Il cammino del mago

Titolo: Il mondo di Durdane - Ciclo di Durdane 1 (Anome).
Scrittore: Jack Vance.
Genere: fantascienza, avventura.
Editore: Euroclub.
Anno: 1971.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Era da molto che non leggevo nulla di Jack Vance, scritto di fantascienza/fantasy che ho apprezzato molto da ragazzo, soprattutto per via di due romanzi L'ultimo castello e La fiamma della notte.
Di lui ho recensito anche Fuga nei mondi perduti e Naufragio su Tschai (il primo romanzo del Ciclo di Tschai), ma con minor entusiasmo.

Ho interrotto il digiuno con Il mondo di Durdane, primo libro del Ciclo di Durdane, trilogia composta anche da Il popolo di Durdane e Asutra.

Il genere si muove tra fantascienza e fantasy: tecnicamente rientreremmo in tutto nella fantascienza, tra vecchia Terra, nuovi pianeti, varie tecnologie, però l’atmosfera generale ha qualcosa del fantasy.

Ecco la trama: lo stato di Shant è retto dall’Anome, altrimenti chiamato Uomo senza volto, dal momento che non se ne conosce l’identità e governa tutto quanto dall’anonimato, con una serie di collaboratori che ne eseguono ciecamente gli ordini.

Il protagonista della storia è Gastel Etzwane, che prende questo nome all’interno del popolo dei Chiliti, una delle tante micro culture di Shant. Figlio di una sorta di prostituta e di un famoso musico itinerante, il quale tuttavia ne ignora l’esistenza, egli rifiuta il suo “destino” tra i Chiliti e fugge… divenendo prima egli stesso un musicante e poi finendo per acquisire più potere di quanto avrebbe mai pensato, o desiderato.
Di mezzo, la grave minaccia dei Roguskhoi, un’etnia umana barbara e crudele che devasta, uccide e violenta tutto quel che trova.

Il romanzo, pur non particolarmente lungo con le sue circa 170 pagine, copre un ampio arco temporale, visto che si parte col protagonista bambino e si termina col protagonista giovane uomo… un giovane uomo ambizioso, a modo suo.

L’ambientazione è credibile e accattivante, per quanto non eccessivamente descritta e strutturata, e gli eventi interessanti.
I personaggi forse non sono caratterizzati al meglio, ma se la cavano, e la valutazione generale de Il mondo di Durdane è positiva…

… tanto che certamente mi leggerò anche il secondo libro del Ciclo di Durdane, ossia Il popolo di Durdane (cosa che non feci per il Ciclo di Tschai, che non mi interessò a sufficienza nel primo libro).

Fosco Del Nero


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Titolo: L’erede scomparso – Sherlock Holmes 8 (The lost heir – Sherlock Holmes Solo Mysteries).
Scrittore: Gerald Lientz.
Genere: librogame, giallo.
Editore: E.L.
Anno: 1988.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Gli ultimi due librogame della serie Sherlock Holmes sono tra i più belli della collana: il settimo è Intrigo a Buckingham Palace, mentre l’ottavo e ultimo è L’erede scomparso, scritto da Gerald Lientz, il “boss” della collana Sherlock Holmes, l’autore che non a caso ha aperto e chiuso la collana.

L’aveva aperta, per la memoria, con Omicidio al Diogenes Club, e l’ha chiusa per l’appunto con L’erede scomparso, un librogame che somiglia al primo nel suo proporre due scenari investigativi e non solo uno, proprio come era capitato al primo esponente della collana.

Il primo è una partita a golf per capire se uno dei due giocatori bara; il secondo scenario è una misteriosa eredità, misteriosa nel senso che l’identità del beneficiario è in dubbio e si son presentati all’appello ben cinque individui, di cui ovviamente quattro impostori.
Spetta a noi, amico e collaboratore di Sherlock Holmes, portare luce nel doppio mistero, con la solita consulenza a distanza del noto investigatore inglese.

Se la struttura di gioco è simile a quella degli altri libri, con indizi, deduzioni e decisioni, ne L’erede scomparso c’è una novità: la presenza della tabella investigativa, utile a interrogare i cinque pretendenti all’eredità. Una novità piacevole, devo dire, e ben studiata.

Per il resto il libro è ben scritto, ben congeniato e anche piuttosto realistico.
Nel complesso, L’erede scomparso di Gerald Lientz è una più che degna chiusura per la serie Sherlock Holmes. Ma in generale tutti i libri scritti da Lientz per la suddetta collana sono buoni, con l’eccezione del solo Watson sotto accusa, sotto tono rispetto ai suoi dirimpettai. Tra gli altri, da evitare invece Lo smeraldo del fiume nero; escluso quello, tutti gli altri meritano la lettura.

Fosco Del Nero


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Titolo: L’ultima battaglia - Le cronache di Narnia 7 (The last battle).
Scrittore: Clive Staples Lewis.
Genere: fantasy, avventura.
Editore: Mondadori.
Anno: 1956.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.


Con L’ultima battaglia ho concluso la letture de Le cronache di Narnia di Clive Staples Lewis, saga composta da sette romanzi, scritti in un arco temporale piuttosto ristretto (dal 1950 al 1956).
Li riporto nell’ordine di lettura generalmente consigliato, ch’è differente dall’ordine di scrittura:
7. L’ultima battaglia.

Personalmente, il mio gradimento è stato piuttosto altalenante: maggiore nei primi romanzi e inferiore nei seguenti. Fortunatamente, l’ultimissimo rappresentante, almeno dal mio pounto di vista, è tornato su livelli buoni, sia a livello della narrazione sia al livello del simbolismo.

