Il cammino del mago

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Titolo: La prosivendola (La petite marchande de prose).
Scrittore: Daniel Pennac.
Genere: commedia, giallo.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1990.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Avevo già letto un romanzo di Daniel Pennac, ossia Il paradiso degli orchi, valutandolo discretamente bene. Perciò, oramai molti anni fa, avevo comprato un altro libro dell’autore francese, e della medesima saga, quella dedicata a Benjamin Malaussène: La prosivendola.

Anche se, a onor del vero, questo è il terzo romanzo della saga, mentre il secondo è La fata carabina.
Ogni libro è comunque indipendente, per cui non serve aver letto anche gli altri.

L’impatto con La prosivendola tuttavia non è stato dei migliori: ho provato a iniziarlo due volte, fermandomi entrambe a poche pagine dall’avvio, per riprendere il cimento in tempi recenti, stavolta motivato a terminare il testo.

C’è l’ho fatta, ma con una certa lentezza e poco entusiasmo.

Ecco la trama de La prosivendola: Benjamin Malaussène riceve una notizia poco gradita, ossia il venturo matrimonio della sorella minore Clara con un uomo enormemente più vecchio di lei, Clarence di Sant'Inverno. 58 anni dell’uomo contro i 18 della ragazza: normale che il fratello maggiore non veda la cosa di buon occhio.

La questione sembra esser messa da parte quando l’uomo, direttore di un carcere, viene brutalmente assassinato, nello stesso carcere, ma si riapre nel momento in cui Clara dichiara di essere incinta… e soprattutto quando Benjamin rimane vittima di un attentato, che sembra essergli stato fatale, cosa che farà reagire i suoi numerosi cari in modi diversi.

La fidanzata Julie, in particolare, sembra trasformarsi in una sorta di vendicatore mascherato, che uccide tutti quelli che reputa colpevoli della morte dell’amato.

La prosivendola è certamente un testo vivace: è vivace l’eloquio di Pennac, ricco e colorato, ed è vivace la trama, piena di eventi, più o meno grotteschi e più o meno credibili. Di fatto siamo di fronte a una mistura tra una commedia e un giallo.

Tuttavia, se devo essere onesto, si tratta di una mistura che non mi ha appassionato, che anzi mi ha lasciato indifferente e che ho portato a termine più per dovere che per piacere.

Anche la lettura de Il paradiso per gli orchi, a suo tempo, non mi fu immediata: iniziato, interrotto, ripreso e poi terminato. La differenza con La prosivendola è che, alla fine della fiera, il primo mi è piaciuto più del secondo libro, che a dire il vero per larghi tratti mi ha annoiato, da cui la valutazione mediocre. 

La prosivendola a parte, evidentemente Pennac non mi è molto congeniale come scrittore.

Fosco Del Nero


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Titolo: Donna per caso (The accidental woman).
Scrittore: Jonathan Coe.
Genere: commedia.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1987.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Fino a questo momento avevo letto un solo romanzo di Jonathan Coe, ossia I terribili segreti di Maxwell Sim; quest’oggi bisso con Donna per caso.

Se I terribili segreti di Maxwell Sim mi era piaciuto in modo più netto, tanto da guadagnarsi una buona valutazione (qua da me 7 è un ottimo voto), Donna per caso non ottiene il medesimo buon esito, fermandosi a un più moderato 6: la sufficienza è conquistata, ma di stretta misura, e senza entusiasmare mai…

… un po’ come la protagonista del libro.

Andiamo dunque alla trama sommaria di  Donna per caso, libro del 1987 che mi pare sia il romanzo d’esordio di Coe, allora dunque autore meno esperienziato rispetto a quello incontrato ne I terribili segreti di Maxwell Sim: Maria è una ragazza che avrebbe tutti i numeri per sfondare in ogni ambito, visto che bellezza, intelligenza ed educazione non le mancano. Tuttavia, vive la vita in un modo stranamente abulico, senza desideri né passioni, praticamente lasciandosi andare, come una sorta di spettatore poco interessato. Questo in ogni ambito, relazioni sentimentali e sessuali comprese.

Peraltro, il personaggio di Maria non è l’unico elemento originale del testo, visto che il narratore si mette in mezzo quasi fosse un personaggio della storia, con numerosi commenti, a tratti simpatici, a tratti utili solo a sospendere la partecipazione del lettore alle vicende del narrato.

Tolti questi due elementi, di discreta originalità ma non certo imperdibili, in  Donna per caso non c’è nulla di interessante: personaggi ed eventi sono solo un contorno utile a descrivere l’abulia di Maria e, per quanto il romanzo, un romanzo breve di circa 120 pagine, sia ben scritto, rimane essenzialmente una cornice ben fatta con un soggetto curioso ma, come detto, affatto imperdibile.

In effetti, forse la valutazione sufficiente è finanche generosa…

In conclusione, Jonathan Coe  si conferma autore interessante e originale (anche ne I terribili segreti di Maxwell Sim vi erano trovate originali, e maggior vivacità e umorismo, se ricordo bene), ma  Donna per caso vien messo da parte. 

Fosco Del Nero


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Titolo: Meglio non chiedere (Don’t ask).
Scrittore: Donald E. Westlake.
Genere: avventura, commedia.
Editore: Macro Tropea Editore.
Anno: 1993.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Avevo da tempo a casa il libro Meglio non chiedere di Donald E. Westlake.
Sapevo solo che si trattava di una commedia umoristica, e nient’altro.

Ecco la trama sommaria di Meglio non chiedere, che parte da un elemento piuttosto originale, per quanto altrettanto inverosimile: due paesi (immaginari) dell’Europa dell’Est, un tempo uniti nel medesimo stato ed ora separati, si contendono l’unico posto disponibile nelle Nazioni Unite
Per qualche motivo, sulla scelta tra i due avrà un peso determinante il parere di un vescovo, il quale si pensa che propenderà, per motivi puramente religiosi, per quel paese che potrà dimostrare di possedere il femore di Santa Ferghana, una giovinetta di umili origini la quale, dopo un’adolescenza dissoluta, trovò una sorta di ispirazione e poco dopo una sorte assai infausta, venendo divorata dai suoi familiari, per poi essere beatificata dalla Chiesa.
Tanto la storia della santa quanto quella del suo femore non hanno molto senso, ma tant’è: servizi segreti e mercenari si adoperano per assicurare al loro paese (o al paese pagante) la sacra reliquia e dunque il seggio alle Nazioni Unite.
Il protagonista della storia, John Dortmunder, è una sorta di artista del crimine che, insieme ai suoi compari, proverà a far pendere l’ago della bilancia internazionale dal lato della Tsergovia piuttosto che da quelli del rivale Votskojek.

Il tutto senza esclusione di colpi, anche se si tratta non di colpi sanguinari ma di colpi umoristici… e in tal senso in Meglio non chiedere di cose bizzarre ne succedono parecchie.

Meglio non chiedere e Donald E. Westlake propongono un umorismo discreto: ironico e leggero, non volgare, anche se a volte si va a parare in circostanze un po’ forzate.

A tratti il romanzo mi ha divertito, anche se per tratti maggiori l’ho portato avanti non dico con difficoltà ma senza un eccessivo interesse, da cui la valutazione mezzana: né eccellente ma neanche scarso.

