantasy, e in un fantasy ben vivace, ma a volte si chiede troppo alla sospensione dell’incredulità del lettore. 

Peraltro, ciò che era l’elemento più interessante del primo volume, ossia il rapporto tra gli esseri umani e i loro daimon, che poi erano le loro anime, viene qui messo da parte.

In questo secondo romanzo, invece, si esplora maggiormente un altro elemento: gli Spettri e il loro nutrirsi dell’anima degli adulti, che difatti dopo essere stati attaccati da loro sono come morti/svuotati.
Solo due anni dopo, J.K. Rowling introduceva le figure dei Dissennatori, assai simili agli spettri di Pullman.
I quali a loro volta ricordavano molto da vicino i Voladores di Castaneda, descritti in tutta la sua bibligorafia (1968-1998), e di cui gli ha parlato il suo amico sciamano.
Andando ancora indietro nella letteratura, si arriva fino ai Vitoni di Schiavi degli invisibili (Eric Frank Russell, 1943), a cui invece la questione è stata sottoposta da un medium famoso all'epoca. Ma tanti altri ne hanno parlato in tutto il mondo, e in ogni tempo, chiamando le suddette creature in modo diverso (demoni, aggregati energetici, eteri, pendoli, etc).

Ciò certamente non è un caso, visto che Philip Pullman è famoso per interessarsi a tematiche esistenziali, e con tutta probabilità si è imbattuto anche lui nel fenomeno, raccontandolo a suo modo.

Ad ogni modo, La lama sottile mi è piaciuto discretamente, ma molto meno del suo predecessore;, e spero meno anche del suo successore, Il cannocchiale d'ambra.

Fosco Del Nero


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Titolo: La bussola d’oro - Queste oscure materie 1 (Northern lights).
Scrittore: Philip Pullman.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Salani.
Anno: 1995.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Anni fa avevo visto il film La bussola d’oro, conversione cinematografica dell’omonimo romanzo di Philip Pullman, il primo libro della trilogia intitolata Queste oscure materie, e mi era piaciuto discretamente, anche se si intuiva una qualche mancanza rispetto al libro di origine… come peraltro sovente capita per le conversioni filmiche (invero, è raro quando ciò non succede, ed è ovviamente grande merito del regista di turno).

Del film tuttavia non mi ricordavo molto, se non che si trattava di una qualche rivisitazione del nostro mondo, con tanto di nazioni e geografie similari (Inghilterra, Lapponia, etc), che si passava da un college britannico ai ghiacci polari, che si vedevano sia esseri umani che altre creature senzienti, e soprattutto che ogni persona aveva il suo daimon (parola greca che significa “demone”, “spirito”, e che si riferiva a una creatura che stava a metà strada tra il mondo umano e il mondo divino con funzione di intermediazione e di protezione), ossia una sorta di animale separato dalla persona ma ad essa unito da vincoli di amore indissolubile e vitalità condivisa.

In effetti, questo era l’aspetto della storia che più mi aveva intrigato, fatto confermato anche dalla lettura del libro… anche perché è essenzialmente su questo fattore che si impernia il significato esistenziale del libro di Philip Pullman, autore per l’appunto noto per i suoi racconti simbolici.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria de La bussola d’oro, romanzo del 1995: Lyra Belacqua è una bambina assai sveglia, e le è capitato in sorte un destino particolare: nipote del famoso e temuto Lord Asriel, è stata parcheggiata nel Jordan College di Oxford, in attesa di futuri sviluppi, e nel mentre è cresciuta un po’ istruita dagli insegnanti del college e un po’ in strada, giocando e battagliando con gli altri bambini, sviluppando in ciò un carattere pratico e carismatico.

Un bel giorno, mentre sta cercando di risolvere il mistero dei rapimenti di bambini da parte degli Ingoiatori, aiutata in questo da alcuni Gyziani, un popolo nomade una cui propaggine vive nei dintorni del college, la sua vita muta completamente: il Maestro del college la assegna a Marisa Coulter, una donna assai intelligente e affascinante, che colpisce subito in positivo Lyra… la quale però non tarderà a mutare parere.

Quanto poi accade dopo, la fuga, il viaggio con i gyziani, la conoscenza degli Orsi Polari corazzati e in particolare del forte Iorek Byrnison, la conoscenza delle streghe e in particolare di Serafina Pekkala, il viaggio nel pallone aerostatico di Lee Scoresby, il rapimento e la prigionia nella stazione nordica di Bolvangar, la pratica con l’aletiometro, le ipotesi sulla cosiddetta "polvere", etc, è davvero imprevedibile e incredibile, e formerà ulteriormente la bambina, chiamata ad accettare numerosi fatti, a cominciare dalle identità dei suoi genitori, fino all’operazione di intervisione.

Cominciamo da un commento tecnico (tecnico si fa per dire) sul romanzo: La bussola d’oro è un buon libro fantasy. La protagonista è caratterizzata bene ed è interessante, i personaggi che la circondano sono altrettanto interessanti e creano un bailamme che non annoia, il ritmo della storia è rapido a sufficienza e la trama si svolge con buon piglio. Anche i dialoghi fanno bene la loro parte… anche se la mia sensazione è che nulla di tutto ciò eccella, figurando piuttosto un buon quadro d’insieme, ma non una meraviglia vera e propria.
Forse il difetto maggiore del libro sta nell’aver proposto molto (i daimon, la vita nel college, la questione della polvere e gli studi a riguardo, gli Ingoiatori, i Gyziani, gli orsi corazzati, le streghe, l’intercisione, l’aletiometro, i mondi paralleli, etc) non sviluppando però tutto a sufficienza, dando una certa sensazione di velocità e incompletezza.

Veniamo ora al commento esistenziale (e si fa per dire pure qua): la simbologia della storia è abbastanza chiara, per quanto mai elicitata nel romanzo, con i daimon che rappresentano l’anima del personaggio (e infatti riflettono visivamente quanto egli pensa o prova), con l’intercisione che rappresenta la separazione tra personalità e anima, con il Magistero (che poi sarebbe la Chiesa) che separa le persone dalla loro anima per renderle più manipolabili (si parla proprio di zombie, tranquilli ma senza vitalità), e con i daimon-anime che rimangono flessibili e mutevoli per tutta l’infanzia, per poi “irrigidirsi” in una sola forma dall’adolescenza in poi, quando la persona è diventata “grande”, altro simbolismo per dire che la società in qualche modo inibisce, cristallizza e blocca l’anima delle persone.
Quanto alla “polvere”, immagino che nelle intenzioni di Pullman essa fosse una sorta di tao-chi-etere-prana-energia vitale, ossia ciò che dà vita e sorregge il mondo… e anche in questo caso il Magistero, tramite il braccio armato dell’Intendenza Generale per l’Oblazione, vuole eliminarla.

La valutazione de La bussola d’oro come romanzo in sé e per sé sarebbe 7 (nettamente meglio del film, a confermare la regola di cui sopra); vi aggiungo un mezzo punto per la simbologia di fondo, che dà al libro qualcosa in più, giacché chi legge, che lo colga consciamente o meno, comunque riceve qualcosa sull’importanza del mondo interiore e sul valore del collegamento con l’anima (chi legge riceve sempre le energie presenti nel testo, al di là del contenuto concettuale).
Ricordiamoci, infatti, che la letteratura è nata soprattutto per insegnare e per trasmettere valori e apprendimenti importanti.

