Titolo: Tutto quello che so sull'amore l'ho imparato da Il Piccolo Principe (Lessons on loving in The Little Prince).
Scrittore: David Robert Ord.
Genere: saggistica, esistenza.
Editore: Sperling & Kupfer.
Anno: 2015.
Dove lo trovi: qui.


David Robert Ord è un autore non molto conosciuto in Italia (non lo conoscevo neanche io fino a poco fa), tuttavia egli è piuttosto famoso in America, e ha già al suo attivo svariati libri di buon successo.

Il suo ultimo lavoro è un testo di saggistica che prende le mosse da un famosissimo libro del passato: Tutto quello che so sull'amore l'ho imparato da Il Piccolo Principe.

Tale titolo rivela sia il libro cui si riferisce, ossia Il Piccolo Principe, sia i temi esistenziali-interiori del libro di David Robert Ord.

Il Piccolo Principe è un libro che ha colpito il cuore di tanti milioni di persone (e questi fenomeni non accadono mai per caso), senza dubbio perché ha contenuti che si rivolgono non solo alla parte bambina delle persone, ma anche alla loro parte interiore e profonda…

David Robert Ord lo riprende e illustra le metafore esistenziali che lo percorrono, disseminate in tutto il testo (il viaggio, il deserto, le matite colorate, il monarca, le bottiglie, il pianeta, la rosa, la volpe, il pozzo, etc) e inevitabilmente riferite all’elemento dell’amore (e quindi anche evoluzione personale). 

Ne vien fuori un testo di discreta lunghezza (ma non eccessiva) che riprende Il Piccolo Principe e lo analizza dal punto di vista simbolico ed essenziale-esistenziale, ciò che è senza dubbio un lavoro che interesserà a molte persone, sia a coloro che hanno amato il celebre libro di Antoine de Saint-Exupéry (datato 1943), sia a coloro che non lo conoscono ma che hanno sempre avuto la tentazione di andarlo ad esplorare, per così dire.

Insomma, se la cosa vi ispira, sapete dove cercare...

Fosco Del Nero


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Titolo: L’antiquario - Detectives Club 2 (The mystery squad and the artful dodger).
Scrittore: Martin Waddell.
Argomenti: librogame, commedia, investigativo.
Editore: E.L.
Anno: 1984.
Voto: 7.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Dopo essermi letto il primo librogame della serie Detectives Club, ossia Il messaggio del morto, mi sono letto il secondo, L’antiquario, il quale peraltro non ha nessuna connessione di trama con il suo predecessore, che lo è solo numericamente, dunque.

I protagonisti della storia sono gli stessi, ossia i quattro ragazzini componenti del Detectives Club (Casey, James, Fagiolina e Bodger, che poi è anche il narratore della storia), ma le avventure sono leggibili separatamente, senza nessun collegamento tra di loro.

Lo schema è rimasto identico al libro precedente: non si usano dadi, a differenza della quasi totalità dei librigame, mentre al contrario si usa di più la vista, normalmente non importante nei librigioco, visto che molti indizi vanno trovati proprio esaminando le immagini-illustrazioni. Mentre altri, viceversa, si trovano nascosti nel testo.

Nascosti non troppo bene, dovremmo dire, e difatti il livello di investigazione non è troppo impegnativo, ma comunque sufficiente a tener viva l’attenzione del lettore e a divertirlo tra una trovata e una torta in faccia.

L’avventura precedente vedeva i protagonisti del Detectives Club impegnati a risolvere un caso di falsificazione di denaro, mentre questa de L’antiquario li vede sgominare una banda di ricettatori di oggetti d’arte.

Anche le dimensioni del libro sono le stesse: i libri della serie Detectives Club si sono sempre distinti tra i libro game per essere tra i più sottili… ciò che, a dirla tutta, me li faceva discriminare a vantaggio di altri dal rapporto grandezza-prezzo più favorevole ai miei occhi di bambino-ragazzino, tanto che ai tempi praticamente ignorai questa serie, a vantaggio di altre più corpose sia nei singoli libri, sia nella lista di avventure.

Ma per certi versi feci male, visto che sia il primo libro che il secondo sono davvero carucci e divertenti: nulla di trascendentale e di indimenticabile, ma comunque figli di un’idea originale e di una realizzazione discreta, illustrazioni comprese.