Diciamo che, se desiderate un romanzo d’evasione con elementi originali e surreali, qualche finta divagazione storica, qualche intrigo internazionale curioso e personaggi parimenti curiosi, potrebbe piacervi. 

Di mio, ne ho apprezzato più l’abbrivio che non lo svolgimento o il finale, col tutto che andava ad essere sempre più improbabile, meno credibile e anche meno divertente, a mio modo di vederlo.
Comunque, in giro c’è assai di peggio.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il mago di sua maestà (Her majesty’s wizard).
Scrittore: Christopher Stasheff.
Genere: fantascienza, fantasy.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1986.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Da ragazzino lessi un romanzo fantasy intitolato Stregone suo malgrado e scritto da tale Christopher Stasheff, che mi piacque molto. Si trattava in realtà di un sottogenere del fantasy, a volte chiamato fantasy eroicomico, il che rende bene l’idea: l’ambientazione è fantasy (anche se per il libro di Stasheff non lo era del tutto, essendoci contaminazioni fantascientifiche) ma il tono è umoristico, binomio che al tempo gradii molto.

Quanto a Christopher Stasheff, è uno scrittore che ha scritto quasi cinquanta romanzi, di cui però solo due tradotti in italiano: l’altro è Il mago di sua maestà, il libro recensito quest’oggi.

Il genere, manco a dirlo, è lo stesso… almeno apparentemente, giacché alla componente fantasy (anche qua un po’ meticciata) e a quella umoristica se ne aggiunge un’altra, che non avrei mai detto: quella religioso-spirituale-esistenziale, con la storia che propone molto del cristianesimo, soprattutto nella sua versione meno popolare e più energetico-esoterica.
A quanto pare Stasheff tiene fede al suo nome personale (Christopher, per l’appunto).
Peraltro, ho appena scoperto online che l’autore è morto pochi mesi fa (giugno 2018).

Ma andiamo alla trama sintetica de Il mago di sua maestà: Matthew Mantrell (il nome di un evangelista e poi mantrell-mantra: già da qui si poteva intuire qualcosa) sta studiando un testo antico, quando in qualche modo viene indirizzato in un mondo sconosciuto: il livello tecnologico sa di Medio Evo, e così le credenze delle persone, tra cui magia e superstizione…
… se non fosse che in quel mondo non sono credenze, ma cose ben reali e tangibili, e che lui stesso è un mago! Quindi abbiamo un altro “stregone suo malgrado”, a conti fatti.
Il giovane conoscerà vari personaggi, malvagi come Astaulf e Malingo e buoni come la Principessa Alisandre e il cavaliere Guy… nonché vie di mezzo come Padre Brunel e la strega Sayeesa… nonché non uomini come il drago Stegoman e lo spirito Max. Questi sono solo alcuni dei protagonisti della storia, che coinvolge tanti personaggi secondari e tanti sottoplot oltre a quello principale: abbiamo così storie di eroismo, di redenzione, di crescita interiore, etc.

Il tutto, come detto, in un mix davvero curioso: la cultura contemporanea del protagonista, l’ambientazione medievale, il genere fantasy, magia, religione, e persino poesia, giusto per non farsi mancare niente.

In effetti è un po’ troppo, e amalgamato non perfettamente, tanto che, dopo un discreto abbrivio, ho messo il libro da parte e ho impiegato abbastanza tempo a terminarlo.
La conclusione peraltro è piuttosto prevedibile, e anzi proprio banale, per quanto non cancella l’originalità e la vivacità  proposte in precedenza, nonché i numerosi spunti “esistenziali”, che dal mio punto di vista impreziosiscono il testo e che mostrano un certo grado di conoscenza e comprensione di chi scrive, tra i quali accenni a preghiera, confessione, messa, esorcismo, principio del contrappasso, iniziazione cavalleresca, dualità yin-yang, illusione del mondo fenomenico, mantra indù, meditazione.

Vado a chiudere la recensione con alcune frasi estratti dal testo, riportate a futura memoria.

“Quando una persona è libera dal peccato, i seguaci del Male non hanno nessun potere su di lei.”

“Se fossi in te, trascorrerei molto tempo in preghiera.”

“L’Inferno è la totale assenza della Fonte.”

“L’Inferno è piuttosto spazioso, e ciascun peccatore è solo nel suo inferno personale… perché qui non esiste la compagnia. Non abbiamo problemi ad adattare l’Inferno al singolo peccatore perché ogni anima fornisce il suo: voi arrivate qui con l’Inferno che avete costruito durante tutta la vostra vita.”

“Questo è un materialista: crede che le uniche cose reali sono quelle che può vedere e percepire. 
Tutto ciò che vede è illusione. Se anche dovesse toccare il proprio corpo, non vi troverebbe alcuna sostanza.

“Ognuno si crea la propria dannazione. Ciascuno si condanna da solo.
Tutti sono qui perché lo hanno scelto e nessuno viene inviato quaggiù contro la sua volontà.”

“L’Inferno è l’ignoranza.”

“Come poteva un uomo dotato di ragione affrontare la consapevolezza che tutto era illusione… ed anche il corollario che la ragione gli poneva dinnanzi con la forza, e cioè che lui stesso non esisteva?”

“Il Cielo mantiene sempre l’equilibrio… sempre e comunque.”

“Il popolo fa tutto quello che vede fare al Re.”

“Un talento ha bisogno di essere educato.”

“Se piaceva a Dio mio Signore di espormi a tentazioni più grandi di quelle che avessi mai sperimentato, lui doveva averlo deciso per il mio perfezionamento.”

“Siamo uniti dalla terra, da cui traiamo il sostentamento e a cui i nostri corpi torneranno per nutrirla, quando la nostra vita sarà finita.
Tutti sanno ciò che uno sa.”

“L’uomo che governa la nazione è malvagio e corrotto, ed il popolo imita il suo Re.
Tutta la terra è contaminata dalla presenza di un falso sovrano sul trono.”

“Tenete sotto controllo la rabbia. Controllatela, altrimenti il Male acquisterà un certo potere su di voi e le vostre armi perderanno forza.”

“Essendoti svegliato da poco, le palpebre tenderanno ad appesantirsi. 
Impazienza, noia, timori nascosti… tutto questo ti assalirà, ma non lasciare che disturbi la tua veglia.”

“Non combattere mai fino a quando il tuo diritto non venga messo in discussione, ed anche allora aspetta a colpire. Non temere mai di aspirare ad una posizione più elevata, perché quando avrai raggiunto la posizione che ti spetta lo capirai. Non allontanarti mai dalle tue armi, perché in tutti gli uomini scorre il sangue di Caino. Non cercare mai un potere maggiore di quello che Dio ti concede, perché lui lo adeguerà ai compiti che ti spettano. Conosci te stesso e metti sempre in discussione il tipo di uomo che sei diventato.”

“Chi sta scrivendo il copione di questa storia? non trovate che sia una strana coincidenza esserci incontrati tutti qui, proprio nel momento giusto?”
“No, accade sempre così. Quando giunge l’ora in cui la situazione deve essere risolta senza ombra di dubbio, allora tutti coloro che devono combattere si riuniscono, anche se il loro luogo di provenienza si trova dall’altra parte della terra.”