Ecco la trama sommaria: a Narnia regna il Re Tirian, pronipote di Caspian, ma presto egli è costretto ad affrontare una fortissima crisi: la scimmia Cambio convince l’ingenuo asino Enigma a indossare una pelle di leone che i due avevano rinvenuto casualmente. Di seguito, lo convince a impersonare Aslan, il leone-dio, e a comandare sugli animali di Narnia con l’inganno.
Egli giunge a stringere un accordo con gli abitanti di Calormen, allo scopo di soggiogare l’intera Narnia spartendosi potere e guadagni… fino a che Tirian non invoca gli “aiutanti terrestri”: stavolta giungono in soccorso Jill ed Eustachio, i quali s’adopereranno per aggiustare le cose… cosa alquanto difficile poiché nel mentre è intervenuto anche Tash, una sorta di demone contrapposto ad Aslan.

L’ultima battaglia è altamente simbolico, e certamente Lewis non lo ha scelto a caso come conclusione della saga: lo scimmione Cambio è una sorta di falso profeta-anticristo, capace di ingannare i più (tra l'altro la figura della scimmia pare accennare alla mente e quindi all'ego); la lotta tra narniani e calormeniani è una sorta di armageddon finale; segue poi la distruzione della Terra e una sorta di giudizio universale, secondo il quale “uno viene preso e l’altro lasciato”; viene infine rivelato che la Terra e la materia non erano altro che una copia sbiadita del vero reame, quello spirituale-celeste-paradisiaco, al quale possono accedere per l’appunto solamente quelli che son pronti e adatti.

In pratica, L’ultima battaglia è una sorta di rivisitazione fantasy e narrata dell’Apocalisse di Giovanni… il che non mi è dispiaciuto affatto, anche perché l’aspetto simbolico, ben presente nei primi romanzi del ciclo, si era poi andato dileguando, tanto che i romanzi centrali della saga risultavano discretamente trascurabili (e come concetti e a volte anche come narrazione).

Son dunque contento di aver concluso Le cronache di Narnia di Clive Staples Lewis, e di averlo fatto con un testo degno della saga; una saga non irrinunciabile, ma valida, soprattutto in riferimento all’infanzia (per gli adulti, per larghi tratti è molto semplicistica).

Fosco Del Nero


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Titolo: La casa dell’alchimista (Das haus des alchimisten).
Scrittore: Gustav Meyrink.
Genere: grottesco.
Editore: Liberamente Editore.
Anno: 1932.
Voto: s.v.
Dove lo trovi: qui.


Inizio subito con due precisazioni riguardo a La casa dell’alchimista, ultimo lavoro di Gustav Meyrink.

La prima è che contavo di recensire il libro per il mio sito dedicato ai testi di genere esistenziale (com’è stato anche per Il golem, Il volto verde e La notte di Valpurga, che son sì romanzi, ma altamente esoterico-simbolici).
La seconda precisazione è anche il motivo per cui alla fine ho inserito il libro in questo blog: il romanzo è largamente incompleto, essendo stati scritti solo 3 capitoli sui 12 previsti.

Dei rimanenti si ha solo un’idea di massima, dal momento che l’autore austriaco aveva lasciato un “exposé” discretamente dettagliato, ossia un programma di come avrebbe voluto far procedere la storia… il quale peraltro si mostra discretamente diverso dall’esecuzione già nei pochi capitoli elaborati.

Per sopperire, almeno parzialmente, a tale brevità e mancanza, l’editore (non l'edizione presente in foto, visto che in rete non ho trovato l'immagine del libro in mio possesso) ha pubblicato anche il racconto L’orologiaio, accompagnato da un commentario intitolato La metafisica dell’orologiaio, di tale Arnold Keyserling.
Chiude il lotto un lungo commento di tale Gianfranco De Turris che porta il nome di Gustav Meyrink tra fantasia ed esoterismo.

A dire il vero, in apertura c’era anche una lunga biografia di Meyrink… tutto ciò volto a dare un certo numero di pagine alla pubblicazione monca, che peraltro non era stata indicata come monca, il che rappresenta una grave scorrettezza dell’editore, che basterebbe già a qualificare l’opera editoriale in senso negativo.

Per quanto mi riguarda, su circa 160 pagine di pubblicazione del volume La casa dell’alchimista, me ne interessava circa la metà, ossia quanto ha scritto Meyrink: il resto è un riempitivo che potrebbe risultare per alcuni interessante (anche se Meyrink andrebbe affrontato con la sapienza dell’iniziato, e certamente non con l’erudizione dell’intellettuale, com’è frequentemente), ma che non può comunque nascondere il fatto che si inganna il lettore… all’interno di un testo che dovrebbe essere evolutivo-spirituale, giacché l'autore in questione scriveva con l'intento di insegnare e ispirare, oltre che di intrattenere.

Parlando de La casa dell’alchimista, è davvero un peccato che Meyrink non abbia fatto in tempo a completare l’opera, poiché davvero essa si presentava come una delle sue più rappresentative. Anche perché egli non ci ha lasciato poi tanti romanzi, per cui uno in più sarebbe stato prezioso.

Stanti così le cose, non possiamo far altro che apprezzare quel che si legge nei capitoli scritti, nonché quel che si intuisce nel programma di scrittura: in quel poco c’era il miglior Meyrink, simbolico, affascinante, surreale, profondo, dallo slancio evolutivo pur in atmosfere decadenti o difficili (indimenticabile la sua Praga). 

Fosco Del Nero


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