Titolo: Tito di Gormenghast (Tito of Gormenghast).
Scrittore: Mervin Peake.
Genere: surreale, commedia.
Editore: Adelphi.
Anno: 1946.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Dopo un’abbuffata di George Martin (non ancora terminata, visto che manca la recensione dell’ultimo libro delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco), cambiamo scrittore e genere, in modo marcato peraltro.
Il libro oggetto di questa recensione difatti è Tito di Gormenghast, di Mervin Peake.

Peake è uno scrittore inglese che deve la sua fama (notevole nei paesi anglosassoni, riservata a una nicchia di appassionati qua da noi) proprio al ciclo di Gormenghast, composto dai tre libri Tito di Gormenghast, Gormenghast e Via da Gormenghast.

Tra l’altro, Mervyn Peake, vissuto tra il 1911 e il 1968, fu anche un poeta e un pittore-illustratore; sono rimaste famose le sue illustrazioni di alcuni classici della letteratura, come Alice nel paese delle meraviglie o Lo strano caso del dr. Jekyll e di mr. Hyde.

Alcuni accostano Peake al genere fantasy, ma evidentemente si tratta di persone che non si intendono molto di letteratura fantastica, visto che a Tito di Gormenghast (ma presumo anche agli altri due libri della saga) manga la componente magico-immaginifica che lo iscriverebbe a buon diritto nel genere suddetto.

Più precisamente, il romanzo è permeato da una perenne atmosfera surreale, che oscilla tra l’ambientazione goticheggiante e la prosa barocca dello scrittore, che anzi colpisce per un vocabolario e un manierismo espressivo incredibilmente ricco.
Lo dico chiaramente: di rado in passato mi è capitato di avere di fronte un lessico e una costruzione linguistica così ben congegnati, e la cosa onestamente mi ha fatto molto piacere, e questo in barba ai principi di scrittura efficace che propugnano uno stile di scrittura essenziale e ridotto.

Altra cosa che molti manuali del settore consigliano è la presenza di un protagonista principale, e di una “mission” ben precisa, ambo cose che mancano in Tito di Gormenghast, romanzo che non propone un punto di vista dominante, e che, soprattutto, non presenta una trama in senso classico: buoni contro cattivi, eroe positivo che deve raggiungere un certo risultato, etc.

Mervyn Peake difatti non ci porta alcun protagonista centrale, nessun “buono”, ma semplicemente un lotto di personaggi tutti ottimamente caratterizzati, da Lisca al conte Sepulcrio, da Ferraguzzo a Fucsia, da Sugna a mamma Stoppa, dalle gemelle Cora e Clarice fino al dottor Floristrazio (il mio preferito in quanto a modo di parlare, a tratti irresistibile!).

Il ritmo della narrazione è lento: parte lento e lento rimane, e questo sempre in barba ai principi di scrittura efficace, ma procede con una sua forza interna, costante e inesorabile, tanto che si arriva abbastanza agilmente a leggere la pagina numero cinquecentoquarantasei che conclude la storia, anche grazie a un tono leggero e pervaso da un umorismo vivace, non generato da battute e motteggi, ma da tutto il contesto di Gormenghast, luogo in cui sembra davvero di stare durante la lettura del romanzo.

In tal senso, Tito di Gormenghast più che un romanzo in senso classico (introduzione, sviluppo personaggi e storia, epilogo finale) sembra più documentario verbale sul castello di Gormenghast e sulla stirpe dei De' Lamenti, oppure, se vogliamo cambiare arte, una sorta di affresco del suddetto mondo, realizzato con pennellate numerose e colorate (e certamente non è un caso che lo scrittore fosse anche un pittore).

In definitiva, Mervyn Peake mi è proprio piaciuto, e lo consiglio senza indugio agli amanti delle atmosfere surreali e della prosa ricca e sofisticata.

Fosco Del Nero


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