Fosco Del Nero


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Titolo: Un mondo chiamato Camelot (A world called Camelot).
Scrittore: Arthur Landis.
Genere: fantasy, fantascienza, commedia.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1976.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Da ragazzino mi era capitato in mano e avevo letto un bizzarro romanzo chiamato Stregone suo malgrado e scritto da Christopher Stasheff: un curioso mix tra fantasy e fantascienza, il tutto venato in modo umoristico.
Di recente mi sono imbattuto online in una pagina in cui Stregone suo malgrado veniva associato a un altro romanzo di genere simile, intitolato Un mondo chiamato Camelot e scritto da tale Arthur Landis, nomi a me sconosciuti entrambi.

Mai sentiti... ma ci ho comunque messo poco a procurarmi il libro suddetto, di cui ecco la recensione.

Come prima cosa, letteralmente due parole sull’autore, Arthur Landis: non lo conoscevo per il semplice fatto che in Italia non è famoso, mentre è discretamente noto nel mondo anglosassone.

Seconda cosa: la datazione. Il libro risale al 1976… e ne ero sicuro mentre lo leggevo, perché non poteva che essere anni “70.

Veniamo ora alla trama di Un mondo chiamato Camelot, affatto lineare: in un imprecisato futuro, l’umanità si muove nello spazio, con tanto di Federazione che colonizza certi pianeti e vigila su quelli nei quali si è sviluppata vita intelligente.
Uno di questi pianeti è Fregis, un mondo dalla tecnologia ancora antiquata, di livello medievale, con tanto di castelli, cavalieri, re e dame, che si caratterizza però in modi strani: intanto, in esso viene esercitata, e con notevole successo, la magia; inoltre, oltre a popolazioni umane vi sono anche popolazioni di altre specie, e ben intelligenti ed evolute.
Ad esplorare il suddetto mondo, e a fare rapporto su quanto succede in esso, avendo la Federazione considerato che si tratta di un momento topico, viene inviato Kyrie Fern, un “regolatore”, che sul posto si farà chiamare Harl Lenti e che si avvarrà non solo della sua conoscenza superiore, ma anche di una forza superiore nonché di altre dotazioni standard dei regolatori.

Un mondo chiamato Camelot, così, mescola in egual modo fantascienza, da cui parte, e fantasy, in cui s’immerge, ma ci mette in mezzo anche un’atmosfera umoristica e l’inevitabile storia d’amore cavalleresca.
Il mix è effettivamente simile a quello che era stato per Stregone suo malgrado (che, probabilmente non a caso, lo precede di cinque anni), ma gli esiti non all’altezza: ok, è passato molto tempo, ma  Stregone suo malgrado me lo ricordo vivace e divertente, mentre Un mondo chiamato Camelot non è divertente per niente e forse vivace lo è anche troppo, nel senso che è piuttosto confuso.

Insomma, il romanzo di Arthur Landis, pur se non un disastro, è comunque bocciato, e a questo punto anche l’autore. 
Estremamente deluso, ho quindi deciso di risolvere il problema alla radice e di cercare direttamente un altro libro di Stasheff, ossia Il mago di sua maestà, che leggerò in un futuro prossimo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Madda sulla Luna.
Scrittore: Andrea Colamedici.
Genere: commedia, illustrazioni.
Editore: Edizioni Tlon.
Anno: 2016.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Oggi recensisco un libro davvero simpatico, e anzi più che simpatico, quasi delizioso: Madda sulla Luna di Andrea Colamedici, delle Edizioni Tlon, di cui l’autore peraltro è anche editore.

Quanto a Madda, si tratta della sua figlia di cinque anni: una bambina un po’ particolare, che l’autore condivide col lettore in quanto a domande e situazioni di vita.

Il libro ha circa 120 pagine, ma non sono pagine effettive: molte sono bianche, molte contengono disegni, giacché Madda sulla Luna è un libro illustrato (illustrazioni di Maria Maddalena Monti), e in generale il carattere è piuttosto largo, tipico dei libri per l’infanzia, come difatti Madda sulla Luna è.

Attenzione, però: il testo è adatto sia ai bambini, magari ai bambini già un po’ grandetti e discretamente svegli, sia agli adulti… anch’essi discretamente svegli, e non è una cosa scontata.

Il sottotitolo del libro rende bene tale dualismo: Racconto illustrato per bambini e adulti impertinenti.

Madda sulla Luna si fa voler bene già dalla quarta di copertina, con la sua “Ricetta per la felicità”, e i risvolti cartonati proseguono su questa strada, poi mantenuta per tutto il testo, per cui è quasi impossibile non provare simpatia e affetto… e anzi vien voglia di conoscere la piccola Madda.

Paradossalmente, la cosa che mi è piaciuta meno sono le illustrazioni, dal taglio un po’ troppo psichedelico e troppo poco infantile-pastello, almeno per i miei gusti, o comunque in relazione ai contenuti del libro.

Ma questo è un dettaglio: in conclusione, Madda sulla Luna di Andrea Colamedici è un bel libro illustrato per grandi e piccini, che val la pena regalare ad ambo le categorie… o anche a se stessi, ovviamente.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il volo del pellicano.
Scrittore: Giovanni Francesco Carpeoro.
Genere: giallo, thriller, commedia, esoterico.
Editore: Melchisedek Edizioni.
Anno: 2016.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi vi propongo la recensione di un libro un po’ particolare: Il volo del pellicano, scritto da Giovanni Francesco Carpeoro.
Il libro in questione è particolare per diversi motivi.

Intanto, per il genere, una narrativa con sfondo esoterico, e anzi i due termini si invertono, con la narrativa che diventa sfondo e logge massoniche e sette varie che divengono primo piano.

In secondo luogo, si tratta di un libro con un’appendice lunghissima: ben 130 pagine, contro le 370 del testo narrato… più di un terzo del testo vero e proprio, dunque, fatto affatto trascurabile.

Ancora: vengono tirati in ballo numerosi personaggi reali, più o meno famosi: da Giorgione a Francesco Bacone, da Nicholas Flamel a Paracelso, da Tommaso Campanella a Salvador Dalì, da Bach a Caravaggio… anche con teorie piuttosto coraggiose e intriganti.

Ma veniamo alla trama essenziale de Il volo del pellicano: Giulio Cortesi, un grafico quarantenne i cui più grandi interessi sono la cucina e la palestra, suo malgrado si trova alle prese con diversi misteri inattesi.
Il primo è l’abbandono da parte della moglie (inatteso per lui, ma in realtà chiaro fin dalla prima comparsa della moglie); il secondo è un gruppo di curiosi personaggi interessati a tematiche esoteriche e più o meno immersi in appartenenze massoniche, dal professor Mercurio al professor Mairanini, da Fra' Tommasino all’architetto Solfo, fino alla quaterna Nicoletti-Quartieri-Carcopino-Franchi.
Il tutto si affiancherà a un omicidio… che tuttavia, a conti fatti, risulterà assai poco esoterico e assai molto egoico, per dirla così.

