Titolo: Il castello errante di Howl (Howl’s moving castle).
Scrittore: Diana Wynne Jones.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Kappa Edizioni.
Anno: 1986.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Rarissimamente mi capita di leggere un libro dopo aver visto il relativo film: devo difatti essere molto motivato per affrontare un testo contenente una trama che conosco già, perlomeno nelle sue cose essenziali.
Tra i pochissimi casi, mi vengono in mente Dracula di Bram StokerLa storia infinita di Michael Ende... e devo dire che in queste due occasioni ne è valsa la pena.

Ne è valsa la pena anche con Il castello errante di Howl, romanzo originario di Diana Wynne Jones da cui Hayao Miyazaki ha tratto spunto per uno dei suoi meravigliosi film di animazione (trovi qua la recensione del film)?

Devo dire che ho nella mia scelta di lettura avevo trovato conforto nella testimonianza di un’amica, che mi aveva detto che libro e film non erano proprio uguali.
In effetti, i punti di difformità ci sono e sono notevoli, con ambo i prodotti che comunque sono di ottima qualità.

Miyazaki ha difatti un poco semplificato il tutto, dando peraltro alla storia un alone di lieto fine da “volemose bene”, mentre, al contrario, nel libro c’è anche qualcuno che ci lascia le penne, nonché una maggiore complessità dell’intreccio e nei personaggi.

Ciò che è identico è l’atmosfera magica che si respira nella storia, col castello di Howl sorta di immaginifico quartier generale la cui porta d’ingresso magicamente conduce a ben quattro posti diversi, a seconda del colore scelto nel pomello… un’idea, questa, che da sola meriterebbe qualche premio letterario.

Ad ogni modo, ecco in breve la trama de Il castello errante di Howl: Sophie lavora in un negozio di cappelli, diretto dal padre e dalla matrigna Fanny, nonché insieme alle due sorelle minori Lettie e Martha.
Un bel giorno, entra in negozio una signora, e non una signora qualunque: la Strega delle Lande, che per un capriccio lancerà sulla ragazza una maledizione che la renderà vecchia all'istante.

Sophie, allora, non sapendo che fare e non volendosi far vedere così, scappa di casa, e finisce nel castello di Howl, conoscendo prima il demone del fuoco Calcifer, poi l’apprendista mago Michael, e infine lo stesso Howl.

Ma altri personaggi attraverseranno la strada della ragazza-vecchia: il mago Suliman, lo Spaventapasseri, la signora Fairfax, il principe Justin, la signorina Angorian, etc.

Il tutto assume un sapore a metà tra commedia e fantasy, con l’aspetto psicologico molto curato e, come detto, un’atmosfera assai ben tratteggiata.

Il castello errante di Howl di Diana Wynne Jones piacerà certamente agli appassionati del genere fantastico, nonché a coloro che hanno apprezzato il film: rispetto a quest’ultimo, il romanzo perde qualcosa, ed era forse inevitabile, a livello di paesaggi e colori, ma ne guadagna dal lato introspettivo e della trama.

Fosco Del Nero


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Titolo: Le città che ci aspettano (Future city).
Scrittore: Autori vari.
Genere: fantascienza, racconti.
Editore: Mondadori.
Anno: 1973.
Voto: 6+.
Dove lo trovi: qui.


Ennesima antologia sci-fi curata da Roger Elwood e uscita per la collana Urania Mondadori nel lontano 1974.
Come si evince dal titolo, Elwood propone un lotto di racconti aventi come anello di congiunzione l’ambientazione urbana. Si tratta di storie tra loro molto omogenee, sia dal punto di vista qualitativo che contenutistico. Tutti i quattordici racconti sono caratterizzati da una visione pessimistica del prossimo futuro e rappresentano l’uomo come una creatura assuefatta alle macchine (sia robot che software), incapace di impedire un inquinamento dilagante.

Tra gli autori scelti, ritroviamo alcuni maestri del genere quali Ben Bova e Robert Silverberg, oltre alla prefazione firmata da Clifford D. Simak e alla postfazione affidata a Frederik Pohl.