Dunque, avendo gradito il primo libro, mi leggerò anche gli altri due libri della saga di Philip Pullman, ossia La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il volo del pellicano.
Scrittore: Giovanni Francesco Carpeoro.
Genere: giallo, thriller, esoterico.
Editore: Melchisedek Edizioni.
Anno: 2016.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi vi propongo la recensione di un libro un po’ particolare: Il volo del pellicano, scritto da Giovanni Francesco Carpeoro.
Il libro in questione è particolare per diversi motivi.

Intanto, per il genere, una narrativa con sfondo esoterico, e anzi i due termini si invertono, con la narrativa che diventa sfondo e logge massoniche e sette varie che divengono primo piano.

In secondo luogo, si tratta di un libro con un’appendice lunghissima: ben 130 pagine, contro le 370 del testo narrato… più di un terzo del testo vero e proprio, dunque, fatto affatto trascurabile.

Ancora: vengono tirati in ballo numerosi personaggi reali, più o meno famosi: da Giorgione a Francesco Bacone, da Nicholas Flamel a Paracelso, da Tommaso Campanella a Salvador Dalì, da Bach a Caravaggio… anche con teorie piuttosto coraggiose e intriganti.

Ma veniamo alla trama essenziale de Il volo del pellicano: Giulio Cortesi, un grafico quarantenne i cui più grandi interessi sono la cucina e la palestra, suo malgrado si trova alle prese con diversi misteri inattesi.
Il primo è l’abbandono da parte della moglie (inatteso per lui, ma in realtà chiaro fin dalla prima comparsa della moglie); il secondo è un gruppo di curiosi personaggi interessati a tematiche esoteriche e più o meno immersi in appartenenze massoniche, dal professor Mercurio al professor Mairanini, da Fra' Tommasino all’architetto Solfo, fino alla quaterna Nicoletti-Quartieri-Carcopino-Franchi.
Il tutto si affiancherà a un omicidio… che tuttavia, a conti fatti, risulterà assai poco esoterico e assai molto egoico, per dirla così.

Detto della trama sommaria, veniamo al commento vero e proprio al romanzo.
La prima cosa che salta all’occhio è una punteggiatura a dir poco sciagurata, una delle peggiori mai viste in un libro, capace da sola di rovinare il gusto per la lettura.

La seconda cosa, ugualmente evidente, è una certa ingenuità dell’autore, che incappa sovente nell’errore tipico del narratore inesperto, costruendo dialoghi assolutamente non credibili e inserendo in essi informazioni in modo altrettanto non credibile.

Altro fatto che stona terribilmente: le lunghe, ripetute e tediose ricette di cucina, del tutto fuori luogo in un testo di questo genere, e che sarebbero probabilmente fuori luogo in qualunque altro testo… fuorché un ricettario di cucina.

Andiamo avanti: le caratterizzazioni dei personaggi sono piuttosto deboli e banali, e vanno dal commissario pratico e tutto d’un pezzo all’erudito ed elegante appassionato di arte.
Essi, peraltro, si incontrano e avviano relazioni in modo ugualmente poco verosimile… e sto utilizzando un eufemismo.

Ultima cosa, ma questa è un’osservazione legata ai miei interessi: il romanzo si autodefinisce “un thriller alchemico-esoterico”, ma non è né l’una cosa né l’altra: non è un thriller perché non ha il passo e la tensione del thriller, essendo piuttosto una commedia gialla piuttosto blanda.
E non è alchemico-esoterico perché, se pure parla a lungo di logge massoniche e appartenenze varie, non ha contenuti alchemico-esoterici, aggettivazione che si può attribuire solo a testi che per l’appunto propongono contenuti di tipo evolutivo-alchemico-esistenzial-spirituale, se cogliete la differenza.

Se dovessi descriverlo a chi non lo avesse letto rapportandolo a testi più famosi, direi di sicuro Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Umbero Eco… ma Il volo del pellicano non ha né la carica da thriller d’azione del primo, né la sapienza erudita del secondo, di cui sembra per l’appunto la versione popolana… e anche qui sto usando un eufemismo.

Paradossalmente, la parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la ricca appendice storico-biografica sui vari personaggi appartenenti al gruppo dei Rosa Croce… che peraltro è anche scritta meglio del romanzo: che l’autore abbia più talento da saggista che da narratore?
Ad ogni modo, è proprio l’appendice che solleva un poco la valutazione dell’opera, che altrimenti sarebbe stata più bassa.
In merito, tuttavia, emergono varie perplessità sulle ipotesi relative ai quadri, ma questo lascia il tempo che trova, e per l’appunto si è nel campo delle ipotesi.

Insomma, si sarà capito: in generale non ho gradito molto Il volo del pellicano, che al contrario mi è risultato non interessante per quasi tutta la sua non irrilevante durata (parlo ora del romanzo, ossia l’opera vera e propria)… e nel dir questo sono anche dispiaciuto per l’autore, Giovanni Francesco Carpeoro, che senza dubbio lo ha scritto con impegno e passione, cosa evidente.
E, lo ripeto casomai la cosa possa essere utile come consiglio, molto meglio la parte saggistica di quella narrativa.

Fosco Del Nero


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Titolo: Nel regno dei demoni - Firewolf 3 (Sagas of the demonspawn - Demondoom).
Scrittore: J.H. Brennan.
Genere: librogame, fantasy.
Editore: E.L.
Anno: 1985.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Eccoci al terzo libro della serie Firewolf, serie di librogame scritta dal mitico J.H. Brennan, già autore di altre serie celebri come Alla corte di Re Artù od Horror classic, nonché autore di romanzi “normali”. Di lui ad esempio ho letto il romanzo La guerra degli elfi.

Dico subito che Nel regno dei demoni è quello che mi è piaciuto di meno tra i primi tre episodi, per quanto anche Il barbaro ribelle e Le cripte del terrore non mi abbiano entusiasmato.
Tra l’altro, questo terzo volume si apre con un avviso: ossia che si tratta della più difficile delle tre avventure… e già le due precedenti si erano segnalate per un regolamento complicato e per una difficoltà sull’orlo dell’impossibilità, tanto che avevo rinunciato al gioco normale e avevo proceduto alla lettura “liscia”.

Ebbene, Nel regno dei demoni è incredibile da questo punto di vista, talmente tanto che ho seriamente pensato che la cosa fosse uno scherzo da parte di Brennan, che come risaputo ha un senso dell’umorismo assai particolare. Per dirne una, l’avventura neanche è cominciata e al primo paragrafo ci si trova di fronte un avversario tosto, forte quasi quanto noi… e col prosieguo del libro la situazione non migliorerà, anzi!

Detto della giocabilità assurda, viene confermato anche l’altro carattere distintivo della serie Firewolf, ossia l’essere assai più vicina al romanzo normale degli altri suoi colleghi: le scelte sono davvero poche, e di fatto nessuna importante, nel senso che c’è un solo senso di trama, e le varie scelte proposte sono specchietti per allodole.

L’ambientazione è sempre quella fantasy, tra spada e magia (kappa e spada, si diceva un tempo, e poi si è detto heroic fantasy)… e ovviamente un filo di umorismo, non spiccato come in Alla corte di Re Artù, ma comunque visibile.