Detto della trama sommaria, veniamo al commento vero e proprio al romanzo.
La prima cosa che salta all’occhio è una punteggiatura a dir poco sciagurata, una delle peggiori mai viste in un libro, capace da sola di rovinare il gusto per la lettura.

La seconda cosa, ugualmente evidente, è una certa ingenuità dell’autore, che incappa sovente nell’errore tipico del narratore inesperto, costruendo dialoghi assolutamente non credibili e inserendo in essi informazioni in modo altrettanto non credibile.

Altro fatto che stona terribilmente: le lunghe, ripetute e tediose ricette di cucina, del tutto fuori luogo in un testo di questo genere, e che sarebbero probabilmente fuori luogo in qualunque altro testo… fuorché un ricettario di cucina.

Andiamo avanti: le caratterizzazioni dei personaggi sono piuttosto deboli e banali, e vanno dal commissario pratico e tutto d’un pezzo all’erudito ed elegante appassionato di arte.
Essi, peraltro, si incontrano e avviano relazioni in modo ugualmente poco verosimile… e sto utilizzando un eufemismo.

Ultima cosa, ma questa è un’osservazione legata ai miei interessi: il romanzo si autodefinisce “un thriller alchemico-esoterico”, ma non è né l’una cosa né l’altra: non è un thriller perché non ha il passo e la tensione del thriller, essendo piuttosto una commedia gialla piuttosto blanda.
E non è alchemico-esoterico perché, se pure parla a lungo di logge massoniche e appartenenze varie, non ha contenuti alchemico-esoterici, aggettivazione che si può attribuire solo a testi che per l’appunto propongono contenuti di tipo evolutivo-alchemico-esistenzial-spirituale, se cogliete la differenza.

Se dovessi descriverlo a chi non lo avesse letto rapportandolo a testi più famosi, direi di sicuro Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Umbero Eco… ma Il volo del pellicano non ha né la carica da thriller d’azione del primo, né la sapienza erudita del secondo, di cui sembra per l’appunto la versione popolana… e anche qui sto usando un eufemismo.

Paradossalmente, la parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la ricca appendice storico-biografica sui vari personaggi appartenenti al gruppo dei Rosa Croce… che peraltro è anche scritta meglio del romanzo: che l’autore abbia più talento da saggista che da narratore?
Ad ogni modo, è proprio l’appendice che solleva un poco la valutazione dell’opera, che altrimenti sarebbe stata più bassa.
In merito, tuttavia, emergono varie perplessità sulle ipotesi relative ai quadri, ma questo lascia il tempo che trova, e per l’appunto si è nel campo delle ipotesi.

Insomma, si sarà capito: in generale non ho gradito molto Il volo del pellicano, che al contrario mi è risultato non interessante per quasi tutta la sua non irrilevante durata (parlo ora del romanzo, ossia l’opera vera e propria)… e nel dir questo sono anche dispiaciuto per l’autore, Giovanni Francesco Carpeoro, che senza dubbio lo ha scritto con impegno e passione, cosa evidente. E, lo ripeto casomai la cosa possa essere utile come consiglio, molto meglio la parte saggistica di quella narrativa.

Fosco Del Nero


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Titolo: Strega di classe (Witch week).
Scrittore: Diana Wynne Jones.
Genere: fantasy, commedia.
Editore: Salani.
Anno: 1982.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Quest’oggi ci tuffiamo in un fantasy ricco di magia e colpi di scena: Strega di classe di Diana Wynne Jones.

Come prima cosa, un commento sull’autrice: di Diana Wynne Jones avevo già recensito, e piuttosto bene, un romanzo, ossia Il castello errante di Howl, da cui lo Studio Ghibli e Miyazaki avevano tratto l’eccellente film d’animazione omonimo.
Un ottimo biglietto da visita, dunque.

Tra l’altro, Il castello errante di Howl è il primo libro di una serie di tre libri, così come Strega di classe fa parte a sua volta di una serie, quella di Chrestomanci, ma non ne costituisce il primo libro, bensì il quarto su cinque.
Poco male, comunque, giacché il romanzo si legge benissimo individualmente, tanto che Chrestomanci non è nemmeno uno dei protagonisti e appare solo a fine storia. Evidentemente si tratta di una serie con romanzi a sé stanti, uniti solo nell’ambientazione.

Ecco in sintesi la trama di Strega di classe: siamo in un mondo molto simile al nostro, tranne che per un particolare: la magia esiste, e i maghi (qua chiamati tutti streghe, al femminile, anche i maschi, scelta di traduzione affatto felice) sono stati dichiarati fuorilegge da alcuni secoli. Precisamente, fin dal 1600, con la caccia alle streghe divenuta nel corso del tempo affare collettivo, fatto anche di segnalazioni, denunce… e roghi finali gestiti dall’Inquisizione.
I protagonisti sono dei bambini-ragazzini, e precisamente gli alunni della 2Y della scuola Larwood House, classe all’interno della quale si sospetta che vi sia una strega: un biglietto anonimo denuncia il fatto e da qui parte una sorta di investigazione generale, con tanto di accuse generali, da parte di alunni e professori.
La candidata più accreditata è Nan Pilgrim, la quale peraltro è discendente della famosa strega Dulcinea Wilkes, ma anche Charles Morgan, col suo sguardo cattivo, è un serio candidato. E non sono i soli candidati, si scoprirà…

Strega di classe è un libro curioso: intanto, anticipa l’ambientazione di classe magica che poi Harry Potter ha portato alla fama internazionale.
Inoltre, pur trattando di magia, non ne abusa, e anzi non la usa quasi per niente: essenzialmente, il romanzo ha connotati più sociali e psicologici che “magici”.

Globalmente, il testo si fa leggere bene e volentieri, ed è ben tratteggiato nei personaggi e nei dialoghi…
… tuttavia, gli manca qualcosa, un’aria più ampia ed epica che ne avrebbe fatto un libro importante al posto di un gradevole divertissement.

Almeno, questa è la mia impressione: insomma, rimanendo su Diana Wynne Jones, a Strega di classe avevo preferito Il castello errante di Howl, che viceversa ha proprio quell’aria di epicità e di ampiezza di cui parlavo.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’orribile karma della formica (Mieses karma).
Scrittore: David Safier.
Genere: comico, sentimentale, fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2007.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


L’orribile karma della formica mi è capitato in mano per caso (l’ho trovato in edizione italiana in uno scaffale di un ristorante nepalese nel sud dell’India... più caso di così), e dato il titolo interessante e le buone recensioni che avevo visto su Amazon ho deciso di leggerlo.

E ho preso una buona decisione, devo dire, dal momento che le recensioni erano veritiere.

Parto subito con la trama sommaria (molto molto sommaria): Kim Lange è una conduttrice televisiva tedesca di grande successo, candidata peraltro a un importante premio. La sua vita è teoricamente perfetta: grande professionista, il lavoro va alla grande, e ha una bella famiglia, composta dal premuroso marito Alex e dalla giovane figlioletta Lilly.
Vi sono però due pericoli in agguato: il fascinoso collega Daniel e il karma…
… con quest’ultimo che la trascinerà, dopo la morte e la successiva reincarnazione, in numerose vite non umane: formica, porcellino d’India, cane, etc.