Dopo queste premesse di carattere generale, scendiamo nel merito del testo. Difficile individuare dei racconti da ritenere superiori agli altri; sia chiaro, non si tratta di un antologia composta da capolavori, tuttavia non v’è dubbio che sia un lotto degno di rispetto. Il mio preferito è Il burocrate di Silverberg.
Silverberg immagina un mondo in cui le città si estendono a perdita d’occhio, seppur divise da una serie interminabile di quartieri ognuno indipendente dagli altri e governato da elaboratori informatici. Il furto del programma di uno di questi elaboratori rischia di generare il collasso del distretto del protagonista, costretto a recarsi di quartiere in quartiere alla ricerca del ladro. È evidente nel testo la critica alla burocrazia e alla dipendenza dai computer.

Si passa invece a un testo apocalittico con 480 secondi di Harlan Ellison.
Qui siamo alle prese con un corpo celeste delle dimensioni di Giove prossimo a schiantarsi sul sole. Gli scienziati ipotizzano, come conseguenza, un’ondata di radiazioni che investiranno la Terra polverizzandola nel giro di 8 minuti. Viene così deciso di “sparare” nello spazio città intere (costruzioni comprese). Resterà solo un poeta, col compito di raccontare via radio a chi è fuggito gli ultimi attimi di vita del pianeta.

Collegati al tema affrontato da Ellison, ma meno qualitativi, sono le proposte di Allen de Ford e Ray Russell. Il primo immagina, con Nova, una comunità di uomini in attesa dell’esplosione del sole, mentre nel secondo, Fame, gli scarafaggi rimpiangono l’assenza del vecchio dominatore del loro mondo, cioè l’uomo ormai estinto.

Corposo è il gruppo di testi in cui si rappresentano poliziotti o sistemi legislativi che fanno della repressione violenta la medicina contro i trasgressori dei precetti giuridici.
Si va dagli espliciti Contravvenzione di William F. Nolan - in cui un ragazzo passato col rosso viene sanzionato da un agente - e Il trasgressore di Andrew Offutt - in cui un conducente di un veicolo interdetto alla circolazione causa una rivolta sociale – ai più impliciti Undercity di Dean Koontz e I guastatori di George Zebrowski.
Nel primo un mafioso, per continuare a stare fuori dalla legge, si ingegna per realizzare quelle poche attività ancora illecite (e che, per assurdo, un tempo erano lecite); nel secondo, un gruppo di sabotatori, banditi dalla legge, distruggono le auto che emettono gas inquinanti.

Di pregevole fattura sono i bizzarri Il regista di Barry Malzberg e Chicago per la firma di T.F. Monteleone.
Malzberg propone un racconto irriverente e coraggioso. L’autore, infatti, riporta in scena, in chiave metaforica, l’assassinio di J.F.Kennedy, accusando implicitamente il governo di aver messo lo zampino dietro al delitto. Protagonista della storia è un regista che vuole girare un film dove un suo attore deve essere assassinato da un cecchino. A morire, però, è lo stesso regista ucciso da un killer assoldato dai produttori del film.

Più convenzionale ma comunque graffiante è Chicago, con un robot curioso che disubbidisce agli ordini impartiti dal “solito” elaboratore che controlla l’intera città e scopre delle creature conservate in delle celle frigorifere. Gli esseri sono degli uomini, creature ormai regredite all’era della pietra e confinate fuori dalla città in delle lande desolate. Il robot, dopo aver compiuto delle ricerche e scoperto la storia dell’uomo, sfugge al controllo dell’elaboratore e cerca di mettersi in contatto con gli uomini del suo tempo, per condurli in città e riprendere possesso di ciò che un tempo era loro. Gli uomini però lo assaltano e lo distruggono, senza dargli alcun ascolto.

Più fiacchi gli altri quattro racconti, a eccezione de L’appartamento (per la firma di H. e A. Bilker), incentrato sulla critica della burocrazia e delle prassi amministrative, e forse di Turisti di Ben Bova, con una New York del futuro aperta al pubblico solo nel periodo estivo.

Nel complesso un’antologia di facile lettura, da cui trarre più di una buona ispirazione. Presenti, come già ricordato, alcuni momenti ironici e graffianti.