Nel regno dei demoni, tuttavia, mi è piaciuto meno dei suoi due predecessori, e non solo per il discorso della giocabilità impossibile (cui avevo rinunciato già in precedenza), ma proprio per la trama, meno interessante rispetto ai due librigame che avevano dato il via alla serie.

Vedrò come andrà col volume conclusivo, Le radici del male (titoli sempre molto forti, come si usava al tempo con i librigioco, ma curiosi se abbinati a trame così ironiche e leggere come quelle di Brennan).

Fosco Del Nero


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Titolo: Strega di classe (Witch week).
Scrittore: Diana Wynne Jones.
Genere: fantasy, commedia.
Editore: Salani.
Anno: 1982.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi ci tuffiamo in un fantasy ricco di magia e colpi di scena: Strega di classe di Diana Wynne Jones.

Come prima cosa, un commento sull’autrice: di Diana Wynne Jones avevo già recensito, e piuttosto bene, un romanzo, ossia Il castello errante di Howl, da cui lo Studio Ghibli e Miyazaki avevano tratto l’eccellente film d’animazione omonimo.
Un ottimo biglietto da visita, dunque.

Tra l’altro, Il castello errante di Howl è il primo libro di una serie di tre libri, così come Strega di classe fa parte a sua volta di una serie, quella di Chrestomanci, ma non ne costituisce il primo libro, bensì il quarto su cinque.
Poco male, comunque, giacché il romanzo si legge benissimo individualmente, tanto che Chrestomanci non è nemmeno uno dei protagonisti e appare solo a fine storia. Evidentemente si tratta di una serie con romanzi a sé stanti, uniti solo nell’ambientazione.

Ecco in sintesi la trama di Strega di classe: siamo in un mondo molto simile al nostro, tranne che per un particolare: la magia esiste, e i maghi (qua chiamati tutti streghe, al femminile, anche i maschi, scelta di traduzione affatto felice) sono stati dichiarati fuorilegge da alcuni secoli. Precisamente, fin dal 1600, con la caccia alle streghe divenuta nel corso del tempo affare collettivo, fatto anche di segnalazioni, denunce… e roghi finali gestiti dall’Inquisizione.
I protagonisti sono dei bambini-ragazzini, e precisamente gli alunni della 2Y della scuola Larwood House, classe all’interno della quale si sospetta che vi sia una strega: un biglietto anonimo denuncia il fatto e da qui parte una sorta di investigazione generale, con tanto di accuse generali, da parte di alunni e professori.
La candidata più accreditata è Nan Pilgrim, la quale peraltro è discendente della famosa strega Dulcinea Wilkes, ma anche Charles Morgan, col suo sguardo cattivo, è un serio candidato. E non sono i soli candidati, si scoprirà…

Strega di classe è un libro curioso: intanto, anticipa l’ambientazione di classe magica che poi Harry Potter ha portato alla fama internazionale.
Inoltre, pur trattando di magia, non ne abusa, e anzi non la usa quasi per niente: essenzialmente, il romanzo ha connotati più sociali e psicologici che “magici”.

Globalmente, il testo si fa leggere bene e volentieri, ed è ben tratteggiato nei personaggi e nei dialoghi…
… tuttavia, gli manca qualcosa, un’aria più ampia ed epica che ne avrebbe fatto un libro importante al posto di un gradevole divertissement.

Almeno, questa è la mia impressione: insomma, rimanendo su Diana Wynne Jones, a Strega di classe avevo preferito Il castello errante di Howl, che viceversa ha proprio quell’aria di epicità e di ampiezza di cui parlavo.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’assassino - Il ritorno (Fool’s assassin).
Scrittore: Robin Hobb.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2014.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


L’assassino - Il ritorno è il primo libro che leggo di Robin Hobb… e forse non era quello ideale per cominciare giacché in sostanza è il settimo dedicato a determinati luoghi, ambienti e personaggi.

Anche se, perlomeno, il tutto è suddiviso in trilogie, per cui ai tre libri della Trilogia dei Lungavista sono seguiti i tre libri della Trilogia dell’Uomo Ambrato, e poi i tre libri della Trilogia di Fitz e del Matto, quella per l’appunto avviata da L’assassino - Il ritorno.

Dunque, da un lato è il settimo libro, da un altro lato è il primo libro, ed entrambe le cose si notano: è certamente possibile leggere il romanzo senza aver letto i testi precedenti della Hobb, ma mancano tanti riferimenti, che il libro propone praticamente a spron battuto, pur cercando di non renderli pesanti per il nuovo lettore.

Peraltro, cronologicamente parlando, in mezzo vi sarebbero anche altre saghe, ambientate nel medesimo mondo ma non attinenti alla trama in questione: la Trilogia dei mercanti di Borgomago, le Cronache delle Giungle della Pioggia e la Trilogia del figlio soldato, per un totale di altri dodici libri nel mercato italiano.

Insomma, Robin Hobb è autrice prolifica, e molto apprezzata, tanto che alcuni la ritengono al livello dei migliori del fantasy mondiale attuale, ossia George Martin e pochi altri.

Bene, vediamo la trama sommaria de L’assassino - Il ritorno, librone di quasi 600 pagine: Tom lo Striato a prima vista sembra soltanto un vassallo, gestore della proprietà di Giuncheto insieme alla moglie Molly.
In realtà, l’uomo fa parte delle genealogia regale dei Lungavista (il suo vero nome è Fitz Chevalier Lungavista), ma essendo nato fuori dal matrimonio è stato dapprima nascosto, e poi addestrato come assassino da Umbra.
Egli ha poi deciso di abbandonare quel mondo di intrighi politici e di assassinii per vivere una vita ben più serena con la moglie Molly… e l’inaspettata figlia Ape, avuta in tarda età.
Il passato, però, torna a trovarlo, tanto che l’uomo praticamente non ha tregua, tra problemi di un tipo e problemi di un altro tipo, questioni sue e questioni che gli vengono affidate.

Ecco il mio commento: intanto, Robin Hobb sa scrivere, e molto bene.
Poi, Robin Hobb sa intrecciare eventi e personaggi, e pure questo bene.
La caratterizzazione dei personaggi è ottima, tanto che ti sembra di conoscerli da tempo.

In effetti, L’assassino - Il ritorno ha due soli difetti: il primo è che, per chi non ha letto le precedenti trilogie, i riferimenti che spuntano fuori son davvero molti, e sembra che manchi qualcosa nella lettura; il secondo è che il libro non è affatto un romanzo a sé stante, ma il primo libro di una saga.

Cosa normale nel fantasy odierno, nel quale sembra che scrivere libri singoli sia diventato una cosa brutta di cui vergognarsi, ma c’è comunque modo e modo di fare le cose.
In questo senso, L’assassino - Il ritorno è brutale: proprio quando sembra che i nodi stiano venendo al pettine, e quando i giochi si vivacizzano, il libro si interrompe… e bruscamente!
Non c’è affatto una fine, semplicemente cala il sipario su quanto stava succedendo, e di cose ne stavano succedendo parecchie.