Va da sé che una trama così surreale non poteva che prestarsi a un romanzo umoristico, e difatti è così, con l’elemento humor che supera persino l’altro elemento centrale della storia, ossia amore e affetto materno, con il chiodo fisso di Kim di tornare dalla figlia Lilly… in qualche modo.

Dico subito una cosa: chi si aspetta da L’orribile karma della formica, oltre a una commedia brillante-umoristica, anche una trattazione fedele dei principi del karma e della reincarnazione verrà grandemente deluso: lasciate proprio perdere l’idea che il testo abbia una qualche valenza esistenziale, dal momento che non solo non la ha come energia di fondo, ma non rispetta minimamente il principio del karma.
Rinunciate dunque all’idea di avere tra le mani un testo utile in quel senso (su Amazon ho letto commenti di persone rimaste deluse da quel punto di vista).

Se non avete aspettative in quella direzione, quel che vi rimane in mano è un romanzo che propone uno spunto di fondo originale, e che procede a vista con un umorismo davvero spiccato, tanto nelle situazioni quanto nel dialogo, e che anzi struttura persino capitoli e capoversi in funzione dell’umorismo.

In questo senso, non mi ha affatto stupito il successo de L’orribile karma della formica, nonché degli altri romanzi di David Safier: la brillantezza c’è, il ritmo anche, e pure un certo senso del grottesco e del curioso che non fa mai male.

Insomma, L’orribile karma della formica è promosso con una buona valutazione… poi dipende da voi gradire o meno una certa storia o un certo senso dell’umorismo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Saltatempo.
Scrittore: Stefano Benni.
Genere: fantastico, commedia, drammatico.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 2001.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Su Libri e Romanzi sono già passati cinque libri di Stefano Benni, ossia  Terra!EliantoIl bar sotto il mareBar sport La compagnia dei Celestini.

Va da sé che si tratta di uno scrittore che apprezzo molto, e che con oggi è giunto alla sua sesta presenza nel blog: arriva difatti la recensione di Saltatempo, romanzo del 2001.

Come sempre, siamo alle prese con una trama avente tre elementi spiccatamente presenti:
- l’elemento immaginifico, anche se meno forte rispetto a Terra!, per citare il primo libro di Benni che ho letto,
- l’elemento umoristico, con Benni che come sempre non risparmia scene e immagini divertenti,
- la grande ricchezza linguistica, e stavolta Benni ha potuto attingere anche all’elemento paesano-popolare, data l’ambientazione campagnola della storia, esibendosi in contorsionismi linguistici mica da ridere (o meglio, proprio da ridere, ma ci siamo capiti).

Ecco in breve la storia di Saltatempo: Saltatempo è un ragazzino che vive in un paese in campagna dell’Italia degli anni "50-60, che un giorno riceve in dote il dono dell’orobilogio, sarebbe a dire un orologio biologico che ogni tanto lo porta avanti nel tempo, di anni o di decenni, e gli mostra come sono finite le persone che in quel momento ha davanti.
O anche cosa stanno facendo in quel momento delle persone lontane cui lui sta pensando, ma il tutto rigorosamente in modo non volontario: ossia l’orobilogio parte quando vuole lui, e Saltatempo – prima di allora detto Lupetto – non può far altro che guardare.

Orobilogio a parte, che alla fine si riduce ad essere un elemento di contorno della storia, il lettore vive la vita del ragazzino, accompagnandolo lungo svariati anni della sua vita, da quando era piccolo fino ai vent’anni, tra speranze, progetti di vita, amori, eventi del paese, amici e conoscenti, compreso ovviamente il periodo di forte cambiamento dell’Italia di allora, dando al tutto un vero e proprio sapore di romanzo di formazione.

Ad aumentare il tasso immaginifico della storia, oltre all’orobilogio abbiamo le varie divinità che il ragazzo vede-incontra ogni tanto, e che fanno da sfondo al narrato… che comunque rimane narrato principale, con le gioie e i dolori della vita del ragazzo.
Un ragazzo normale, tutto sommato (a parte le visioni del futuro e delle divinità, s’intende), un po’ originale ma comunque decisamente più equilibrato di tanti suoi coetanei e compaesani, e che non si fatica affatto a prendere in simpatia…

… tanto che alla fine del libro si ha quella sensazione tipica di quando si finisce un ottimo libro: ti dispiace e già i personaggi ti mancano un po’. Il che è la prova principale di una buona riuscita di un’opera di narrativa.

Certo, Saltatempo non ha la medesima verve e originalità di Terra! o di Elianto, ma in compenso ha un tono più intimo, più dolce se vogliamo, e si fa leggere volentieri… una volta superato un inizio forse non eccelso, tanto che in passato lo avevo preso in mano una volta, leggendo le prime pagine (o decine, non mi ricordo), salvo poi rimetterlo da parte in attesa di tempi più ispirati.

In conclusione, Saltatempo è l’ennesima buona opera di Stefano Benni, uno scrittore che davvero può dire di essere tale, al di là poi del singolo libro, che può piacere di più o di meno al singolo lettore.

Fosco Del Nero


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Titolo: Tartarughe divine (Small gods).
Scrittore: Terry Pratchett.
Genere: fantasy, commedia.
Editore: Mondadori.
Anno: 1992.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Finora di Terry Pratchett ho recensito tre libri, ossia Il colore della magia, La luce fantasticaA me le guardie!, segno che si tratta di uno scrittore che gradisco.
Difatti, apprezzo molto la commistione tra fantasy e umorismo, connubio in grado di poter offrire divertimento e satira di un certo livello… naturalmente in mano a un autore come si deve.

E Terry Pratchett certamente lo è, e anzi tale connubio porta praticamente la sua firma, essendo il più famoso rappresentante di tale sinergia.

D’altronde, il successo dei suoi romanzi e dei suoi cicli (Il ciclo di Scuotivento, Il ciclo delle streghe, Il ciclo di Morte, Il ciclo delle guardie, senza contare romanzi sparsi come Maledette piramidi) parla da solo e testimonia qualità e gradimento da parte di un largo pubblico.

Diciamo che Terry Pratchett ha fatto per il fantasy quello che Douglas Adams ha fatto per la fantascienza, inserendovi umorismo e ironia in grande quantità.

Tuttavia, devo dire che da Tartarughe divine mi attendevo qualcosa in più, un po’ per la fama dell’autore, un po’ per la fama positiva del romanzo, e un po’ perché l’ambientazione prometteva parecchio: le religioni, Dio, l’inquisizione, etc.
Insomma, sembravano esserci tutte le premesse per un Pratchett scintillante.
E invece vi ho trovato solo un Pratchett discreto.

Per carità, il romanzo è scritto bene, i dialoghi spesso sono ficcanti, e l’ambientazione è discreta…
… però manca qualcosa a livello di qualità e di ispirazione, col libro che sembra un buon lavoro di compilazione, ma non l’opera originale e brillante che avrebbe potuto essere.
Se nei dialoghi abbondano umorismo e ironia, però manca lo scintillio della vera ispirazione. Peccato.

