Titolo: La porta dell’infinito (Gateway).
Scrittore: Frederik Pohl.
Genere: fantascienza.
Editore: Editrice Nord.
Anno: 1977.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Gli appassionati di fantascienza conosceranno bene i principali premi dedicati a questo genere narrativo: il premio Hugo, il premio Nebula, il premio Campbell, il premio Locus.
Oggi recensisco un libro che li ha vinti tutti e quattro nell’ormai lontano 1978: La porta dell’infinito di Frederik Pohl, altro nome che certamente non giungerà nuovo agli appassionati del settore.

Sfortunatamente, il libro non mi è piaciuto quanto il suo blasone avrebbe lasciato supporre, per i motivi che dirò poi.

Per il momento, però, vado a tracciare la trama, che peraltro è l’elemento più interessante dell’opera: siamo in un futuro in cui i viaggi nello spazio sono all’ordine del giorno, e in cui un’esploratore spaziale ha scoperto per caso Gateway, nome di un asteroide cavo costruito dagli Hechee, civiltà di cui non si conosce nulla se non il livello tecnologico.

Di questo livello tecnologico fanno parte tante astronavi con le rotte preimpostate: il problema per gli uomini è quindi non sapere dove si sta andando e quanto tempo ci si mette, e persino non sapere se si ritornerà vivi. Come è un terno al lotto ciò che si troverà durante la rotta: antichi reperti, nuovi pianeti, nuovi asteroidi, nuove tecnologie, etc.
È così che si è sviluppata la categoria dei cercatori, persone che di mestiere rischiano la propria vita, in cambio ovviamente di ritorni economici sostanziosi in caso di scoperte rilevanti.

Uno di questi è Robinette Broadhed, giusto su Gateway dopo aver vinto a una lotteria ma timoroso dei suddetti viaggi, tanto che vivacchia sull’asteroide con la compagna Klara, lei già “uscita e vittoriosa”.

Il romanzo alterna il racconto della vita di Rob, tra Klara e i vari altri colleghi di asteroide, e le sedute psichiatrice con Sigfrid, macchinario specializzato in psicoterapia che analizza Rob in un imprecisato futuro, che poi convergerà con il racconto di vita vissuta nella fine del libro.

Come intermezzo, ogni tanto spuntano degli annunci, utili a dare corpo e sostanza alla vita su Gateway.

Ora passiamo al mio commento del romanzo, che è un commento da vecchio appassionato di letteratura fantascientifica e fantastica in generale, di cui m’invaghii da adolescente e che non si è mai assopita, appassionato quindi ben avvezzo ad autori quali A.E. Van VogtI. AsimovL. Del ReyL.S. De CampH. KuttnerC. L. MooreT. LeeF. Leiber, per citare solo i primi che mi vengono in mente.

L’idea di fondo del romanzo è molto buona, eccellente persino, ed è senza dubbio questa che ha fatto vincere tutti quei premi a Frederik Pohl, anch’esso uno degli esponenti della cosiddetta Età dell’Oro della fantascienza, benché della sua parte finale. 

Tuttavia, al libro manca spessore umano, mancano qualità emotive, cosa che si vede anche nei dialoghi, spesso intellettuali e aridi, ma privi di mordente.
A ben guardare, in effetti, tutto il romanzo ruota non parla di altro che di alcune ipotesi scientifiche, di psicanalisi e di denaro-materialità.

In questo senso, mi sono trovato perfettamente d’accordo con il curatore dell’opera, che nell’introduzione sottolineava che nella lunga collaborazione letteraria con Cyril Kornbluth quest’ultimo curava la profondità dei personaggi e i dialoghi, mentre Frederik Pohl ci metteva le sue idee brillanti e originali.

Insomma, per me La porta dell’infinito di Frederik Pohl, romanzo di apertura del Ciclo degli Hechee, si merita solo una sufficienza e poco più, mentre l’idea di fondo a mio avviso avrebbe potuto (e dovuto!) essere esplorata diversamente.

Fosco Del Nero


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