Insomma, nota di merito per il talento da scrittrice di Robin Hobb, ma nota di demerito per la “gestione dei tempi e degli spazi”, nel senso che, a mio parere, pur all’interno di una saga composta di svariati libri, ogni libro dovrebbe avere perlomeno un abbozzo di finale.
Ok, ok, è fatto apposta perché il lettore sia curioso di andare oltre e compri il libro successivo, ma la cosa si potrebbe fare con più grazia, diciamo così, per cui tolgo al libro un mezzo punto di valutazione per punizione. Rimane comunque un romanzo fantasy piuttosto notevole; anzi, leggo online, dai commenti dei fan della scrittrice, che il suddetto libro è meno brillante dei precedenti, per cui la mia sensazione di un'ottima autrice troverebbe ulteriore conferma.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le leggende di Terramare (Tales from Earthsea).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy, racconti.
Editore: Mondadori.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Dopo Il magoLe tombe di AtuanIl signore dei draghiL’isola del drago e I venti di Terramare, era scontato che arrivasse anche l’ultimo capitolo incluso nella Saga di Terramare, libro unico che include i vari libri componenti il ciclo di Terramare, per l’appunto.

Questo sesto appuntamento riguarda tuttavia non un romanzo, come nei casi precedenti, ma una somma di racconti, peraltro sparsi nel mondo di Terramare sia in termini di spazio sia in termini di tempo.

Insomma, quest’ultimo tassello conferma la natura assai variegata dell’opera di Ursula Le Guin.

Nel dettaglio, Le leggende di Terramare si compone di cinque racconti: in ordine, Il trovatore, Le ossa della terra, Rosascura e Diamante, Nell’alta palude e Libellula.
Il tutto per un totale di circa 300 pagine, e quindi una media di 60 pagine per racconto.

Di base non amo troppo i racconti: se sono brutti, tanto meglio che siano brevi, mentre se sono belli e catturano, è un peccato che non siano più lunghi. Motivazione assai semplice, ma tant’è.

Comunque devo dire di aver gradito questi cinque racconti de Le leggende di Terramare, e non poteva forse essere altrimenti, essendoci dietro la penna di Ursula K. Le Guin, che peraltro li ha scritti non per ultimi, ma tra il quarto e in quinto romanzo della saga.

Ambientati nel mondo di Terramare, ma sparsi in un arco temporale assai distante, offrono vari spaccati del mondo in cui sono ambientati i romanzi principali… e anche qui come negli altri romanzi ogni tanto spuntano fuori nomi conosciuti, da Sparviere a Lebannen, un po’ passato e un po’ presente, a seconda del momento del racconto.
O anche futuro, giacché in un paio di casi si va molto indietro nel tempo, ben prima degli avvenimenti raccontati ne Il mago e nei romanzi seguenti.

Insomma, come detto non amo troppo i racconti e peraltro qua c’era da dare un addio difficile a una saga storica… ma Le leggende di Terramare se la sono cavata piuttosto bene, tanto da salutare il mondo di Earthsea con affetto e nostalgia…

… mondo che in futuro rivivrò senza dubbio.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le cripte del terrore - Firewolf 2 (Sagas of the demonspawn - Crypts of terror).
Scrittore: J.H. Brennan.
Genere: librogame, fantasy.
Editore: E.L.
Anno: 1984.
Voto: 6.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Eccoci qua con un altro libro game: Le cripte del terrore (classico titolo da librogame degli anni "80: altisonante a con tendenza orrorifica… poi quasi del tutto smentita dal contenuto del libro), il secondo episodio della serie Firewolf, scritta da J.H. Brennan, più noto tuttavia per altre serie di librogame, come Alla corte di Re Artù o Horror classic (ma di lui ho letto anche romanzi e testi di saggistica… e tutti col suo solito stile ironico e scanzonato).

La serie Firewolf è rimasta famosa per la sua giocabilità vicina all’impossibile, cosa che seguiva un regolamento di gioco piuttosto complesso: il risultato è che leggere i libri di Firefolf regolarmente è un’impresa statistica non da poco, tanto che per il primo libro, Il barbaro ribelle, ci avevo rinunciato, proseguendo a leggerlo invece come romanzo.

E in effetti, i librogame della serie Firewolf sono rimasti celebri anche per il loro essere più vicini ai normali romanzi rispetto alla media dei loro colleghi, con tanto di titoli di paragrafi, poche opzioni di trama, una via praticamente obbligata… ossia il contrario del principio dei librigame.

Al tempo Il barbaro ribelle comunque mi piacque intanto per la bella copertina (in fin dei conti sceglievo i librigame ispirato soprattutto dalle copertine), e poi per il suo incedere romanzesco, e romanzesco di genere fantasy.

Le cripte del terrore riprende la storia esattamente dal punto in cui era terminata quella precedente e va avanti, proponendo sempre un canovaccio di fondo praticamente obbligato e poche deviazioni secondarie.
Il livello di difficoltà ad occhio è stato leggermente tarato verso il basso, rendendolo più “umano”, ma ormai era troppo tardi, e avevo già cominciato il volume con l’idea di vincere in automatico e andare avanti comunque.

Poco ligio alle regole, forse, ma d’altronde con Firewolf il buon Brennan se l’è andata a cercare. 

Sufficienza stretta per Le cripte del terrore, mentre Il barbaro ribelle mi era piaciuto un poco di più: il libro è abbastanza breve come grossezza e come numero di paragrafi, e contando che si va a finire più o meno sempre lungo la stessa via non presenta una grande varietà. È comunque ben scritto e godibile, come sempre con J.H. Brennan.

Seguirà il terzo volume a data da destinarsi.

Fosco Del Nero


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Titolo: I banchetti dei Vedovi Neri (Banquets of the Black Widowers).
Scrittore: Isaac Asimov.
Genere: giallo, investigativo.
Editore: Mondadori.
Anno: 1984.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Il libro recensito quest’oggi è I banchetti dei Vedovi Neri di Isaac Asimov.

Piccola premessa: sono sempre stato molto affezionato ad Asimov, uno degli autori con cui ho iniziato la mia passione per la fantascienza e per la letteratura fantastica in generale; poi mi sono dirottato più sul fantasy, ma tutto è iniziato lì.

Soprattutto libri come Neanche gli Dei o il Ciclo della Fondazione me lo fanno tuttora amare…

… anche se devo dire con tutta onestà che adesso, da grande (con la parola che ha più significati), lo trovo molto cerebrale, e anzi il suo approccio mentale me lo fa sentire parecchio freddo e decisamente poco profondo, soprattutto dal punto di vista umano.

Se poi parliamo di significati esistenziali, sono completamente assenti nei suoi libri, tutti tesi come sono all’intelligenza, alle citazioni, alla trovata cerebrale, alle questioni psicologiche, all’aspetto sociologico.

Nulla di male, intendiamoci: semplicemente non è più il cibo adatto a me… per quanto probabilmente in futuro mi rileggerò il Ciclo della Fondazione, poiché non avevo letto tutti i libri, ma solo quelli iniziali.

Ma veniamo a I banchetti dei Vedovi Neri: i Vedovi Neri sono una sorta di club che, tra cibo e facezie intellettuali, tra sofismi culturali e intuizioni, risolve enigmi o misteri…
… anche se a dire il vero a risolverli, più che i membri effettivi del club, quelli che stanno seduti a gustarsi la cena, è il cameriere Henry, non a caso membro effettivo del club.