Ad ogni modo, ecco la trama sommaria di Tartarughe divine: siamo ovviamente nel Mondo del Disco, un mondo tondo e orizzontale che si muove nell’universo sopra il dorso di una tartaruga gigante.
Tuttavia, la religione dell’Omnianesimo sostiene invece che il mondo sia tondo e che si muova intorno al Sole, e considera l’idea della tartaruga una bestemmia eretica degna del rogo.
Questo è per l’appunto l’obiettivo della Quisizione, e in particolare del potente diacono Vorbis: uccidere tutti coloro che non credono che il mondo sia sferico.
Brutha, giovane novizio senza particolare intelligenza, e con l’unica dote di una memoria prodigiosa, si troverà suo malgrado in mezzo alle questioni della Quisizione, nonché di eretici e filosofi vari.

Nel complesso Tartarughe divine è vivace e gradevole, e le sue 300 pagine e rotti si leggono abbastanza volentieri… tuttavia come detto mi attendevo una qualità superiore di una o due tacche, e che le suddette 300 pagine sarebbero scivolate via in due o tre giorni, cosa che non è stato.
Comunque, rimane la stima per Terry Pratchett, di cui certamente leggerò qualcos’altro in futuro.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il cielo ti cerca (Hypnotizing Maria).
Autore: Richard Bach.
Argomenti: narrativa, esistenza.
Editore: Rizzoli.
Anno: 2009.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Avevo già letto due libri di Richard Bach: uno era ovviamente il celebre Il gabbiano Jonathan Livingston, mentre l’altro era Illusioni, meno famoso ma comunque bello e ispirante.

Oggi arriva il terzo libro: Il cielo ti cerca, che poi è anche l’ultima produzione dell’autore americano, essendo datata 2009.

Bach è noto sia per i contenuti esistenziali, sia per le sue metafore sul volo… e manco a dirlo entrambi tali fattori sono presenti anche ne Il cielo ti cerca.

Il protagonista della storia è Jamie Forbes, pilota e istruttore di volo, che un giorno si interroga sul potere della mente e dell’ipnosi, argomento sul quale ha un’antica esperienza personale piuttosto sconvolgente, ad opera di un certo Blacksmith, ipnotizzatore di professione.

Anni dopo, incontrerà tale Dee Hallock, una donna che sta viaggiando per gli Stati Uniti facendo l’autostop e che sembra sapere parecchio sulla mente umana.

A quanto gli dirà la donna si aggiungerà quanto gli dirà la sua voce interiore, con Jamie che, tra un volo e l’altro, va a interrogarsi sulla realtà dell’uomo e sul potere della mente di determinarla…

… tanto che si toccheranno argomenti estremi come la morte e l’immortalità.

Nel complesso, Il cielo ti cerca non mi è dispiaciuto, tanto che l’ho letto velocemente (è relativamente breve, comunque, quindi si legge in fretta), ma ad essere onesto gli ho preferito sia Il gabbiano Jonathan Livingston che Illusioni.

Comunque, Richard Bach si conferma autore validissimo.

Fosco Del Nero


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Titolo: Redwall (The Redwall abbey company).
Scrittore: Brian Jacques.
Genere: fantasy, avventura, commedia.
Editore: Mondadori.
Anno: 1986.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Alla ricerca di un libro di narrativa da leggere, mi sono imbattuto in un volume dall’aria un po’ malridotta, cui certamente hanno contribuito i miei gatti dati gli evidenti segni di artiglio in una parte della copertina: il libro suddetto era Redwall di Brian Jacques… che non mi ricordavo di avere e nemmeno mi ricordavo cosa fosse o quando me lo ero preso.

Peraltro, il leggere che era un’avventura per ragazzi con protagonisti dei topi (dei topi... un discreto coraggio da parte dell'autore) non deponeva troppo a suo favore, ma seguendo l’istinto l’ho preso e l’ho iniziato.
E anche finito in tempi piuttosto brevi, visto che mi è piaciuto abbastanza.

Partiamo subito con la trama: Redwall è un’antica abbazia retta da un ordine di topi monaci dediti a una vita pacifica e alla cura delle creature del bosco in difficoltà. Il bosco si chiama Fiormuschiato e come ovvio ospita un gran numero di creature, di ogni tipo, dai topiragno ai gufi, passando per lepri, ermellini, donnole, passeri, etc.

A reggere l’abbazia c’è un abate (beh, ovvio), con tutto l’ordine a seguito: guerrieri, studiosi, cuochi, infermieri, e via discorrendo.

Fin qui, tutto bene: i problemi iniziano quando un famoso ratto predone, Cluny il flagello, decide di impossessarsi dell’abbazia con il suo esercito di ratti e altri animali. Ciò costringerà i pacifici topi di Redwall a ingegnarsi per difendere il loro piccolo regno, aiutati in questo anche da un tasso, una lepre, diversi scoiattoli, dei ghiri… e anche da altri animali, portati alla causa man mano.

Redwall è un libro che si fa leggere volentieri; il target giovanile si nota, nella semplicità della sintassi e anche nella relativa semplicità della trama, ma quel che c’è è fatto molto bene, e tutto è permeato da un’aria gioviale, positiva e da valori come il rispetto, la fratellanza, l’amicizia.

Anzi, in questo senso non esito a dire che sono queste le compagnie che dovrebbero avere i piccoli, in quanto da un lato divertenti e dall’altro lato formative e positive.

Con tutto che il libro non è breve, con le sue 300 pagine piene, ma, come detto, scorre via piacevole e veloce… tanto da aver avuto successo oltre le attese e da aver generato una saga di ben dieci romanzi.

Insomma, bravo Brian Jacques.

Fosco Del Nero


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Titolo: City (City).
Scrittore: Alessandro Baricco.
Genere: commedia, drammatico, surreale.
Editore: RCS - Superpocket.
Anno: 1999.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.



Avevo a casa da oramai molto tempo City di Alessandro Baricco, acquistato tanti anni fa nell’edizione Superpocket, che riuniva in una sola collana libri di molti generi, narrativa e saggistica, fantasy e horror, commedia e drammatici, accomunati da un unico elemento, che poi dovrebbe essere l’elemento cui dare maggior attenzione: la qualità del libro.

Non a caso, in quella collana figuravano ottimi libri come La storia infinita di Michael Ende, Il nome della rosa di Umberto Eco, A volte ritornano di Stephen King, L’enigma del solitario di Joseph Gaardner, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig, Ballata di ogni donna di Erica JongIn Asia di Tiziano Terzani.

L’ultimo che mi sono letto della suddetta collana è L’enigma del solitario, che avevo comprato anch’esso molti anni fa ma che mi sono letto solo di recente… trovandovi l’ennesimo libro di grande qualità.

A questo punto mi sono deciso a “far fuori” anche gli altri libri della collana che non avevo letto, partendo da City di Baricco, che a dire il vero al tempo iniziai a leggere, salvo poi metterlo da parte perché l’inizio non mi aveva convinto.

Ci ho riprovato adesso con più convinzione, ma purtroppo con gli stessi risultati, e City, che stavolta ho letto tutto, non mi è piaciuto per niente.

