Titolo: Memorie di un cuoco d'astronave.
Scrittore: Massimo Mongai.
Genere: fantascienza, fantastico, umorismo.
Editore: Mondadori.
Anno: 1997.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Il libro oggetto dell’articolo di oggi è un romanzo di fantascienza che trovai tempo fa nella collana Urania Mondadori, e che, peraltro, aveva vinto proprio il Premio Urania nel 1997: parlo di Memorie di un cuoco d'astronave, scritto da Massimo Mongai.

Si tratta di un romanzo tecnicamente di fantascienza, posto che in esso vi sono alieni, astronavi e situazioni bizzarre, ma che sostanzialmente possiede altre due anime:
- quella umoristica,
- quella culinaria.

Quanto al primo punto, occorre dire che il libro fa ridere, e parecchio, e anzi lo scritto sa più di commedia ironica che non di romanzo di fantascienza.

Quanto al secondo, l’elemento cibo è onnipresente nel testo, sia per la trama, sia perché effettivamente ogni tanto fa capolino qualche ricetta di cucina, che peraltro diventa una ricetta vera qualora ai termini alieni si sostituiscono quelli dei cibi italiani (i termini alieni non sono altro che parole italiane storpiate in qualche modo).

Ed ecco dunque la trama di Memorie di un cuoco d'astronave: il protagonista è Rudy "Basilico" Turturro, un giovane cuoco terrestre che si imbarca su un’astronave come vice chef.
Tuttavia, egli assurge ben presto alla carica di primo chef per indisposizione del titolare della stessa.

Mongai descrive le vicende di Turturro per i tre anni della crociera spaziale, col giovane cuoco che avrà a che fare con numerose specie viventi, pianeti e situazioni assai particolari.
Non manca peraltro nel testo una vena sensuale, quasi a confermare il luogo comune per cui cibo e sesso vanno a braccetto.

L’originalità del romanzo è fuori discussione, così come l’allegra e ispirata vena creativa dell'autore.
Autore un poco improvvisato, forse, non certamente un Asimov alle prese con un colossale Ciclo della Fondazione, ma scrittore comunque piacevole e godibile, tanto che personalmente mi sento di consigliare Memorie di un cuoco d'astronave di Massimo Mongai a chi ama le storie fantastiche o, semplicemente, il senso dello humor.

Fosco Del Nero


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Titolo: Novembre (Novembre - Fragments d'un style quelconque).
Scrittore: Gustave Flaubert.
Genere: romanticismo, drammatico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1842.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.


Novembre rientra nella produzione giovanile di Gustave Flaubert, un Flaubert ancora impregnato di ton romantici e dal gusto per forme e suoni che lo condurrà poi all’affinamento della tecnica e all’ansia per la perfezione.

Tuttavia, Gustave Flaubert è ricordato soprattutto per aver fondato il realismo, per la sua “art pour l’art”, e per il tentativo di scomparire dal testo, cosa che era ancora di là da venire e che in Novembre è appena accennata.

L’opera in questione è una sorta di autobiografia della giovinezza dell’autore, e segnatamente dei primi turbamenti sensuali e sessuali, vissuti dallo scrittore in modo assai sofferente, e caratterizzati dallo “svezzamento” ad opera di una prostituta, con la quale egli sviluppa anche un rapporto umano.

I due, peraltro, finiranno per perdersi e non ritrovarsi mai più.

Il libro ricorre alla tecnica del ritrovamento del manoscritto (resa celebre da Alessandro Manzoni con il suo I promessi sposi), con gli anni passati descritti e analizzati col senno di poi, configurando un contrasto tra gioventù e vecchiaia, azione e passività, scompiglio e serenità.

Tecnicamente discreto a livello di stile narrativo, nonché di caratterizzazione dei personaggi e dell’ambientazione, Novembre tuttavia non si dimostra particolarmente coinvolgente e ispirato.

Certo, lo è meno del capolavoro di Flaubert, Madame Bovary, romanzo cui il nome dello scrittore è indissolubilmente associato.

Ad ogni modo, anche questo breve testo merita la lettura, qualora ovviamente siate appassionati dei classici in generale, del realismo in particolare, oppure della letteratura francese.

Fosco Del Nero


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Titolo: Non A-3 (Null-A three).
Scrittore: Alfred Elton Van Vogt.
Genere: fantascienza.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1985.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Con questa recensione propongo per la seconda volta uno degli scrittori preferiti della mia giovinezza, a cui peraltro sono rimasto molto affezionato: Alfred Elton Van Vogt.