Lo schema è il solito: uno dei membri del club, l’anfitrione, porta un personaggio a cui, per contratto verbale, i vari altri soci possono porre ogni domanda… e immancabilmente spunta fuori un mistero… che immancabilmente il buon Henry risolve, tramite connessioni logiche più che con l'intuizione.

Con Asimov siamo sempre nel reame dell’intelligenza e della scienza, ricordiamolo, e tutto il resto è bandito… in modo un po’ ottuso, devo dire, ma tant’è.

I Vedovi Neri, per via del successo dei vari libri, divennero una specie di collana, della quale ogni tot tempo Asimov pubblicava una nuova collezione di racconti.

Svago simpatico, ma nulla più.
Isaac Asimov giallista non mi piace troppo, devo dire la verità, anche se nella sua sconfinata carriera ha fatto anche quello, tra fantascienza e saggistica.

Fosco Del Nero


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Titolo: I venti di Terramare (The other wind).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 2001.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Con I venti di Terramare vado a concludere la Saga di Terramare di Ursula Le Guin… almeno, per quanto riguarda i romanzi, dal momento che mi rimane in realtà un altro tassello, ossia i racconti Le leggende di Terramare.

Nella recensione del precedente L’isola del drago avevo scritto che per questo volume mi attendevo un maggior ruolo per Therru, la giovane donna drago, figlia adottiva di Tenar e di Ged-Sparviere, protagonisti del secondo romanzo della serie, Le tombe di Atuan… e in effetti così è stato, anche se in un senso non così tanto eclatante.

Ma, d’altronde, la Le Guin è scrittrice non pacchiana, da effetti speciali, ma si muove nel profondo. 
E, a proposito di questo, ho trovato conferma anche nel mio dar per certo le sue tematiche esistenziali nel momento in cui, leggendo la sua prefazione ai racconti Le leggende di Terramare, la ho vista citare Lao Tzu.

Ma veniamo a I venti di Terramare, che in parte riprende Il signore dei draghi, il terzo romanzo del ciclo: è tempo di cambiamenti nell’arcipelago di Terramare, e di cambiamenti intensi. Il muro che separa vivi e morti sembra essere in pericolo, e per di più alcuni draghi hanno cominciato a incendiare e distruggere nell’Ovest.
Con l’Arcimago fuori gioco, e anzi nemmeno più mago, a dover risolvere la situazione è un gruppo di persone: il Re Lebannen, Tenar e Therru, la Principessa dell’Est Seserakh, uno stuolo di maghi, nonché il drago Orm Irian.
Il fatto è che la situazione non è molto chiara, e per venirne a capo occorrerà ragionarci e unire leggende e saperi di diverse culture.

Devo dire purtroppo che probabilmente I venti di Terramare è il meno riuscito romanzo della serie: in parte non è molto chiaro, in parte non è armonico nel suo sommare così tanti personaggi, e inoltre non propone un tema di fondo netto come per i libri che lo avevano preceduto.

Forse si potrebbe individuare nel riparare quanto è rotto, e ciò spiegherebbe anche il ruolo centrale di Alder, sorta di portavoce del mondo dei morti… ma secondo me siamo piuttosto lontani dai libri precedenti.

Peccato, perché la saga avrebbe meritato una conclusione più efficace… e in tal senso forse si è fatta sentire la grande distanza temporale di scrittura tra i primi quattro romanzi cominciati con Il mago (1968, 1970, 1972, 1990) e questo quinto e ultimo I venti di Terramare (2001).

Ma poco importa: intanto ho ancora da finire la saga leggendomi Le leggende di Terramare, e comunque ho da celebrare uno dei cicli fantasy più belli e originali di tutti i tempi.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il pendolo di Foucault.
Scrittore: Umberto Eco.
Genere: giallo, thriller, cospirazionismo, storia.
Editore: Superpocket.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Il pendolo di Foucault è il quarto romanzo di Umberto Eco che leggo, dopo Il nome della rosa (letto molti anni fa), L’isola del giorno prima (anche questo abbastanza anni fa) e Baudolino (questo più di recente).

Gli ultimi due non sono andato a cercarmeli, dal momento che allo stato attuale sento Eco un po’ pesante e troppo cerebrale, ma giacché ce li avevo già in casa, comprati secoli prima, e giacché non mi piace sprecare le cose, e giacché comunque Eco è un signor autore, me li sono letti.

Passo subito a descrivere la trama molto sommaria de Il pendolo di Foucault, romanzo scritto nel 1988 e ambientato negli anni “60 e dintorni, con richiami alla Seconda Guerra Mondiale, al decennio del “70, e soprattutto alla storia passata dell’umanità… e che richiami!

Il protagonista centrale della storia è Casaubon, a inizio storia giovane studente rivoluzionario in quel di Milano, il quale va man mano conoscendo gli altri protagonisti della vicenda: il caporedattore Belbo, l’amico Diotallevi, l’editore Garamond… e poi anche l’affascinante Lorenza, le sue due fidanzate Amparo e Lia, il commissario De Angelis, il colonnello Ardenti, l’enigmatico e sapiente Aglié, etc etc.
Il tutto ruota intorno alla passione comune, che peraltro diviene anche lavoro editoriale del trio Casaubon-Belbo-Diotallevi, per i misteri antichi, i segreti mai scoperti e le cospirazioni universali.
In realtà la passione è più di coloro che scrivono e propongono all’editore per cui i il suddetto trio lavora manoscritti su Templari, Rosacroce, Catari, Assassini, e ovviamente anche su tarocchi, astrologia, magia, alchimia, Saint Germain, Cagliostro, Shakespeare, Bacone, etc… passione che man mano diventa per loro gioco, poi impegno, e infine matassa pericolosa da districare.
Non a caso, il romanzo comincia con Casaubon che, nascosto di notte all’interno di un museo parigino, presunta sede imminente di un convegno massone-iniziatico, attende di vedere cosa succede, col romanzo che poi riprende le fila del discorso fin dalla sua origine, ossia con Casaubon ragazzo qualunque alle prese con le cose qualunque della sua età: laurea, ragazze, locali, soldi.

Essenzialmente Il pendolo di Foucault è un grosso gioco intellettuale: un gioco intellettuale lungo quasi 700 pagine di piccolo formato che passa da un’infinità di citazioni e di documentazioni storiche, e che gioca a ricostruire la storia e i suoi enigmi cospirativi elaborando a sua volta una cospirazione, dopo vari tesi e ipotesi, che si rivela fin troppo veritiera per i protagonisti del “gioco”.

Fuori dalla narrazione, Umberto Eco sembra divertirsi a prendere in giro coloro che trovano analogie e coincidenze, e a suo modo la sua presa in giro fa sorridere… anche se parimenti fa sorridere constatare ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, che sapienza ed erudizione non fanno saggezza, e che questa dipende dal livello di consapevolezza che si è raggiunto, e non dalla mole di informazioni che si sono incamerate.

In questo senso, il romanzo è ben più povero di altri romanzi apparentemente meno pretenziosi, ma con più profondità: giacché sto leggendo la Saga di Terramare, mi viene in mente Il mago di Ursula Le Guin, il libro che apre il ciclo in questione.

Anzi, si potrebbe riassumere tutto ciò con una frase usata dallo stesso Eco nel libro: “Inventare, forsennatamente inventare, senza badare ai nessi, da non riuscire più a fare un riassunto. Un semplice gioco a staffetta tra emblemi, uno che dica l’altro, senza sosta”.