Intanto, lo stile di scrittura di Baricco non fa per me: troppo spezzettato, troppo scoordinato, pieno di dialoghi non credibili, per quanto a tratti divertenti.
Ma sarei anche passato sopra lo stile, che in fondo è personale, se il romanzo avesse avuto una trama più corposa e profonda, e invece da un lato, per quanto riguarda la storia principale, gioca per buona parte su cliché e personaggi stereotipati (il padre lontano, il figlio genio incompreso con qualche problema, la ragazza con un vuoto interiore, etc), mentre dall’altro lato, per quanto riguarda le storie accessorie, non è che interessi e convinca più di tanto, né sul versante boxe né sul versante western.

Il finale, poi, mi ha convinto ancora meno, davvero scialbo… e peraltro ci ho messo un po’ ad arrivarci, pur essendo il libro non troppo lungo (invece L’enigma del solitario me lo sono divorato, per fare un raffronto recente, e ci ho messo di meno pure per Impronte degli Dei di Hancock, lungo 700 pagine!).

A mio modo di vedere, ovviamente, e peraltro sono sicuro che il modo di scrivere di Baricco piaccia a molti, giacché si tratta di uno scrittore affermato.
E che peraltro è stato inserito in una collana dalla qualità media molto alta, per cui qualcosa di buono avrà certamente.

Diciamo allora che è qualcosa che a me non serve, tanto che la cosa che mi è piaciuta di più di City è la copertina.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’enigma del solitario (Kabalmysteriet).
Scrittore: Jostein Gaarder.
Genere: surreale, psicologico, esistenziale.
Editore: Tea.
Anno: 1990.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Avevo acquistato L’enigma del solitario di Jostein Gaarder tanti anni fa, quando ero ragazzino e ogni tanto acquistavo uno dei volumi economici della serie Superpocket.
Tuttavia, lo avevo messo da parte senza mai leggerlo, fino ad ora.

Ebbene, mi sono trovato davanti un libro eccellente, davvero una bella sorpresa per me che non avevo mai letto nulla di Jostein Gaarder, autore pur famoso per via di libri come Il mondo di Sofia o questo stesso L’enigma del solitario, scritto nel 1990 e etichettato spesso come romanzo filosofico, non senza ragioni.

Ma partiamo dalla struttura narrativa, che vede due storie andare avanti parallele, per poi incrociarsi in modo davvero brillante e impeccabile: una storia è quella di Hans-Thomas e di suo padre (che il bambino chiama “pater”, giusto per sottolineare da subito la natura impegnata del teso), i quali partono dalla Norvegia per andare alla ricerca della madre-moglie, che li aveva abbandonati anni prima per poi finire a fare la modella in Grecia.
La seconda storia è invece una storia di panettieri, di nani, di libri nel panino, di lenti d’ingrandimento ricavate da vasi di pesci, di gazzosa purpurea, di isola misteriosa… e di mazzi di carte, jolly soprattutto.

Al di fuori dei dettagli narrativi, invece (raramente così importanti, peraltro), L’enigma del solitario è un romanzo di formazione, che fisicamente passa per mezza Europa, Italia compresa (Venezia, Como, etc), e che interiormente attraversa praticamente ogni personaggio della vicenda: non solo il piccolo-grande Hans-Thomas, non solo suo padre, non solo sua madre, ma praticamente tre generazioni di panettieri. Anzi, tre e mezza.

Tra l’altro, non solo la cornice (la struttura del romanzo) è davvero bella, non solo è bello il dipinto (la storia), ma anche lo stile narrativo è ineccepibile, così come il ritmo della narrazione, veloce al punto giusto, e con capitoli che si bevono uno dietro l’altro, complice anche la relativa brevità. 

Insomma, tra una cosa e l’altra, davvero difficile non appassionarsi a L’enigma del solitario di Jostein Gaarder, nonché non ammirare alcune trovate, come l’indice dei capitoli, uno per ogni carta del mazzo di carte.
Anzi, l’etichetta di “romanzo filosofico” è persino riduttiva per il codesto testo, giacché rischia di sviare il potenziale lettore su un aspetto teorico-mentale, mentre la storia possiede proprio una valenza formativa, di crescita personale… dei protagonisti, e forse anche del lettore.
In conclusione, Jostein Gaarder è promosso a pieni voti e candidato a future letture.

Fosco Del Nero


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Titolo: Sull’isola misteriosa - Detectives Club 4 (The mystery squad and the whistling teeth).
Scrittore: Martin Waddell.
Genere: librogame, investigativo, umoristico.
Editore: E. Elle.
Anno: 1984.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Ed ecco il quarto e conclusivo libro della serie di librogame Detectives Club: dopo Il messaggio del mortoL’antiquario, e Mister Mezzanotte, arriva anche Sull’isola misteriosa, che chiude questa breve serie di librogame (questione linguistica: meglio scrivere librogame o librigame?), che si è caratterizzata per tre motivi: il formato davvero mini (da ragazzino li evitavo proprio perché la grande brevità me li faceva apparire meno convenienti di altri nel rapporto quantità-prezzo!), il genere investigativo umoristico, nonché i tanti disegni, in primis le famose torte in faccia nel caso di scelte particolarmente tonte.

Devo dire intanto che la serie mi è sembrata in tendenza negativa: dopo i primi due volumetti interessanti, certo non dei capolavori ma comunque originali e divertenti, il terzo e il quarto hanno tirato un po’ i remi in barca… e la metafora non è usata a caso, visto che in questo quarto libro si va anche in barca, come facilmente evincibile anche dal titolo dell’avventura.

Siamo sempre in compagnia dei quattro piccoli detective: Casey, James, Bodger e Fagiolina, nonché delle numerose avventure investigative che capitano loro, facilitati in ciò anche dal lavoro di poliziotto del padre di Casey, che fornisce loro, pur se involontariamente, del materiale su cui lavorare.
Stavolta, peraltro, è in pericolo proprio il padre di Casey, e i quattro saranno alle prese con un misterioso gruppo di sommozzatori, nonché con un’isola misteriosa e anche un po’ inquietante… 

Lo schema del librogame è il medesimo delle precedenti avventure: tra indizi verbali e indizi visivi il lettore dovrà intuire la via migliore (anzi, l’unica) e portare a compimento la storia con il punteggio più alto possibile, per poi verificare se è un novello Sherlock Holmes o un investigatore alle prime armi.

Va da sé che la componente investigativa è solo una delle anime del librogame, accanto a quella umoristica, che anzi è preponderante data l’atmosfera della storia, ragion per cui, nel complesso, i libri di Detectives Club risultano tutti gradevoli e leggeri, praticamente innocui, e anzi assai adatti a bambini e giovanissimi.

Nel complesso, Detectives Club non è certamente la serie di librogame più famosa e apprezzata in assoluto, ma comunque ha fatto la sua piccola parte durante il "fenomeno librogame” degli anni "80 e "90.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il paradiso degli orchi (Au bonheur des ogres).
Scrittore: Daniel Pennac.
Genere: commedia, drammatico, giallo, grottesco.
Editore: Feltrinelli.
Anno: 1985.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Anni fa un amico, sapendo che mi piaceva molto Stefano Benni (di cui ho letto Terra!, Elianto, La compagnia dei Celestini, Il bar sotto il mare, Bar sport), mi aveva consigliato di leggere i libri di Daniel Pennac, che a suo dire somigliavano parecchio all’autore italiano.
Così, presi un suo libro a caso: Il paradiso degli orchi

… la cui quarta di copertina è in effetti scritta dallo stesso Benni, segno che il mio amico non diceva fandonie.