Matteo Mancini


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Titolo: 1984 (Nineteen eighty-four).
Scrittore: George Orwell.
Genere: distopia, fantastico, drammatico.
Editore: Mondadori.
Anno: 1948.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.


Il libro che col presente articolo compare su questo sito non è certamente un libro da poco, tanto che ormai è divenuto un classico, nonché entrato nell’immaginario comune per diversi motivi, uno dei quali peraltro piuttosto terra terra.

Chi non conosce difatti il Grande Fratello?
Tutti, sfortunatamente…
Non tutti però conoscono la provenienza di tale nomignolo, che consiste nel romanzo 1984 di George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), che lo ha scritto nel 1948 e pubblicato l’anno seguente.

1984 rappresenta un particolare genere letterario, noto come "distopia" (di cui fanno parte gli altrettanto famosi Il mondo nuovoFahrenheit 451), sorta di contraltare del genere utopistico, che ha preso il suo nome da Utopia di Tommaso Moro.

L’”utopia” era rappresentata dalla società ideale, perfetta nella sua giustizia e vivibilità, mentre, al contrario, il suo contrario distopico è rappresentato da una visione del futuro assai pessimista (pessimismo in realtà è un pallido eufemismo per descrivere 1984 di Orwell), concretizzatasi letterariamente in una società totalitaria e ipercontrollata, divisa in tre caste e in cui il potere centrale può davvero tutto.

Peraltro, 1984 ha ispirato moltissimi film; tra questi, mi piace ricordare l’ironico e immaginifico Brazil (così bilanciamo un po’ il pessimismo del testo originale).

Ecco in breve la trama del suddetto romanzo: nel 1984 (capovolgimento delle ultime due cifre di 1948, data di scrittura del testo) il pianeta è diviso in tre superpotenze, Oceania, Eurasia ed Estasia, perennemente in guerra tra loro, per quanto con alleanze di volta in volta differenti.
Tutte e tre le superpotenze, peraltro, costituiscono dei regimi totalitari e oppressivi, che anzi sono sospettati di connivenza nel mantenere la gran parte della popolazione nella povertà e nell’ignoranza grazie a uno stato di guerra (vera o finta, difficile capirlo) costante.

Il protagonista della storia è Winston Smith, membro del Partito e cittadino dell’Oceania.
Il suo lavoro è quello di falsificare i documenti storici in modo che la visione del Partito non sia mai contraddetta dai fatti, in ossequio al principio del "bipensiero", per il quale, per l’appunto, è la realtà a doversi piegare alla visione del Partito, e non il contrario.

I motti del Partito sono tre:
- la guerra è pace,
- la libertà è schiavitù,
- l'ignoranza è forza.

A capo del Partito, c’è il Grande Fratello, mentre le principali espressioni interne sono i quattro ministeri: il Ministero dell'Amore, il Ministero dell'Abbondanza, il Ministero della Verità e il Ministero della Pace. Essi, in barba al loro nome, fanno esattamente il contrario di quanto espresso (ad esempio, nel Ministero dell’Amore si torturano i dissidenti politici, mentre nel Ministero della Verità si falsificano i documenti storici).

Winston Smith non è felice, e anzi odia tanto il Grande Fratello quanto la vita che è costretto a fare; tuttavia, egli non può palesare il suo dissenso nel più minimo modo, pena l’essere scovato dalla Psicopolizia.

Un bel giorno, però, una ragazza di nome Julia gli consegna un bigliettino…

Confesso che finora non avevo ancora letto 1984; difatti, è sempre stato uno di quei classici per cui dicevo “prima o poi lo leggo”.
L’ho fatto solo ora, rimanendone colpito in diversi modi.

Intanto, il libro coinvolge fin da subito; 1984 è uno di quei pochi libri che ti tiene sveglio a leggere la notte, e già questo dice molto sulla sua qualità.
Orwell è bravissimo tanto nello descrivere l’ambientazione sociale inventata, quanto nel comunicare al lettore i risvolti psicologici del protagonista.

Molto forte peraltro anche la parte finale dell’opera, che porta a pieno compimento la visione negativa del regime totalitario (ma sì, una bella ventata di ottimismo ci vuole ogni tanto).