Il pendolo di Foucault è comunque un romanzo dotto e interessante, intendiamoci, ma risente pesantemente della cerebralità del suo autore, tanto che forse non lo avrei letto se non fossi interessato ai temi trattati nel testo… seppur trattati al rovescio, per così dire.

Anche se, a onor del vero, in esso si trovano frasi e concetti interessanti, un po’ dell’autore un po’ citazioni del passato, anche se probabilmente anch’essi rientrano nella sua opera ironica.

Menzione negativa per il finale, vuoto come il resto del libro, nonostante le migliaia di citazioni di nomi, luoghi ed eventi.
Sapere ed essere devono andare avanti appaiati.

Fosco Del Nero


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Titolo: Nel vortice del tempo - Oltre l’incubo 2 (Forbidden gateway - Terrors out of time).
Scrittore Ian Bailey, Clive Bailey.
Genere: librogame, avventura, horror.
Editore: E.L:
Anno: 1985.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Qualche tempo fa ho pubblicato la recensione de Il regno dell’ombra, il primo volume della serie Oltre l’incubo, una delle prime serie di librogame ad aver esordito in Italia…
… anche se probabilmente non la più fortunata, dal momento che si è fermata solamente al secondo episodio, intitolato Nel vortice del tempo.

Evidentemente il genere cui si sono dedicati Ian Bailey e Clive Bailey, che presumo fossero fratelli, non godeva al tempo di troppo successo… anche se a dire il vero il mix tra avventura, horror, mistero e archeologia, una sorta di mix tra le avventure di Indiana Jones e i racconti del mito di Cthulhu di H.P. Lovecraft, mi pareva una sinergia valida per il largo pubblico di giovani e lettori di allora.
Ma forse non è andato a segno il sistema di gioco, per quanto semplice e non complicato.

Quale che fosse la spiegazione per il non esagerato successo di quella che comunque è rimasta una serie storica dei librogame, per quanto un po’ di nicchia (all’interno della nicchia più generale dei librogame), sta di fatto che la serie Oltre l’incubo ha solo due episodi, e che dunque Nel vortice del tempo la chiude… peraltro chiudendola anche nella trama, e dunque forse la durata di due episodi era semplicemente programmata in anticipo.

Ma veniamo come prima cosa alla trama sommaria del libro, il quale comincia esattamente dove finiva Il regno dell’ombra, tanto da rendere la lettura del solo secondo volume incompleta, cosa curiosa giacché usualmente i singoli volumi dei libro game, seppur inseriti in un contesto di saga più generale, sono studiati per esser letti anche singolarmente.
Questo non tanto, e anzi praticamente siamo di fronte al secondo tempo di un film, a volerla dire tutta.

Partiamo dunque dal furto della piccola piramide, che il protagonista seguirà per mezza Europa, insieme all’amico studioso Charles Petrie-Smith (il quale si limita a fare il topo da biblioteca, mentre l’azione pericolosa spetta a noi).
Se nel primo libro eravamo in Galles, qua ci spostiamo in lungo e in largo, anche se il grosso si svolge nella città de Il Cairo, che dunque fa da conclusione ai numerosi indizi egizi trovati nel corso della storia: la piramide stessa, mummie, divinità varie, etc.

Nel complesso, Nel vortice del tempo mantiene più o meno la stessa qualità del suo predecessore, risultando forse appena più accattivante, ma comunque sulla stessa falsariga.
Lo scorrere dell’avventura, come nel caso precedente, si presenta molto limitato nelle scelte, e alla fine vi è solo una possibile linea di storia, il che dà alla serie Oltre l’incubo più la sensazione di esser di fronte a una storia leggermente interattivo che non a un vero e proprio librogioco.
E forse anche questo fattore ha inciso nel non elevato successo della serie.

Fosco Del Nero


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Titolo: Un indovino mi disse.
Scrittore: Tiziano Terzani.
Genere: autobiografia, società, viaggi, saggistica.
Editore: Tea.
Anno: 1995.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Ho sempre avuto una forte simpatia per Tiziano Terzani, sin da quando, oramai tanti anni fa, lessi il suo In Asia al tempo dei miei studi universitari su "Storia e istituzioni del mondo asiatico".
In seguito lessi La porta proibita, ed ora Un indovino mi disse.

La simpatia è sempre confermata, ed è rafforzata dal fatto che il buon Tiziano, nel mentre passato a miglior vita, nel corso della sua vivacissima vita si è trasformato da giornalista occidentale razionale e scettico a persona profonda, di grande sensibilità e decisamente tendente alle tematiche esistenziali.

Non ho letto tutti i suoi libri, e anzi solo una piccola parte, ma forse questo è il libro/periodo che testimonia di tale cambio di marcia, tutto teso alla ricerca di indovini, astrologi, messaggi dall’esistenza e destino personale, ricerca tutto sommato ancora molto mentale e cerebrale, fino all’approdo alla meditazione e ad un nuovo stile di vita, che probabilmente lo ha portato alla morte con una maggiore serenità.

Terzani non era un maestro, comunque, nonostante tanti lettori italiani, post mortem, lo abbiano rivalutato come tale, secondo la vecchia abitudine nostrana di beatificare i morti, magari ignorando la grandezza di un vivo (grandezza interiore, non quella sociale legata al successo), e questo si vede in tanti passaggi del libro, in cui anzi è molto chiara la disperata ricerca di un’anima in pena… che infatti nel corpo che la ospitava ha sviluppato un tumore che poi lo ha portato a morire relativamente giovane.

Contraddicendo in ciò, peraltro, quasi tutti gli indovini, astrologi e cartomanti che aveva consultato, e per il lettore se vogliamo è divertente leggere le previsioni di vita e di morte di tali personaggi alla luce della conoscenza di quella che è stata la vita di Terzani in seguito alla scrittura del libro, che ovviamente al tempo lui non conosceva.

Insomma, tra la vivacità dei reportage, la diversità culturale, la spiccata intelligenza del personaggio, nonché il suo discreto senso dell’umorismo, i vari indovini e maghi consultati, e il passaggio/approdo a meditazione e mondo interiore, ci sono tanti motivi per leggere Un indovino mi disse, libro che non a caso è stato importante per tante persone, e addirittura ne ha ispirate molte a uno stile di vita diverso.

Questo, al di là di Cina, India, Vietnam, Thailandia, Birmania, Laos, Singapore, Hong Kong, etc, cosa che già da sola ha un grande valore come testimonianza storica.

Insomma, la simpatia e l’affetto per Tiziano Terzani permangono... e ormai credo siano definitivi.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’isola del drago (Tehanu).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 1990.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna è dedicata al romanzo L’isola del drago, quarto romanzo che Ursula K. Le Guin ha dedicato al famoso Ciclo di Terramare (Earthsea in inglese), saga che conta cinque romanzi, alcuni racconti e una ricca appendice, tutti inclusi nell’edizione italiana de La saga di Terramare, librone biblico di circa 1500 pagine.

La mia impressione sui romanzi di Ursula Le Guin è stata confermata: intanto essi hanno un sottofondo di stampo esistenziale, che, seppur non detto a parole, è presente come atmosfera di sfondo delle storie, e in secondo luogo ogni romanzo è dedicato a un grande tema-apprendimento esistenziale.

