Titolo: Il pendolo di Foucault.
Scrittore: Umberto Eco.
Genere: giallo, thriller, cospirazionismo, storia.
Editore: Superpocket.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.


Il pendolo di Foucault è il quarto romanzo di Umberto Eco che leggo, dopo Il nome della rosa (letto molti anni fa), L’isola del giorno prima (anche questo abbastanza anni fa) e Baudolino (questo più di recente).

Gli ultimi due non sono andato a cercarmeli, dal momento che allo stato attuale sento Eco un po’ pesante e troppo cerebrale, ma giacché ce li avevo già in casa, comprati secoli prima, e giacché non mi piace sprecare le cose, e giacché comunque Eco è un signor autore, me li sono letti.

Passo subito a descrivere la trama molto sommaria de Il pendolo di Foucault, romanzo scritto nel 1988 e ambientato negli anni “60 e dintorni, con richiami alla Seconda Guerra Mondiale, al decennio del “70, e soprattutto alla storia passata dell’umanità… e che richiami!

Il protagonista centrale della storia è Casaubon, a inizio storia giovane studente rivoluzionario in quel di Milano, il quale va man mano conoscendo gli altri protagonisti della vicenda: il caporedattore Belbo, l’amico Diotallevi, l’editore Garamond… e poi anche l’affascinante Lorenza, le sue due fidanzate Amparo e Lia, il commissario De Angelis, il colonnello Ardenti, l’enigmatico e sapiente Aglié, etc etc.
Il tutto ruota intorno alla passione comune, che peraltro diviene anche lavoro editoriale del trio Casaubon-Belbo-Diotallevi, per i misteri antichi, i segreti mai scoperti e le cospirazioni universali.
In realtà la passione è più di coloro che scrivono e propongono all’editore per cui i il suddetto trio lavora manoscritti su Templari, Rosacroce, Catari, Assassini, e ovviamente anche su tarocchi, astrologia, magia, alchimia, Saint Germain, Cagliostro, Shakespeare, Bacone, etc… passione che man mano diventa per loro gioco, poi impegno, e infine matassa pericolosa da districare.
Non a caso, il romanzo comincia con Casaubon che, nascosto di notte all’interno di un museo parigino, presunta sede imminente di un convegno massone-iniziatico, attende di vedere cosa succede, col romanzo che poi riprende le fila del discorso fin dalla sua origine, ossia con Casaubon ragazzo qualunque alle prese con le cose qualunque della sua età: laurea, ragazze, locali, soldi.

Essenzialmente Il pendolo di Foucault è un grosso gioco intellettuale: un gioco intellettuale lungo quasi 700 pagine di piccolo formato che passa da un’infinità di citazioni e di documentazioni storiche, e che gioca a ricostruire la storia e i suoi enigmi cospirativi elaborando a sua volta una cospirazione, dopo vari tesi e ipotesi, che si rivela fin troppo veritiera per i protagonisti del “gioco”.

Fuori dalla narrazione, Umberto Eco sembra divertirsi a prendere in giro coloro che trovano analogie e coincidenze, e a suo modo la sua presa in giro fa sorridere… anche se parimenti fa sorridere constatare ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, che sapienza ed erudizione non fanno saggezza, e che questa dipende dal livello di consapevolezza che si è raggiunto, e non dalla mole di informazioni che si sono incamerate.

In questo senso, il romanzo è ben più povero di altri romanzi apparentemente meno pretenziosi, ma con più profondità: giacché sto leggendo la Saga di Terramare, mi viene in mente Il mago di Ursula Le Guin, il libro che apre il ciclo in questione.

Anzi, si potrebbe riassumere tutto ciò con una frase usata dallo stesso Eco nel libro: “Inventare, forsennatamente inventare, senza badare ai nessi, da non riuscire più a fare un riassunto. Un semplice gioco a staffetta tra emblemi, uno che dica l’altro, senza sosta”.

Il pendolo di Foucault è comunque un romanzo dotto e interessante, intendiamoci, ma risente pesantemente della cerebralità del suo autore, tanto che forse non lo avrei letto se non fossi interessato ai temi trattati nel testo… seppur trattati al rovescio, per così dire.

Anche se, a onor del vero, in esso si trovano frasi e concetti interessanti, un po’ dell’autore un po’ citazioni del passato, anche se probabilmente anch’essi rientrano nella sua opera ironica.

Menzione negativa per il finale, vuoto come il resto del libro, nonostante le migliaia di citazioni di nomi, luoghi ed eventi.
Sapere ed essere devono andare avanti appaiati.

Fosco Del Nero


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