Tuttavia, quando anni fa iniziai a leggerlo, non mi prese e lo misi da parte.
Ho riprovato ora, con risultati un po’ migliori, anche se non trascendentali.

Iniziamo da cosa non ho gradito: lo stile di scrittura molto scarno, quasi telegrafico, con tante frasi brevissime, spesso composte da soli sostantivi e aggettivi, senza verbi. Ovviamente è una scelta stilistica, e ogni autore si sceglie il suo stile, ma di mio non ho gradito molto questo stile di Pennac.

Il libro, pur non lunghissimo (200 pagine), ci mette un po’ a decollare, e anzi nelle prime pagine si presenta ostico, un po’ per lo stile scarno di cui sopra e un po’ per i tanti personaggi e nomi introdotti: insomma, ci ho messo un po’ ad orientarmi… e quasi quasi mollavo anche stavolta!

Un’altra cosa che non mi ha convinto troppo è il finale; un po’ confuso, un po’ improvvisato, poco convincente. Altra cosa: non amo le tematiche drammatiche e pesanti, e qua tra omicidi e pedofilia tecnicamente si sarebbe in pieno dramma... se non fosse che Pennac la butta tutta sull’ironia e sul grottesco, cosa che praticamente impedisce di prendere la storia sul serio.

Nel complesso Il paradiso degli orchi non mi è dispiaciuto: superato l’empasse iniziale, il libro prende velocità, e tra Malaussène, la sorella Clara, la “zia” Julia, il cane Julius e tutto l’ambaradan che vi è intorno, è difficile annoiarsi.

Da cui la valutazione più che sufficiente.
E anzi devo dire che alcune battute o scene fulminanti mi hanno fatto ridere non poco.
Tuttavia, il libro ha dentro un’energia un po’ bassa, tra la tematica della pedofilia e le bruttezze della vita del protagonista, che mi impedisce di assegnargli una valutazione maggiore.
Insomma, dal confronto è uscito vincitore Benni, più fanciullesco e fantasioso, e con dei contenuti umani a mio avviso maggiori.

Fosco Del Nero


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Titolo: Cross roads (Cross roads).
Scrittore: Paul Young.
Genere: surreale, spiritualità, commedia, drammatico.
Editore: Verdechiaro Edizioni.
Anno: 2012.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Ho preso in mano Cross roads come romanzo di narrativa spirituale, aspettandomi qualcosa sul genere de La profezia di Celestino di James Redfield, o de L’alchimista di Paulho Coelho, anche per via del grande successo internazionale del precedente libro di Paul Young, Il rifugio, capace di vendere 18 milioni di copie nel mondo.

Tuttavia, ho dovuto cambiare target in corsa: in realtà Cross roads non ha contenuti di tipo spiritual-esistenziale, ma più semplicemente è un romanzo di formazione piuttosto immaginifico… e persino tendente all’umoristico.

E, se dal punto di vista “spirituale” mi ha deluso, nel senso che proprio non c’era trippa per gatti, dal punto di vista narrativo viceversa mi ha convinto abbastanza: l’inizio è un po’ lento, ed anzi pesantuccio, però dopo un centinaio di pagine il libro cambia marcia, e diviene decisamente più scorrevole e divertente.

Certo, avendo messo come personaggi Gesù e lo Spirito Santo, e facendoli parlare, Paul Young si dimostra un poco pretenzioso, giacché per far parlare un Gesù o un Buddha occorre un livello evolutivo da maestro illuminato, ma lasciando perdere questo dettaglio e rimanendo sul piano meramente narrativo, nel complesso Cross roads funziona e intrattiene bene, tanto che le 280 pagine totali si leggono abbastanza in fretta…

… perlomeno, se si persiste a leggere dopo le prime decine di pagine un po’ pesantucce e noiosette. 

Se si resiste e si va avanti, ci si trova tra le mani un romanzo che, pur proponendo molti temi in teoria drammatici (conflitti umani, morte, malattie, etc), in realtà ha un’anima da commedia, e che, grazie a una trovata piuttosto brillante dell’autore (il protagonista della storia che passa da persona a persona come presenza dentro la mente), propone numerosi spunti di divertimento.

In questa direzione, ossia romanzo di intrattenimento con spunti immaginifici, Cross roads è considerabile un buon libro, mentre dal lato spiritual-evolutivo-esistenziale la valutazione sarebbe decisamente più severa.

Detto ciò, e sapendo ciò, voi come sempre andate verso ciò che vi ispira…

Fosco Del Nero


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Titolo: Con un po’ di magia (A snicker of magic)
Scrittore: Natalie Lloyd.
Genere: commedia, fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2014.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Nuovo giro, nuova corsa su Libri e Romanzi.
Il libro che propongo quest’oggi è una sorpresa: Con un po’ di magia, di Natalie Lloyd.

È stata una sorpresa, lieta fortunatamente, perché mi è stato regalato, e l’ho letto praticamente alla cieca, senza sapere di esso nulla se non il titolo e la copertina, che vede una bambina volare sopra una città appesa ad un gruppo di palloncini, ciò che ben illustrava la natura adolescenziale e magia del romanzo.

Le due frasi in quarta di copertina servivano ugualmente a inquadrare bene il testo.
La prima è un estratto del libro e recita così:
“Le tue parole contano più di quel che pensi. Non sprecarle mai, piccola mia.”

La seconda, invece, è un commento al libro, e dice così:
“Alcune persone collezionano figurine. Altre francobolli.
Felicity colleziona parole. Parole magiche.”

E con ciò il libro sarebbe anche ben sintetizzato, ma per fare una recensione più corposa andiamo a tratteggiare la trama di Con un po’ di magia: Felicity Pickle vive con la madre Holly e la sorellina Frannie Joe una vita da girovaga, assecondando la natura vagabonda della madre, che cresce le figlie da sola perché il marito-padre Roger le ha da tempo abbandonate.

Qualcosa cambierà, però, quando le tre torneranno nel loro paese di origine: la cittadina di Midnight Gulch, famosa per aver ospitato in passato alcuni grandi maghi, in primis i fratelli Threadbare

Insieme al nuovo amico Jonah, ma anche alla zia Cleo e allo zio Boone, Felicity dipanerà la matassa di una storia antica, che, tra magie e maledizioni, coinvolge non solo la sua famiglia, ma praticamente tutto il paese.

Il romanzo di Natalie Lloyd è di chiaramente una commedia, e destinata peraltro alla giovane età, però è uno di quei libro che attraversano le varie età trasversalmente, tanto da poter esser letto da una madre al suo bambino, quanto da poter essere gustato da un adulto per i suoi contenuti poetici ed evocativi.

In effetti, se c’è un po’ di magia a Midnight Gulch, ce n’è anche in questo libro, a cominciare dal titolo, in effetti piuttosto fedele a quanto si troverà dentro.

Delicato, divertente e anche con un intreccio interessante: questo è in sintesi Con un po’ di magia, uscito peraltro proprio nel 2014, e quindi assai recente.
Natalie Lloyd promossa a pieni voti.

Fosco Del Nero


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