Se ne Il mago il tema era il confronto speculare con la propria zona d’ombra, ne Le tombe di Atuan era la dualità, e ne Il signore dei draghi era il servizio al mondo in contrasto contro l’ambizione personale, ne L’isola del drago il tema di fondo è il lasciar andare, il distacco.

Tema tanto evidente in quanto a portarlo avanti sono ambedue i protagonisti della storia: da un lato la rediviva Tenar, protagonista centrale de Le tombe di Atuan, ma poi solo nominata nel terzo romanzo della saga, e dall’altro il solito Falco-Ged-Sparviere, che, cessato di essere Arcimago, e persino cessato di essere mago, deve ora fronteggiare la sua nuova condizione di persona normale, mettendo da parte tutto il suo passato.

In questo senso, non c’è alcun dubbio che l’intenzione dell’autrice, nota peraltro per le sue storie dal sapore profondo ed interiore, fosse proprio quella di esplorare tale tematica: certo in modo letterario, e certo in stile fantasy, ma il punto è quello.

L’unica nota stonata, in tale percorso in cui Sparviere prima affronta il suo lato oscuro, poi cresce, e infine diventa maestro e insegnante, è il suo “passo indietro”: nella storia fantasy ovviamente ci sta, ma nel sottofondo esistenziale ci sta meno, laddove quando un maestro diventa tale, lo rimane per sempre, dal momento che evolutivamente e animicamente parlando non esistono passi indietro, ma solo in avanti.

Ma è un dettaglio, e peraltro un dettaglio da studioso di tematiche spirituali: rimanendo sul romanzo fantasy, abbiamo una storia piacevole e interessante, per quanto dura e cruda, per via dell’altro personaggio centrale, quella Therru così tanto bistrattata dalla vita, bambina picchiata, violentata, bruciata e salvatasi a malapena grazie all’intervento della dolce e materna Tenar, nel mentre divenuta madre e vedova (tema della dualità: energia femminile, per l’appunto, che in questo quarto romanzo si ricongiungerà con l’energia maschile di Ged, come anticipato perlomeno a livello invisibile ne Le tombe di Atuan).
Peraltro, mi attendo un’“esplosione” del personaggio di Therru nel quinto e ultimo romanzo della saga, I venti di Terramare, tra l’altro scritto a grande distanza temporale dal primo: ben trentatré anni… altro dettaglio a cui, volendo, si potrebbero attribuire significati nascosti.

Ma non esageriamo, e rimaniamo sulla storia: storia dura e tosta, e come le altre didattica e formativa, ragione in più per preferire questi romanzi e questa saga ad altri romanzi, fantasy o non fantasy che siano.

Nel caso, buona lettura.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’orribile karma della formica (Mieses karma).
Scrittore: David Safier.
Genere: comico, sentimentale, fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2007.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


L’orribile karma della formica mi è capitato in mano per caso (l’ho trovato in edizione italiana in uno scaffale di un ristorante nepalese nel sud dell’India... più caso di così), e dato il titolo interessante e le buone recensioni che avevo visto su Amazon ho deciso di leggerlo.

E ho preso una buona decisione, devo dire, dal momento che le recensioni erano veritiere.

Parto subito con la trama sommaria (molto molto sommaria): Kim Lange è una conduttrice televisiva tedesca di grande successo, candidata peraltro a un importante premio. La sua vita è teoricamente perfetta: grande professionista, il lavoro va alla grande, e ha una bella famiglia, composta dal premuroso marito Alex e dalla giovane figlioletta Lilly.
Vi sono però due pericoli in agguato: il fascinoso collega Daniel e il karma…
… con quest’ultimo che la trascinerà, dopo la morte e la successiva reincarnazione, in numerose vite non umane: formica, porcellino d’India, cane, etc.

Va da sé che una trama così surreale non poteva che prestarsi a un romanzo umoristico, e difatti è così, con l’elemento humor che supera persino l’altro elemento centrale della storia, ossia amore e affetto materno, con il chiodo fisso di Kim di tornare dalla figlia Lilly… in qualche modo.

Dico subito una cosa: chi si aspetta da L’orribile karma della formica, oltre a una commedia brillante-umoristica, anche una trattazione fedele dei principi del karma e della reincarnazione verrà grandemente deluso: lasciate proprio perdere l’idea che il testo abbia una qualche valenza esistenziale, dal momento che non solo non la ha come energia di fondo, ma non rispetta minimamente il principio del karma.
Rinunciate dunque all’idea di avere tra le mani un testo utile in quel senso (su Amazon ho letto commenti di persone rimaste deluse da quel punto di vista).

Se non avete aspettative in quella direzione, quel che vi rimane in mano è un romanzo che propone uno spunto di fondo originale, e che procede a vista con un umorismo davvero spiccato, tanto nelle situazioni quanto nel dialogo, e che anzi struttura persino capitoli e capoversi in funzione dell’umorismo.

In questo senso, non mi ha affatto stupito il successo de L’orribile karma della formica, nonché degli altri romanzi di David Safier: la brillantezza c’è, il ritmo anche, e pure un certo senso del grottesco e del curioso che non fa mai male.

Insomma, L’orribile karma della formica è promosso con una buona valutazione… poi dipende da voi gradire o meno una certa storia o un certo senso dell’umorismo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il regno dell’ombra – Oltre l’incubo 1 (Forbidden gateway - When the shadows stalk).
Scrittore Ian Bailey, Clive Bailey.
Genere: librogame, avventura, horror.
Editore: E.L.
Anno: 1985.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Nuovo librogame recensito su Libri e romanzi: stavolta siamo alle prese con una delle serie storiche: la serie è Oltre l’incubo e il libro è Il regno dell’ombra.

La serie è storica non nel senso che è stata tra quelle di maggior successo, e difatti è composta di soli due volumi, ma nel senso che è stata tra le prime a uscire in Italia.
Il regno dell’ombra è datato non a caso 1985, e dunque è uno di quelli della prima fascia, per così dire.

Partiamo dal genere, peraltro in parte intuibile dal titolo: oscilliamo tra avventura e horror, con la trama e lo stile che sanno molto di H.P. Lovecraft, e anche di W.H. Hodgson, scrittori cui senza dubbio gli autori del librogame, Ian Bailey e Clive Bailey, si sono largamente ispirati nel comporre il loro lavoro.

Com’è dunque codesto lavoro?

Discreto.
La storia si fa leggere bene e si segue altrettanto bene.
Non brilla per originalità o per vette narrative, ma fa il suo lavoro, col protagonista che viene chiamato in Galles da un suo vecchio amico per indagare sui misteri – e anzi sugli incubi – che si stanno verificando laggiù: una misteriosa e pervicace nebbia, apparizioni orrorifiche, attacchi veri e propri di esseri mutanti.
Insomma, è chiaro che laggiù è all’opera una forza malvagia, e qualcuno dovrà pur indagare… ovviamente noi, i protagonisti del librogame.

Il libro ha un sistema di regolamento piuttosto semplice, cosa che personalmente apprezzo giacché alcuni librigame si perdono proprio in avvio, ossia nelle regole di gioco. Il regno dell’ombra, al contrario, si distingue per una certa semplicità, sia di regolamento sia di trama, e anzi va detto che praticamente la trama percorribile è una sola, ovviamente a parte i tanti modi per morire o per impazzire, che sono i due modi per perdere la partita.