Mesi addietro dello scrittore canadese/statunitense avevo già recensito Le armi di Isher, uno dei suoi romanzi storici (insieme ai vari I ribelli dei 50 soliI polimorfiIl segreto degli Slan, L’occhio dell’infinitoIl libro di Ptath, etc).

Come deducibile dai titoli dei suoi romanzi, si tratta di uno scrittore di fantascienza, e per la precisione uno dei maggiori scrittori dell’Età dell’oro della fantascienza (anni 40, 50 e dintorni).

All’autore ero arrivato per caso, in quanto era uno dei più presenti nella mitica collana dei libri a 1000 lire della Newton Compton, che avevo letteralmente divorato (ottima sinergia tra generi letterari di mio gradimento e costo contenuto), poi appassionandomene.

Van Vogt è uno scrittore di fantascienza, ma non uno qualunque.
Egli è difatti noto per la vivacità delle sue storie, rutilanti e avvincenti come poche, forti tanto nell’azione quanto nella profondità dei personaggi, quanto nelle tematiche di fondo.

Ecco in breve la trama di questo romanzo, Non A-3, scritto nel 1985 (quindi uno dei più recenti dello scrittore, morto nel 2000): nel sistema solare l’Istituto di Semantica Generale ha dato vita al sistema cosiddetto Non-A (abbreviazione che sta per “non aristotelico”), il quale, misto tra filosofia e stile di vita, consente a chi lo pratica di conseguire alcuni vantaggi sulle altre persone…

Il romanzo si fa leggere bene ed è avvincente, in pieno stile Van Vogt: vivace e coinvolgente, con spunti interessanti e originali.

Se vi piace lo scrittore o se siete appassionati di fantascienza, non potete farvelo sfuggire.

Se, viceversa, il genere proprio non è il vostro, magari concedetegli una chance: il libro (ma in generale i romanzi di Alfred Elton Van Vogt) esiste in diverse edizioni, spesso economiche.

Se, però, siete del tutto allergici alla narrativa fantastica, allora migrate altrove (faccio tuttavia notare ai detrattori del genere che le maggiori opere letterarie di tutti i tempi sono narrativa fantastica: Iliade, Eneide, Odissea, Divina commedia, Orlando furioso, la letteratura epica nordica, le fiabe greco-romane, le leggende popolari, i racconti del Vicino e del Medio Oriente, persino i libri mitologico-religiosi, dalla Bibbia al Corano, dal Bhagavad Gita ai Veda, etc).

Fosco Del Nero


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Titolo: La fanciullezza di Zenja Ljuvers (Detsto Ljuvers).
Scrittore: Boris L. Pasternak.
Genere: drammatico.
Editore: Edizione Studio Tesi.
Anno: 1918.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.


Preciso una cosa subito: giudico un libro, e conseguentemente gli assegno un punteggio, in relazione, molto semplicemente, a quanto mi è piaciuto il libro stesso, e non certo perché lo ha scritto Alessandro Manzoni piuttosto che Pinco Pallino (nonostante stimi molto quest’ultimo come scrittore).

Ergo, se trovo un fantasy di un autore sconosciuto e questo mi piace, gli assegno un bel 7.5, mentre se trovo un testo di uno scrittore premio Nobel per la letteratura, ma non mi piace molto, si becca un bel 5.

Questo è proprio quello che è successo in tale caso: lo scrittore è il russo Boris Pasternak, il premio Nobel è quello del 1957, vinto grazie al romanzo Il dottor Zivago, mentre il testo preso in esame in tale sede è La fanciullezza di Zenja Ljuvers, racconto lungo scritto ben prima, nel 1918.

Sostanzialmente, La fanciullezza di Zenja Ljuvers è il racconto di come Zenja Ljuvers, adolescente, e la sua famiglia si trasferiscono dalla Russia europea nella Russia asiatica, scavalcando il confine degli Urali.

Tale viaggio porta con se alcuni altri cambiamenti, a partire dallo stile di vita della famiglia, che migliora sensibilmente, con la giovane che si interroga continuamente su come si sta qui, là, e ancora più in là (pare in particolare avere una fissa per i cinesi).

Un altro cambiamento, tuttavia, è quello che riguarda lo stato di salute della madre, che peggiora notevolmente…

Il tono dello scritto è drammatico, con lo stile narrativo di Paternak che non fauna grinza, lineare, curato ed elegante.

Inoltre, trattandosi di luoghi e culture per noi esotici, ciò desta una naturale curiosità in chi legge.

Anche se, alla fine della fiera, La fanciullezza di Zenja Ljuvers di Boris Pasternak non cattura, e anzi tende ad annoiare, da cui il voto mediocre.

Fosco Del Nero


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