Titolo: L’isola del drago (Tehanu).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 1990.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


La recensione odierna è dedicata al romanzo L’isola del drago, quarto romanzo che Ursula K. Le Guin ha dedicato al famoso Ciclo di Terramare (Earthsea in inglese), saga che conta cinque romanzi, alcuni racconti e una ricca appendice, tutti inclusi nell’edizione italiana de La saga di Terramare, librone biblico di circa 1500 pagine.

La mia impressione sui romanzi di Ursula Le Guin è stata confermata: intanto essi hanno un sottofondo di stampo esistenziale, che, seppur non detto a parole, è presente come atmosfera di sfondo delle storie, e in secondo luogo ogni romanzo è dedicato a un grande tema-apprendimento esistenziale.

Se ne Il mago il tema era il confronto speculare con la propria zona d’ombra, ne Le tombe di Atuan era la dualità, e ne Il signore dei draghi era il servizio al mondo in contrasto contro l’ambizione personale, ne L’isola del drago il tema di fondo è il lasciar andare, il distacco.

Tema tanto evidente in quanto a portarlo avanti sono ambedue i protagonisti della storia: da un lato la rediviva Tenar, protagonista centrale de Le tombe di Atuan, ma poi solo nominata nel terzo romanzo della saga, e dall’altro il solito Falco-Ged-Sparviere, che, cessato di essere Arcimago, e persino cessato di essere mago, deve ora fronteggiare la sua nuova condizione di persona normale, mettendo da parte tutto il suo passato.

In questo senso, non c’è alcun dubbio che l’intenzione dell’autrice, nota peraltro per le sue storie dal sapore profondo ed interiore, fosse proprio quella di esplorare tale tematica: certo in modo letterario, e certo in stile fantasy, ma il punto è quello.

L’unica nota stonata, in tale percorso in cui Sparviere prima affronta il suo lato oscuro, poi cresce, e infine diventa maestro e insegnante, è il suo “passo indietro”: nella storia fantasy ovviamente ci sta, ma nel sottofondo esistenziale ci sta meno, laddove quando un maestro diventa tale, lo rimane per sempre, dal momento che evolutivamente e animicamente parlando non esistono passi indietro, ma solo in avanti.

Ma è un dettaglio, e peraltro un dettaglio da studioso di tematiche spirituali: rimanendo sul romanzo fantasy, abbiamo una storia piacevole e interessante, per quanto dura e cruda, per via dell’altro personaggio centrale, quella Therru così tanto bistrattata dalla vita, bambina picchiata, violentata, bruciata e salvatasi a malapena grazie all’intervento della dolce e materna Tenar, nel mentre divenuta madre e vedova (tema della dualità: energia femminile, per l’appunto, che in questo quarto romanzo si ricongiungerà con l’energia maschile di Ged, come anticipato perlomeno a livello invisibile ne Le tombe di Atuan).
Peraltro, mi attendo un’“esplosione” del personaggio di Therru nel quinto e ultimo romanzo della saga, I venti di Terramare, tra l’altro scritto a grande distanza temporale dal primo: ben trentatré anni… altro dettaglio a cui, volendo, si potrebbero attribuire significati nascosti.

Ma non esageriamo, e rimaniamo sulla storia: storia dura e tosta, e come le altre didattica e formativa, ragione in più per preferire questi romanzi e questa saga ad altri romanzi, fantasy o non fantasy che siano.

Nel caso, buona lettura.

Fosco Del Nero


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