Semplicità, dunque, e si punta tutto sull’atmosfera, e su un canovaccio collaudato.
Insomma, Il regno dell’ombra e Oltre l’incubo non sono il top, ma fanno la loro parte abbastanza bene, e infatti negli anni, libro e serie, si ricordano con simpatia.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il signore dei draghi (The farthest shore).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 1972.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Dopo Il mago e Le tombe di Atuan, era praticamente scontato che arrivasse anche il terzo romanzo della Saga di Terramare (Earthsea in inglese) della brava Ursula K. Le Guin: ecco dunque Il signore dei draghi, romanzo datato 1972, e peraltro noto anche con un altro nome, ossia La spiaggia più lontana.

Peraltro, dopo le 220 pagine circa del primo romanzo, e le 170 del secondo, Il signore dei draghi è il più lungo dei tre con le sue 240 pagine (questo, almeno, nella pubblicazione della Mondadori La saga di Terramare, che comprende per l’appunto tutta la saga della Le Guin), che sarà pareggiato dai due romanzi conclusivi della saga: L’isola del drago e I venti di Terramare, lunghi più o meno quel tanto.
A tali cinque romanzi si affiancano poi svariati altri racconti utili, insieme ad una ricca appendice, a “completare” il mondo di Earthsea.

Ma andiamo a vedere la trama sommaria de Il signore dei draghi (che peraltro è il libro che ha ispirato il film d’animazione di Goro Miyazaki I racconti di Terramare… molto bello anche se affatto fedele al romanzo in questione, ma solamente ispirato): ormai molti anni dopo le avventure de Le tombe di Atuan, un male inspiegabile si sta diffondendo per tutte le terre e le isole conosciute: i maghi stanno perdendo il loro potere, le antiche parole vengono dimenticate, gli animali impazziscono, gli uomini pure, e persino i draghi perdono la memoria.
Sparviere (nome originale: Ged) , ora Arcimago dell’Isola di Roke, comincia un viaggio per cercare la causa del problema e per risolverla, e si porta appresso il giovane Arren (nome originale: Lebannen), giovane Principe di Enlad.
I due attraverseranno tante isole, tante terre, e finanche il regno della morte, fino a trovarsi di fronte all’uomo che ha generato tutto quello, ovviamente un mago, e specificatamente un mago che voleva sconfiggere la morte.

Il signore dei draghi porta tematiche più mature dei suoi predecessori, peraltro essi stessi non semplici romanzi d’evasione ma romanzi di formazione.
Solo che stavolta è Sparviere a formare, e non ad essere formato, e nelle vesti dell’apprendista di belle speranze c’è il giovane Arren.

Tra l’altro per certi versi Il signore dei draghi chiude il cerchio aperto con Il mago: Ged-Sparviere chiude un varco tra il mondo della vita e quello della morte aperto da qualcun altro… proprio come un altro Arcimago fece, a costo della sua vita, quando fu lui, imprudente, ad aprire un varco simile.
Anzi, di più, in questo romanzo abbiamo l’esemplificazione di cosa Ged avrebbe potuto diventare se avesse seguito la “via oscura”, per la quale aveva mostrato un qualche interesse da giovane… laddove via oscura vuol dire semplicemente poteri messi a servizio dell’ego e non al servizio dell’esistenza, ciò che è il tema nascosto di questo libro.

Ora Ged, maturo e compiuto, fa solo ciò che deve, ciò che è necessario, senza alcun richiamo a propri desideri o sogni egoici, tentazioni che viceversa facevano parte della sua giovinezza, come peraltro comprensibile che sia.
Il suo nemico di allora è dunque una sorta di sua ombra teorica… dopo l’ombra concreta de Il mago.

Se Il mago portava avanti la tematica della lotta con le proprie ombre interiori, e Le tombe di Atuan portava avanti la tematica della dualità, Il signore dei draghi porta avanti la tematica del servizio al mondo e dell’insegnamento.
Tutte tematiche fortemente spiritual-esistenziali, e non a caso nei decenni Ursula Le Guin si è fatta la fama di scrittrice profonda, ben lontana dal mero intrattenimento così come dai cliché del fantasy.

In questo senso, il mio voto lascia il tempo che trova: se vi piacciono i romanzi fantasy di formazione e con contenuti più spessi di quanto potrebbe apparire a prima vista (il titolo, la copertina, la trama, etc), prendetevi non solo Il signore dei draghi, ma l’intera Saga di Terramare.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le tombe di Atuan (The tombs of Atuan).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 1970.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Pochi anni fa avevo letto Il mago di Ursula K. Le Guin, libro che mi era piaciuto abbastanza da comprarmi tutta la Saga di Earthsea.
Il secondo volume di codesta saga è Le tombe di Atuan, che per l’appunto è il libro recensito quest’oggi.

Intanto, una premessa: mi sono avvicinato al ciclo letterario della Le Guin in quanto la scrittrice aveva fama di tessere romanzi, oltre che interessanti, anche pregni di un certo senso esistenziale…
… come difatti è.

Se Il mago parla, ma sempre dietro le quinte e senza dirlo a voce alta (oddio, anche se non è proprio dietro le quinte, per quanto è palese), del conflitto e della lotta con il proprio sé interiore in ottica evolutiva, Le tombe di Atuan affronta un'altra tematica di tipo esistenziale: la dualità.

Abbiamo un uomo e una donna, portatori delle rispettive energie, abbiamo la luce e l’oscurità, abbiamo un amuleto spezzato in due che è da riunire. Insomma, abbiamo il passaggio dalla dualità all’unità… e anche qui tutto è molto chiaro, per quanto mai elicitato.

Tanto che, facendo una brevissima ricerca su internet, ho scoperto che l’autrice stessa aveva dichiarato che il tema di fondo de Le tombe di Atuan era il sesso.
L’energia duale del sesso, per l’appunto (concentrata soprattutto nel secondo chakra, per chi fosse interessato).

A parte che questo è un modo molto bello per far arrivare a chi legge concetti ed energie archetipiche, andiamo alla trama sommaria del romanzo, che, sorpresa, non vede protagonista Ged, lo Sparviere del primo romanzo Il mago, ma la giovanissima Tenar (a proposito di dualità, entrambi i protagonisti della storia hanno due nomi e non solo uno), sacerdotessa del culto degli Innominabili, antico culto che resiste nelle isole orientali di Kargad, assai lontani dalla civiltà dominante di Terramare, e infatti l’antica magia là è meno forte, impedita proprio da tali antichi dei oscuri.
Tenar è stata allevata appositamente per essere sacerdotessa, tanto che la sua vita si limita alle sue sole funzioni… e tanto che un giorno l’arrivo di un misterioso giovane uomo scuro, che ha tutta l’aria di essere un mago, pone in dubbio tutta la sua vita.

È dunque proprio l’incontro tra tali due energie, maschile e femminile, di due terre e culture diverse, di due “magie” diverse, a segnare tutto il libro, che non ha un ritmo molto veloce, ma d’altronde neanche Il mago lo aveva, ma che si fa leggere volentieri… nonostante un inizio un po’ faticoso.

Nel complesso, mi è piaciuto molto come significato interiore, anche se un poco meno de Il mago come opera letteraria.
Va da sé che continuerò la lettura della Saga di Terramare.

Fosco Del Nero


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