1984, tra le altre cose, ha assunto anche una valenza storica, oltre che letteraria, dato che, secondo molti studiosi e politologi, la società odierna ha già fatto progressi nella direzione di un mondo centralizzato e ipercontrollato… ma qua andiamo nella politica e anche un po’ nel cospirazionismo, per cui siamo fuori tema.

Rimane un fatto: 1984 di George Orwell è un gran libro che sarebbe bene che tutti leggessero.

Fosco Del Nero


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Titolo: Mastodonia (Mastodonia).
Genere: fantascienza, fantastico.
Scrittore: Clifford D. Simak.
Editore: Mondadori.
Anno: 1978.
Voto: 6 -.
Dove lo trovi: qui.


A circa dieci anni da The thing in the stone – tradotto con il più generico Caverna nel Wisconsin (racconto inserito nel volume Urania dal titolo Cratere e caverna) - Clifford D. Simak torna a proporre una storia che miscela il presente alla preistoria, il tutto per mezzo dell’intercessione di una creatura extraterrestre capace di aprire varchi temporali.

La storia è ambientata in un paese della campagna americana dove pare esser precipitato un UFO. Nel luogo viene altresì riscontrata la presenza di una creatura bizzarra dalla testa di gatto che si diletta ad aprire porte che permettono di passare dal presente al passato.

Avvicinato da un cane e da un ritardato avente però il dono di parlare con gli animali, l’extraterrestre inizia a interagire con Asa Steele (un locale con un passato da archeologo).
L’uomo decide di sfruttare l’occasione e predispone una società dedita a organizzare viaggi nel tempo. Per non pagare le tasse, la sede della società viene stabilita a Mastodonia, nel periodo precedente alle grandi glaciazioni, tra mammuth e altri animali estinti.

I partiti politici e le organizzazioni religiose, però, informate sui fatti, iniziano a manifestare le loro pressioni, mentre l’extraterrestre abbandona la Terra riuscendo a ritornare al proprio paese di origine, non prima però di aver spiegato all’uomo il mistero della sua arte.

Le analogie tra Mastodonia e Caverna nel Wisconsin sono molteplici.
Simak propone un’altra volta le sue riflessioni su Dio e sulla visione della religione senza però schierarsi troppo. Appare, tuttavia, palese la predilezione per un approccio filosofico, con una forte attenzione concentrata sulla capacità di evoluzione della mente umana come chiave per scardinare il mistero che attende ogni mortale (emblematico, da questo punto di vista, l’epilogo del romanzo).

Di contro, viene sottolineato più volte il tentativo di insabbiamento operato dai sostenitori delle religioni convenzionali (tentano infatti di impedire lo studio della genesi delle religioni, quasi per paura che sia dimostrata la falsità di quanto preteso come dogma).
Viene inoltre rappresentato efficacemente il materialismo dell’uomo, il quale, pur avendo a disposizione privilegi incalcolabili, perde il tempo in occupazioni futili (safari nel cretaceo o riprese cinematografiche) o egoistiche (esportazione nel tempo di criminali e disoccupati).

Se questi aspetti, condivisibili o meno, rendono l’opera interessante e non finalizzata all’esclusivo intrattenimento, il resto non è eccezionale.
In prima battuta si riscontra una certa banalità – non sempre ben mascherata dall’uso dell’ironia - nello sviluppo della storia (personaggi troppo creduloni, trovate semplificate), quasi ci si trovasse in un fantasy (protagonisti che parlano con gli animali, alieni amici degli uomini) e, in taluni passaggi, un’eccessiva pesantezza nell’evolversi della storia.

Ci sono vari capitoli, ad avviso di chi scrive, inutili, in cui il narratore mette in scena i suoi personaggi per snocciolare una serie di usi che questi potrebbero fare della loro scoperta. La parte avventurosa, con tirannosauri e triceratopi in grande spolvero, non è sufficientemente sfruttata. Clifford D. Simak, infatti, utilizza solo di contorno l’azione e la tensione, preferendo concentrarsi sugli aspetti burocratici che ruotano attorno al tema “viaggi nel tempo”.
Simpatico, ma si sarebbe potuto osare di più.

Matteo Mancini


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