E, anzi, forse ho gradito L’antiquario ancor più de Il messaggio del morto, suo predecessore.

Fosco Del Nero


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Titolo: Il popolo d’autunno (Something wicked this way comes).
Scrittore: Ray Bradbury.
Argomenti: fantastico, horror, drammatico.
Editore: Mondadori.
Anno: 1962.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Ray Bradbury è internazionalmente noto essenzialmente per due libri: Cronache marziane, raccolta di racconti di fantascienza, e Fahrenheit 451, uno dei romanzi di genere distopico più famosi in assoluto, quasi un trittico insieme a 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley.

Ora, se ho letto gli ultimi due libri citati (ossia, quelli non di Bradbury), i primi due (ossia quelli di Bradbury) non li ho letti… ma in compenso ho già letto la raccolta di racconti Viaggiatore del tempo nonché visto la conversione cinematografica di Fahrenheit 451... nonché la conversione cinematografica del romanzo che propongo oggi: il libro si intitola Il popolo d’autunno, mentre il film da esso tratto Qualcosa di sinistro sta per accadere.

Il popolo d’autunno è datato 1962, ed in sostanza è un romanzo di genere fantastico-orrorifico, reso famoso dal suddetto film della Disney, che peraltro fu il primo film Disney con contenuti horror. 

Laddove si tratta più di un orrore interiore, psicologico, che non di qualcosa di esteriore ed eclatante, ma pur sempre paura.

In effetti, Il popolo d’autunno si distingue per un’atmosfera piuttosto pesante e ingombrante, nonché per un senso di fatalità e di impotenza che permea buona parte del romanzo.

Ma ecco la sintesi della trama: William Halloway (chiamato Will) e James Nightshade (chiamato Jim) sono due adolescenti, grandi amici e nati entrambi nella notte di Halloween, che vivono nella cittadina di Green Town, nell'Illinois, in un periodo non precisato ma comunque identificabile tra gli anni “40 e gli anni “50.
Si tratta di un piccolo centro di provincia, dall’apparenza piuttosto tranquilla, se non che a un certo punto arriva un misterioso Luna Park, ricco di tanti fenomeni da baraccone (l’Uomo illustrato, la Strega della polvere, il Bevitore di lava, lo Scheletro, il Nano, etc)… che però si riveleranno ben altro che non l’innocente attrazione che pretendevano di essere.

Ciò che colpisce di tutto il libro, ben scritto, è la sensazione di impotenza che permea la storia: Will e Jim sembrano soli e inermi di fronte ai loro avversari, e anche quando ai due si unirà il padre di Will, Charles, la sensazione rimane, e anzi si rafforza per via della debolezza dell’uomo.

Nel complesso, tuttavia, pur essendo il libro ben scritto e la storia interessante, Il popolo d’autunno non mi ha catturato completamente, tanto che l’ho letto senza troppo entusiasmo.
Per carità, Ray Bradbury (che peraltro è scomparso di recente) sa scrivere ed ha trovate originali… ma, semplicemente, il romanzo non mi ha coinvolto troppo, da cui la valutazione “solo” sufficiente-più che sufficiente.

Ultima annotazione: per via dei contenuti di Farenheit 451 avevo già il dubbio che Ray Bradbury avesse informazioni “particolari”, e questo libro me lo ha confermato.
Giusto per curiosità, copio un brano preso dalla parte finale de Il popolo d’autunno.  

“Dannazione, Will, tutto costoro, il signor Dark e i suoi simili, amano il pianto, mio Dio, amano le lacrime! Gesù, più tu piangi e più quelli bevono il sale sul tuo mento. Gemi, lamentati, e aspireranno il tuo respiro. Alzati! Alzati, dannazione! Salta! Salta e grida! Grida, Will, canta, ma soprattutto ridi, capisci, ridi! È la nostra arma: il popolo dell’autunno non può sopportare il sorriso. Loro odiano il sole. Non possiamo prenderli sul serio. Non permettere che bevano le tue lacrime e ne cerchino altre. Non permettere che prendano il tuo pianto. Non offrire loro nutrimento. Will, scuotiti, respira!”

Fosco Del Nero


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